(foto: Christian Ender/Getty Images)

Quando e come andranno aperte di nuovo le scuole, di tutti gli ordini e i gradi, è una delle questioni che fin dall’inizio accompagnano la pandemia del nuovo coronavirus. Una domanda che va ben oltre la semplice questione della formazione, e che è tornata a farsi pressante proprio con l’inizio di maggio e l’esordio per il nostro Paese della cosiddetta fase 2. Oltre all’istruzione delle giovani generazioni, infatti, nel bilancio di questa decisione entrano anche aspetti di salute – fisica e psicologica – degli studenti stessi, ma pure l’equilibrio della gestione quotidiana di molte famiglie, l’attività lavorativa di parecchie categorie professionali e in fin dei conti un pezzetto della nostra economia.

Per di più, come è parso evidente dagli annunci dei politici nostrani e dai provvedimenti adottati da altri Paesi nel mondo, non esistono solo lo scenario delle scuole aperte e quello delle scuole chiuse. Come minimo c’è una terza via, fatta di modalità ibride tra la didattica a distanza e quella in presenza, oppure fondata su una nuova organizzazione delle scuole stesse nonché su una serie di misure di distanziamento e precauzione studiate ad hoc. Ed è proprio su quest’ultima via che molto probabilmente si svilupperà il futuro del nostro sistema d’istruzione e su cui pure la scienza (o meglio, qualcuna delle varie task force di tecnici e scienziati) è chiamata a dare un proprio parere. Ma non aspettiamoci indicazioni perentorie né tantomeno certezze assolute.

Il ruolo dei bambini nella pandemia

Non a caso questo è anche il titolo (parafrasato) di un editoriale pubblicato questa settimana su Science e che ha come tema centrale proprio la riapertura delle scuole. Senza troppi giri di parole, la prestigiosa rivista scientifica ha utilizzato il termine “mistero” per sintetizzare i tanti punti oscuri che ancora restano.

Se ormai è solidamente verificato che l’incidenza dei casi gravi della Covid-19 è molto bassa nelle persone giovani e giovanissime, d’altra parte mancano studi a sufficienza che possano farci affermare che i bambini non possano trasmettere il virus ad altri proprio come accade per gli adulti. Ad esempio, sappiamo che la carica virale presente nella faringe dei pazienti infetti non cambia con l’età. Ci sono peraltro ricerche dai risultati contrastanti: una condotta in Islanda ha concluso che i bambini hanno una capacità di infettare gli altri praticamente nulla, mentre un’altra molto più ampia sulla popolazione cinese è arrivata al risultato opposto, ossia che dal punto di vista del contagio non ci sono differenze tra giovani, adulti e anziani.

Su un paio di punti però pare esserci un largo accordo all’interno della comunità scientifica. Anzitutto, la chiusura delle scuole non serve tanto per proteggere la salute degli studenti stessi, ma per tutelare le loro famiglie e per ridurre la circolazione del virus nella popolazione in generale. E poi che, per moltissime malattie a trasmissione aerea, i contesti scolastici o di aggregazione sono eccellenti occasioni di contagio e di proliferazione dei patogeni, sia per il gran numero di persone tipicamente concentrate in una sola stanza sia per le dinamiche sociali di interazione.

Una fonte ricchissima di contatti stretti

La valutazione qualitativa che a scuola ci sono molte persone con cui si entra in contatto è stata quantificata con precisione nel rapporto della Fondazione Bruno Kessler reso noto alla fine di aprile, e prodotto insieme al Comitato tecnico scientifico. Dai dati emerge per esempio che tra i 5 e i 19 anni la scuola rappresenta il contesto sociale con il maggior numero medio di contatti, superiore a casa, trasporti, lavoro e tempo libero per qualunque fascia d’età. Si parla infatti, in media, di una decina di contatti stretti a testa, molti più di quelli in ambiente domestico (che si collocano tra i 3 e i 5), sul lavoro per gli adulti (dove sono al massimo 8) e collegati a tempo libero, sport e altre attività.

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Il numero medio di contatti stretti per attività e per fascia d’età (tabella: Fondazione Bruno Kessler)

Senza entrare in tutti i dettagli numerici della valutazione, il messaggio conclusivo è che la scuola più di ogni altra attività può incidere sulla risalita della curva epidemica, sulla crescita del tasso di riproduzione R0 e dunque a livello di impatto sul sistema sanitario. Secondo le previsioni pessimiste di un’apertura completamente priva di attenzioni e precauzioni, la scuola da sola potrebbe in pochi mesi determinare la comparsa di circa 50mila casi critici di Covid-19. In termini quantitativi, secondo gli esperti italiani che hanno svolto le varie simulazioni, la sola riapertura (indiscriminata) delle scuole porterebbe il valore di R0 dall’ipotetico 0,65 a un insostenibile 1,35. Naturalmente si tratta di valori che andrebbero accompagnati da una serie di spiegazioni sulle ipotesi a priori, ma in ogni caso il raffronto numerico pare abbastanza eloquente.

