(foto: Diy3 via Getty Images)

Il coronavirus è di nuovo al centro di un dibattito acceso, stavolta non fra i media ma fra gli scienziati. Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, e altri 9 scienziati (Alberto Zangrillo, Matteo Bassetti, Arnaldo Caruso, Massimo Clementi, Luciano Gattinoni, Donato Greco, Lucà Lorini, Giorgio Palù e Roberto Rigoldi) hanno appena firmato un documento, un breve testo riportato da varie testate, in cui spiegano che molti dei nuovi positivi potrebbero essere poco o per nulla contagiosi. Ma altri medici e ricercatori, fra cui i rappresentanti delle istituzioni come l’Istituto superiore di sanità e il Consiglio superiore di sanità, nonché lo Spallanzani, rispondono a queste affermazioni, ricordando che il virus non è meno aggressivo. Le due posizioni sono completamente in contrasto? Qual è la realtà dell’epidemia attuale di Covid-19? Ecco intanto il testo a firma dei 10 scienziati fra cui Remuzzi e Zangrillo.

Il testo firmato

“Evidenze cliniche non equivoche da tempo segnalano una marcata riduzione dei casi di Covid-19 con sintomatologia. Il ricorso all’ospedalizzazione per sintomi ascrivibili all’infezione virale è un fenomeno ormai raro e relativo a pazienti asintomatici o paucisintomatici. Le evidenze virologiche, in totale parallelismo, hanno mostrato un costante incremento di casi con bassa o molto bassa carica virale. Sono in corso studi utili a spiegarne la ragione. Al momento la comunità scientifica internazionale si sta interrogando sulla reale capacità di questi soggetti paucisintomatici e asintomatici di trasmettere l’infezione”.

Alcuni dei nuovi positivi potrebbero avere una bassa carica virale

Già qualche giorno prima, il 19 giugno 2020, Giuseppe Remuzzi ha rilasciato un’intervista al Corriere della sera in cui parla di uno studio condotto dal Mario Negri, ancora non pubblicato e non rintracciabile, condotto su 133 ricercatori del Mario Negri e 298 dipendenti dell’azienda Brembo. In tutto ci sono 40 casi di nuovi positivi al Sars-Cov-2 e che hanno una carica virale molto bassa e meno di 100mila copie di rna del virus, precisamente dalle 35 alle 38mila. C’è anche una ricerca, non pubblicata ma presentata in una conferenza stampa da Fausto Baldanti, responsabile del laboratorio Virologia molecolare dell’Irccs Policlinico San Matteo di Pavia, in base alla quale su 280 pazienti guariti dal coronavirus con mostrano una carica virale bassa e soltanto il 3% sarebbe contagioso – sempre basandosi sulla quantità di rna virale.

Remuzzi ha spiegato sotto le 100mila copie di rna non c’è un sostanziale rischio di contagio, che fa riferimento, riguardo a questa affermazione, a uno studio su Nature. In quello studio, datato al 1° aprile, si legge che “la dimissione precoce con conseguente isolamento domiciliare potrebbe essere scelta per i pazienti che superano il decimo giorno dei sintomi e hanno meno di 100mila copie di rna virale per ml di espettorato”.

La stessa Organizzazione mondiale della sanità ha revisionato i criteri per definire un paziente guarito (qui quelli precedenti): può essere dichiarato guarito e può uscire dalla quarantena quando non ha più i sintomi da 3 giorni e sono passati almeno 10 giorni dalla loro prima comparsa, mentre nel caso di un asintomatico devono essere passati 10 giorni dal primo tampone.

Perché serve misurare la carica virale

Ma attualmente non c’è una soglia sicura, un cut-off con cui le autorità sanitarie possono decidere che una persona non sia più contagiosa e possa uscire dall’isolamento – ci sono persone in isolamento ormai da mesi e ancora positive, spiegano gli esperti. Per questo i 10 scienziati che oggi in ridimensionano l’emergenza richiamano l’attenzione sulla necessità di misurare, oltre alla eventuale positività, anche quanto si è positivi, con l’obiettivo ultimo di fissare nuove linee guida per stimare quando la persona può uscire dall’isolamento.

Emergenza da ridimensionare? I dubbi e le critiche

Ma diversi scienziati ricordano che, oltre ai nuovi positivi che sono vecchi casi di contagio (pazienti guariti o asintomatici ma da lungo tempo), possono esserci anche persone appena contagiate e nuovi focolai, che non devono essere sottovalutati. Lo stesso Remuzzi nell’intervista ha dichiarato di non essere preoccupato dei nuovi casi notificati solo qualora siano come quelli rilevati nello studio del Mario Negri (con bassa carica virale): tutto starebbe, dunque, nel quantificare la presenza del virus. Ma le critiche non tardano ad arrivare. Sempre sul Corriere il 20 giugno Andrea Crisanti segnala che, se ci sono 300 nuovi casi al giorno e l’Rt è 0,5, ci sono comunque (almeno) 600 persone che hanno trasmesso l’infezione.

Anche le istituzioni criticano la posizione di Remuzzi e degli altri scienziati, stando a quanto riportato dal Corriere: Silvio Brusaferro, Gianni Rezza, rispettivamente presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss) e direttore del Dipartimento malattie infettive dell’Iss, Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani, hanno dichiarato che il virus c’è ancora e non è meno aggressivo.

The post Coronavirus, cosa dicono 10 scienziati italiani sui nuovi casi positivi appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it