(foto: Patcharanan Worrapatchareeroj/Getty Images)

Lo si è capito già dalla fine di febbraio: l’interpretazione dei dati dell’epidemia di Covid-19 in Italia è ben più complessa di quella che risulta da una semplice lettura acritica dei dati del bollettino quotidiano fornito dalla Protezione civile. Al di là delle fluttuazioni giornaliere, che sono frutto di disomogeneità nella raccolta dei dati (con il tipico calo del lunedì) più che di un vero effetto della pandemia, il tema è da un lato concentrarsi sull’andamento tendenziale dei dati, e dall’altro valutare quali informazioni siano davvero indicative per valutare la situazione, e quali meno.

Anticipiamo subito la conclusione: la curva dei nuovi casi positivi e delle persone attualmente positive non è di per sé confrontabile con quella di febbraio e marzo, perché molte cose sono cambiate nel modo in cui il nostro Paese sta gestendo l’epidemia. Tuttavia, il quadro complessivo delle informazioni a disposizione mostra che nelle ultime settimane il trend si è modificato, e che la situazione sta lentamente peggiorando, eccezione fatta (al momento) per i dati relativi ai decessi.

L’impennata dei nuovi positivi

Per tutto il mese di luglio in Italia sono state registrate circa 200 nuove positività al giorno, mentre negli ultimi giorni c’è stata una rapida crescita fin sopra quota mille. 953 nell’ultimo bollettino (che è di lunedì 24 agosto, giorno della settimana solitamente con meno casi), 1.209 nel penultimo. Allo stesso modo, il computo degli attualmente positivi era stato a lungo sotto i 13mila, mentre ora è risalito oltre quota 19mila.

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L’andamento dei nuovi casi positivi giornalieri dall’inizio dell’epidemia in Italia fino a oggi (grafico: Protezione civile)

Questi numeri di per sé ci riporterebbero indietro ai drammatici giorni dell’attivazione del lockdown, ma non è proprio così. La differenza fondamentale, rispetto ad allora, è che vengono svolti molti più tamponi. E, soprattutto, si sottopongono al test tantissime persone che non mostrano i sintomi della Covid-19, mentre sei mesi fa la maggior parte delle persone tamponate era decisamente sintomatica. Questo non significa che il dato odierno sia gonfiato, ma al contrario è quello della prima ondata che era enormemente sottostimato, tanto che (come si era detto a suo tempo) i casi effettivi di contagio erano probabilmente 10 volte di più di quelli ufficiali.

Oggi, a differenza delle settimane fin qui più buie per l’epidemia in Italia, gran parte delle nuove positività corrisponde a persone prive di sintomi o con sintomi molto lievi: secondo l’ultimo bollettino settimanale della Protezione civile, i pazienti sintomatici sono poco meno di un terzo (31%) delle nuove positività. Inoltre, gran parte dei nuovi casi viene identificata tramite attività di contact tracing nell’ambito di focolai già noti, oppure attraverso screening a tappeto stabiliti dalle autorità, come per esempio quelli aeroportuali al rientro dalle vacanze. Queste due attività corrispondono grossomodo a due terzi dei nuovi casi positivi (63,8% nell’ultima rilevazione). Ciò è in un certo senso una buona notizia: ci suggerisce che la nostra capacità di intercettare i casi (anche senza il contributo di Immuni) è nettamente migliorata, e questo è un requisito essenziale per poter contenere la diffusione di nuovi focolai.

Il fatto che il quadro non sia preoccupante quanto all’inizio di marzo, però, non è sufficiente a far tirare un sospiro di sollievo, perché ci sono diversi altri campanelli d’allarme suggeriti da quegli stessi dati. Anzitutto, se è vero che non avrebbe senso fare un confronto quantitativo con marzo, è invece molto più significativo il confronto con mesi come giugno o luglio, in cui la nostra capacità di intercettare casi era già paragonabile a quella odierna e pure il numero di tamponi eseguiti quotidianamente era dello stesso ordine di grandezza (negli ultimi giorni sono aumentati del 20%-30% circa, in seguito ai controlli dei vacanzieri di ritorno). L’aumento delle nuove positività quotidiane di più del 400% (da 200 fino a oltre quota 1.000) suggerisce che l’effetto osservato non sia imputabile al solo cambiamento della strategia di screening.

