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Cinesi cacciati dagli autobus a Torino. Invitati a non presentarsi agli esami all’università di Firenze. Aggrediti a Venezia, tenuti lontani dai bar della Capitale. La nuova epidemia di coronavirus sta tirando fuori il peggio dai nostri concittadini. E se in parte è la spia di vecchi vizzi di un’Italia che evidentemente ha ancora paura e pregiudizi verso lo straniero, alla nascente psicosi concorre sicuramente anche tanta confusione. Mancanza di informazioni chiare sulle cause, i rischi, le modalità di diffusione del nuovo virus. Informazioni che la ricerca sta affannosamente raccogliendo, in uno sforzo che per ora fornisce un identikit sempre più chiaro, ma ancora in continua evoluzione. Vediamo insieme alcune delle domande più comuni e delle risposte che può fornire la scienza.

Coronavirus: di cosa parliamo?

I coronavirus sono un’ampia famiglia di virus a rna che infettano sia l’uomo che gli animali. Il nome nasce dal loro aspetto: sono infatti caratterizzati da un cresta di proteine che circonda l’intera membrana esterna del virus, che qualcuno in passato evidentemente deve aver ritenuto simile a una corona. Nell’uomo possono causare diverse gravi patologie, quasi sempre a danno delle vie respiratorie: in passato hanno fatto già paura con la Mers, o Middle East Respiratory Syndrome, causata da un coronavirus identificato per la prima volta in Arabia Saudita nel 2012, e la Sars, Severe acute respiratory syndrome, che ha causato un’epidemia nel 2002 scoppiata nella provincia di Canton, in Cina. Per ora il nuovo coronavirus è identificato ancora con una semplice sigla: 2019-2019-nCoV, ovvero nuovo coronavirus del 2019, per indicare che si tratta di un patogeno identificato per la prima volta alla fine dello scorso anno.

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(immagine: Cdc/ Alissa Eckert, MS; Dan Higgins, MAM – This media comes from the Centers for Disease Control and Prevention’s Public Health Image Library (PHIL), with identification number #23312)

In attesa di un acronimo tutto suo, quel che si può dire del nuovo virus è che causa sintomi molto simili a quelli dei suoi predecessori: febbre, tosse e problemi alle vie respiratorie. Come Mers e Sars, anche il nuovo coronavirus cinese può causare polmoniti che a loro volta possono risultare fatali. Ad oggi, comunque, l’infezione sembra comunque meno grave dei suoi predecessori.

Virus a confronto: quanto è letale l’epidemia cinese?

Purtroppo fare un confronto tra epidemie non è facile. I numeri infatti contengono necessariamente un bias: non tutti i contagi vengono intercettati dai sistemi sanitari, e quindi parlare di mortalità per un dato virus ha poco senso, visto che non si conosce la popolazione totale di pazienti e quindi è impossibile avere certezza della percentuale di infetti che muoiono a causa del virus. In particolare, per una malattia che può avere sintomi lievi e simili a quelli di una comune influenza, il rischio molto concreto è che solamente i casi gravi tendano a essere intercettati, e quindi la mortalità del virus risulti molto esagerata nelle statistiche.

Allo stesso tempo, può accadere anche il contrario: le statistiche sul tasso di letalità della malattia (il numero di morti diviso per il numero di casi) che sono circolate negli scorsi giorni potrebbero infatti sottostimare fortemente i pericoli. Questi calcoli andrebbero fatti sempre al termine di un’epidemia, perché in ogni dato momento è impossibile stabilire quanti dei pazienti malati ma ancora in vita sono destinati a morire, e le cifre possono quindi cambiare notevolmente in base all’arco temporale preso in considerazione.

Come vi avevamo raccontato, i numeri attualmente disponibili parlano di un tasso di letalità pari a poco più del 2%, cioè di una malattia tutto sommato lieve, se paragonata alla Mers, con il suo 34,4%, e alla Sars, che ha raggiunto un comunque temibile 9,6%. Bisognerà però attendere la fine dell’epidemia per una stima concreta, anche perché se anche il nuovo virus si confermasse meno letale, sta mostrando però una infettività molto superiore, con oltre 20mila casi confermati a oggi contro i 2.400 della Mers e gli 8mila della Sars. Anche più lieve, quindi, potrebbe causare un numero di morti molto superiore prima della fine dell’epidemia.

Non è comunque il caso di farsi prendere dal panico: stando alle informazioni diffuse dall’Oms e dalle altre agenzie internazionali i rischi individuali in caso di infezione sono molto bassi, e i pericoli concentrati principalmente nelle classiche popolazioni a rischio: anziani e persone indebolite da altri problemi di salute, verso cui andranno concentrati gli sforzi di prevenzione.

Coronavirus, domande e risposte ai dubbi più comuni
(foto: Keith Tsuji/Sopa Images/LightRocket/Getty Images)

Come si diffonde il virus?

2019-nCoV è un virus respiratorio, e come l’influenza si trasmette principalmente attraverso il contatto con goccioline di saliva o muco prodotte da tosse e starnuti di una persona infetta. Come ricorda l’Oms, per limitare la diffusione del virus è quindi fondamentale un po’ di sana igiene respiratoria: quando ci troviamo a tossire o starnutire dobbiamo cercare di farlo all’interno di un gomito piegato o di un fazzoletto (da buttare subito dopo) per evitare di diffondere muco e saliva o di contaminare le nostre mani, con cui poi potremmo facilmente trasmettere il virus su oggetti che potrebbero essere poi toccati da altre persone (qui trovate un punto sulle mascherine, invece, che non sarebbero così utili come pensiamo).