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(grafico: Fondazione Bruno Kessler)

I figli a scuola non coincidono col sistema scolastico

Un aspetto decisivo, che è stato fin da subito preso in considerazione ma che resta molto complesso da valutare, è quale sia l’impatto sulla circolazione del virus non tanto dell’avere gli studenti piazzati dentro le rispettive aule, ma della riattivazione di tutta la macchina della scuola. Vale a dire, occorre tenere conto che aprire le scuole significa far tornare al lavoro anche insegnanti, personale amministrativo e addetti a servizi come pulizie, mense e sorveglianza. Per di più, gli studenti non possono essere teletrasportati in classe, ma c’è tutta una componente di trasporto – pubblico e privato – che determina traffico, occasioni di contagio e riflessi su tutta la filiera (pensiamo all’approvvigionamento delle mense, o agli insegnanti che risiedono fuori regione). Infine, l’attività scolastica non consiste solo di alunni diligentemente seduti ciascuno al proprio banco, ma anche di ricreazioni, bagni in comune, uscite e ingressi nei complessi scolastici, per non parlare di attività accessorie ma fondamentali come i laboratori didattici, l’educazione fisica, le gite e i percorsi extracurricolari.

Per citare qualcuno dei dati nostrani raccolti da Orizzonte Scuola, abbiamo in Italia 8 milioni di studenti e oltre 800mila docenti, peraltro con un 59% di over 50. E ancora meno idilliaco è il quadro del personale Ata, che oltre alla questione dell’età anagrafica porta con sé una lunga serie di rischi di salute legati a patologie pregresse, accanto a una generale carenza di formazione nell’affrontare situazioni anomale o emergenziali. Inoltre, in molti casi pure l’edilizia scolastica aggiunge ulteriori complessità: avere edifici vecchi significa spesso doversi confrontare con problemi nella gestione dei flussi di studenti all’interno delle strutture o con situazioni in cui garantire la salubrità dell’ambiente è un’obiettivo piuttosto ambizioso.

Sperimentare con la scuola

Fare esperimenti su bambini e ragazzi dentro una scuola non è esattamente come far scontrare fasci di particelle negli acceleratori del Cern di Ginevra o testare in provetta una nuova molecola promettente. E, di fatto, esperienze pregresse sulla gestione delle scuole moderne in tempi di pandemie non ce ne sono. Siamo dunque in uno scenario in cui la comunità scientifica è chiamata a pronunciarsi sostanzialmente alla cieca, incrociando informazioni eterogenee nel tentativo di trovare una sintesi soddisfacente.

In questi casi il metodo scientifico suggerirebbe di fare test ed esperimenti, e poi verificarne i risultati. Dato che non è auspicabile usare come cavie qualche milione di persone in un sol colpo, la strategia di fatto suggerita anche da Science è di approfittare dei primi Paesi (o meglio, delle prime scuole) che riapriranno per eseguire screening di massa e monitorare con grande attenzione la situazione, in modo da stabilire come effettivamente si può sviluppare una catena del contagio e quanto possa effettivamente essere il tasso di riproduzione del virus all’interno di un ecosistema scolastico.

Come peraltro hanno fatto notare diversi scienziati, non va dimenticato che molti studi su bambini e coronavirus condotti negli ultimi mesi sono stati realizzati quando le scuole erano già parzialmente o completamente chiuse. Dunque sarebbe metodologicamente sbagliato usare quei risultati per fare deduzioni su che cosa capiterebbe una volta che le scuole fossero riaperte.

Di scienza, strategie e politica

Pur prestando grande attenzione alle indicazioni che vengono dal mondo scientifico, la scelta sulla riapertura delle scuole non può che restare di natura prettamente politica. Anzitutto perché, come vale per moltissimi altri ambiti della nostra vita quotidiana, l’epidemia di coronavirus è solo uno degli aspetti da bilanciare con fattori di natura sociale, economica e costituzionale. Va da sé che dal punto di vista della sola pandemia le scuole dovrebbero rimanere chiuse e in modalità di didattica a distanza fino al raggiungimento degli zero casi (più il mantenimento per alcune settimane). Ma pare ovvio che a un certo punto si dovrà trovare un compromesso con altre esigenze, che spaziano dal garantire appieno il diritto all’istruzione al non compromettere in modo troppo serio la socialità dei giovani stessi, oltre alla stabilità psicologica ed economica delle famiglie. E la regolazione fine di questi equilibri non è certo una questione su cui può pronunciarsi un epidemiologo o un virologo.

In secondo luogo, le scuole non sono solo aperte o chiuse, ma come già accennato ci sono mille modi in cui si può regolare la riapertura. Quali misure di distanziamento e di contenimento saranno introdotte? Ci saranno i turni? Le regole saranno le stesse per tutte le età e le regioni? Quale sarà il livello di applicazione di queste regole, e quanto gli studenti davvero le rispetteranno? La risposta a queste domande non può certo trovarsi in un paper su Nature o su Science, anche se certamente abbiamo già alcune indicazioni su quali precauzioni siano più utili per contenere il contagio, e presto potremo magari ispirarci a qualche modello di apertura rivelatosi efficace. Senza però che le responsabilità della politica siano scaricate sulla scienza, magari per farne a posteriori un capro espiatorio.

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