In secondo luogo, occorre tenere presente che i positivi asintomatici non sono persone sane, ma portatori del virus che possono trasmettere la Covid-19 e che potrebbero nei giorni successivi iniziare a manifestare sintomi (o avere effetti dell’infezione non direttamente osservabili). Anche se queste persone non rappresentano al momento un peso per il sistema sanitario, la loro identificazione e il loro isolamento sono fondamentali per tentare di scongiurare l’avvio di nuovi focolai. E se crescono in numero, peraltro in modo regolare e progressivo, indicano che la circolazione del virus sta complessivamente aumentando.

Non solo asintomatici

Se qualcuno aveva sostenuto che il virus stesse clinicamente sparendo, ora (senza essere mai davvero sparito) sta clinicamente tornando. Lentamente, ma con una progressione ormai statisticamente solida.

Chiariamolo con qualche cifra: i ricoverati in ospedale con in corso un’infezione da Sars-Cov-2 erano scesi consecutivamente per mesi, fino a toccare un minimo prossimo ai 700 (705, il primo di agosto). Ora sono via via risaliti fino a 1.045.

Coronavirus, come leggere e interpretare i dati delle ultime settimane
L’andamento del numero di pazienti ricoverati con sintomi nel periodo 1 luglio-24 agosto (grafico: Wired)

Allo stesso modo, i ricoveri in terapia intensiva avevano toccato un minimo il 29 luglio, con sole 39 persone, e in meno di un mese sono risaliti fino a sfiorare quota 70 (65 nell’ultimo bollettino).

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L’andamento del numero di pazienti ricoverati in terapia intensiva nel periodo 1 luglio-24 agosto (grafico: Wired)

Resta invece piuttosto costante il numero dei decessi, e nelle ultime settimane si è stabilizzato anche quello delle guarigioni.

Nonostante il numero dei ricoverati (in terapia intensiva e non) sia tuttora molto inferiore a quello del picco di marzo e aprile, è indubbio che si sia assistito a un cambio di tendenza, con un minimo che è stato toccato a cavallo tra la fine di luglio e l’inizio di agosto. La storia recente ci insegna che i casi gravi e i decessi tendono a seguire gli altri dati con un certo ritardo, sia quando l’epidemia è in fase di crescita sia quando è in calo.

Dati che sarebbe utile avere, e dati insensati

I numeri forniti nei bollettini delle ultime settimane sono certamente più affidabili rispetto a quelli di inizio epidemia, ma alcuni dati (soprattutto quando frutto di calcoli indiretti) vanno presi con le pinze. Per esempio, spesso viene utilizzato come parametro significativo il rapporto tra nuovi casi positivi e tamponi. Un rapporto percentuale che è utilissimo per avere un’indicazione di massima, e dunque per spiegare le grandi variazioni da un giorno al successivo, ma che tuttavia presenta due importanti criticità. La prima è che al denominatore di questa frazione vengono spesso indicati tutti i tamponi svolti, inclusi quelli per il controllo delle guarigioni, mentre sarebbe più significativo calcolare il rapporto rispetto alle nuove persone testate (un dato che è disponibile dal 21 aprile). In secondo luogo, è evidente che la percentuale che si riceva dipende in modo critico dalla strategia con cui i tamponi vengono svolti, ossia per esempio qual è la percentuale di tamponi che riguarda persone sintomatiche, asintomatici all’interno del contact tracing di focolai già identificati e asintomatici intercettati a caso (come chi ritorna in aereo da alcuni specifici Paesi).