Persone sane e malati dovrebbero poi cercare di lavarsi più spesso possibile le mani, per minimizzare le chance di trasmissione involontaria. Prodotti e alimenti quindi non possono trasmettere la malattia di per loro, a meno che non siano stati contaminati abbastanza di recente da un paziente: i dati preliminari sembrano indicare che il virus riesca a sopravvivere appena poche ore al di fuori di un ospite. È quindi inutile avere paura di merci e prodotti provenienti dalla Cina, a meno che non siano stati manipolati di recente da una persona potenzialmente a rischio, entrata cioè in contatto con qualcuno proveniente dalle zone in cui è attiva l’epidemia. Quindi un pacco proveniente dalle zone a rischio non dovrebbe rappresentare un pericolo.

Quanto è il tempo di incubazione?

Anche in questo caso è presto per una risposta definitiva. I dati raccolti sembrano indicare che la malattia può diventare sintomatica dopo un intervallo di circa 2-11 giorni dal momento del contagio. Ma basandosi sulle conoscenze disponibili su Mers e Sars il periodo di incubazione potrebbe essere anche più lungo, e raggiungere le due settimane. Non è chiaro inoltre se in questo periodo di tempo i pazienti risultano contagiosi.

Inizialmente, uno studio tedesco aveva indicato la possibilità che la malattia fosse trasmissibile anche da pazienti asintomatici. Un bel rischio, perché renderebbe estremamente difficile predisporre un sistema di quarantena realmente efficace. Lo studio però è stato in seguito ritrattato dai suoi autori, perché si è scoperto che la paziente su cui si basava la ricerca, pur non presentando effettivamente sintomi respiratori evidenti, aveva comunque sperimentato malessere e febbre prima di trasmettere il virus. Secondo l’Oms attualmente è impossibile escludere del tutto la possibilità di contagi durante il periodo di incubazione della malattia o da pazienti asintomatici. Ma il rischio, se pur presente, sembrerebbe comunque estremamente contenuto.

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(foto: Feature China/Barcroft Media via Getty Images)

Come si cura?

Purtroppo non esistono terapie efficaci per la cura delle infezioni da 2019-nCoV, e difficilmente ne vedremo arrivare in tempi brevi. I pazienti devono essere ricoverati in strutture attrezzate, dove i medici seguiranno il decorso della malattia e li aiuteranno se necessario con terapie di supporto. In attesa di novità dalla ricerca, quel che sottolinea l’Oms sono gli interventi che non si rivelano utili né per la prevenzione né per la cura della malattia. E che anzi, potrebbero persino essere nocivi: fumare, bere tè e tisane con presunte proprietà curative, indossare più di una mascherina alla volta nella speranza che aumenti la protezione, affidarsi al fai da te farmacologico, in particolare con gli antibiotici, assolutamente inutili contro le infezioni virali.

Come fare prevenzione?

Chiariamoci: al momento in Italia i rischi di un’epidemia sono ancora contenuti. Ma se mai il virus inizierà a circolare anche sul territorio italiano, come minimizzare i rischi di contrarre la malattia? Le mascherine sembrano una risposta scontata, ma così non è. Possono risultare parzialmente utili, quando utilizzate correttamente, ma sono pensate principalmente per ridurre il rischio di contagiare gli altri quando si ha la malattia, e come forma di prevenzione per individui sani sono molto meno efficaci.

Cosa fare dunque? Intanto, iniziamo con l’evitare di preoccuparci eccessivamente: per le persone in salute il virus non sembra particolarmente pericoloso. In caso di diffusione del virus anche sul territorio italiano, anziani e persone a rischio dovrebbero evitare posti pubblici ed eccessivamente frequentati, e se possibile effettuare la vaccinazione antinfluenzale (sempre consigliata, e gratuita, in questa fascia d’età) per evitare che l’organismo possa venire fiaccato anche dall’influenza stagionale, e per decongestionare il più possibile le corsie di ospedale. Per il resto, dovremo tutti fare attenzione a lavare spesso le mani, e cercare di mantenerci in buona salute per aiutare il nostro sistema immunitario a combattere un’eventuale infezione.

Se mi viene la tosse o la febbre cosa devo fare?

La risposta più corretta probabilmente è: nulla di diverso dal solito, almeno per ora. Come ricorda l’ultimo aggiornamento dell’Istituto Superiore di Sanità al momento i dati scientifici dicono che il nuovo coronavirus non circola in Italia, ed è quindi impossibile (o meglio, estremamente difficile) contrarlo sul suolo italiano. Per sospettare realisticamente di aver contratto la malattia bisogna aver viaggiato negli ultimi 14 giorni in zone della Cina in cui il virus si sta diffondendo, o avere avuto contatti con persone con infezione accertata.

Si possono effettuare privatamente le analisi per accertare un possibile contagio?

No. Non esistono al momento kit commerciali per confermare la diagnosi di infezione da nuovo coronavirus. La diagnosi deve essere eseguita nei laboratori di riferimento e deve poi essere confermata dall’Istituto superiore di sanità. Chi ha viaggiato nelle zone della Cina in cui il virus sta circolando o avuto contatti con persone in cui l’infezione è stata accertata può contattare il numero telefonico 1500, messo a disposizione dei cittadini dal Ministero della salute, per ricevere indicazioni su come comportarsi. In assenza di sintomi di una certa gravità e fattori di rischio al momento comunque non è previsto un iter diagnostico per il coronavirus.

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