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L’andamento percentuale dei nuovi casi positivi rispetto al numero di ‘nuove persone testate’, tra il 21 aprile e il 24 agosto, ossia da quando il dato è disponibile (grafico: Wired)

Un dato ancora non pervenuto, almeno a livello nazionale, è quello dei flussi delle terapie intensive. Anche se abbiamo quotidianamente il bilancio dei posti ospedalieri occupati, non è noto quanti entrino e quanti escano: se in due giorni successivi l’occupazione delle terapie intensive rimane invariata, non sappiamo se effettivamente ci siano stati zero nuovi ricoveri oppure se (ipotesi) siano state ricoverate 10 persone ma allo stesso tempo 5 siano state dimesse e 5 siano decedute. Va però detto che si tratta di un dato piuttosto difficile da ricavare sul campo, soprattutto al crescere dei numeri in gioco, perché richiederebbe l’analisi di ciascun caso clinico.

Veniamo infine al confronto quantitativo, non di rado proposto, con il primo picco della pandemia in Italia. Per quanto riguarda le persone positive (e pure i decessi) il confronto è viziato senz’altro dalla già citata sottostima dei dati reali al tempo del lockdown. Allo stesso tempo, però, un confronto di questo tipo potrebbe lasciare intendere che sia tollerabile una qualunque situazione che sia inferiore a quella di marzo e aprile. Invece va da sé che già avere un 30% del primo picco sarebbe una situazione gravissima, poiché corrisponderebbe a oltre 300 decessi al giorno e oltre 1.000 persone in terapia intensiva.

Niente panico, ma nemmeno facili ottimismi

Quale bilancio trarre a oggi dai dati dell’epidemia in Italia? Con l’imminente arrivo dell’autunno, e soprattutto con l’effetto benefico del lockdown (epidemiologicamente parlando) di cui ormai resta solo il ricordo, i prossimi mesi saranno decisivi per la nostra convivenza con il nuovo coronavirus. La parte più complessa, anche da gestire a livello comunicativo, pare essere lo sforzarsi di guardare avanti. Non nel senso di abbandonarsi alle previsioni astrologiche, ma di osservare l’andamento tendenziale dei dati per inserire e rispettare le misure preventive prima che la situazioni diventi seria.

Al di là dei progressi nel trattare la malattia e della speranza di avere un vaccino non troppo lontano nel tempo, i dati ci confermano che a oggi, martedì 25 agosto, la situazione italiana non è affatto critica, ma ci indicano anche che il quadro epidemiologico è in peggioramento, di certo rispetto a luglio. Ci confermano anche che l’età media dei casi positivi registrati è molto più bassa (ora è scesa a 32 anni), e ci indicano che basta tener conto di questo parametro per stabilire che il virus non è meno letale o meno efficace che in primavera, bensì è la diversa distribuzione per anzianità che spiega la grande differenza nella letalità apparente di Sars-Cov-2.

Coronavirus, come leggere e interpretare i dati delle ultime settimane
Distribuzione del livello di severità della Covid-19 in funzione della fascia d’età (grafico: Protezione civile)

E poi, come già da mesi spiegato dalla Protezione civile e dagli esperti, i dati del bollettino quotidiano hanno un fisiologico ritardo rispetto alla reale situazione del Paese, che include il tempo di incubazione del virus e i giorni necessari a raccogliere, processare e comunicare l’esito dei tamponi. Se si include anche il periodo di incubazione, si tratta di circa un paio di settimane.

Qualcuno ritiene sia ancora presto per parlare di seconda ondata, e forse non è così importante focalizzarsi sulle definizioni e sulle etichette. Ciò che i numeri confermano, con la sola eccezione del dato sui decessi, è che l’anti-picco, il minimo, la gola, la valle (o comunque lo si voglia chiamare) è già stato superato, e che è ricominciata l’ascesa. Una fase in cui, ancor più che durante i primi due mesi dell’estate, le parole d’ordine dovrebbero essere prudenza e attenzione. Ricordando che uno dei timori principali, in questa fase, è che le persone mediamente molto giovani che hanno il virus in corpo lo possano trasmettere ai meno giovani e a chi si trova in uno stato di salute più precario.

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