(foto: JOHN THYS/AFP via Getty Images)

Bambini e adolescenti rappresentano una via di diffusione importante in questa pandemia? La domanda è più che mai attuale, con le scuole italiane che cercano disperatamente di capire se, e come, riaprire i battenti per il prossimo anno scolastico. Ma una risposta certa per ora non c’è, e gli esperti sono divisi tra rigoristi, convinti della necessità di prendere ogni precauzione possibile anche e soprattutto in ambito scolastico, e ottimisti, che sottolineano la scarsa aggressività del virus nei più piccoli come indicazione dei rischi tutto sommato contenuti delle riaperture. In un dibattito ancora aperto, un nuovo spunto di riflessione arriva da una ricerca appena pubblicata in Early Release sulla rivista Emerging Infectious Diseases dai Korea Centers for Disease Control and Prevention (Kcdc), in cui i ricercatori coreani hanno tracciato i contagi secondari riconducibili a 5.706 pazienti zero, e diviso i risultati per fasce di età in modo da fotografare quali abbiano maggiori chance di alimentare l’epidemia.

I dati utilizzati dai ricercatori arrivano dalla prima fase dell’epidemia coreana, cioè dal primo caso documentato nel paese il 20 gennaio fino al 27 marzo. Un periodo in cui in Corea hanno chiuso quasi tutte le scuole, sono state imposte limitazioni ai raduni in luoghi pubblici e prese diverse precauzioni volte a ridurre la diffusione del virus. Senza arrivare però alla chiusura del paese con un lockdown, come avvenuto invece dalle nostre parti. I ricercatori dei Kcdc hanno identificato oltre 5mila index case, o pazienti zero, cioè persone che sono risultate positive al virus senza essere testate nell’ambito del tracciamento dei contatti legati a un altro paziente. Per ognuno di questi potenziali fondatori di nuovi cluster epidemici, i ricercatori hanno valutato il numero di contagi secondari (legati cioè al paziente zero) emersi dai tamponi effettuati nel corso delle operazioni di tracciamento, raggruppando quindi i risultati per classi di età. In questo modo, hanno ottenuto un’indicazione, per quanto grezza, delle chance di contagiare che si hanno in diverse fasi della vita, e in contesti differenti come l’ambiente domestico e gli incontri che avvengono al di fuori della propria abitazione.

Per prima cosa, i nuovi dati sembrano confermare che i rischi si concentrano principalmente in famiglia: l’11,8% dei conviventi dei pazienti zero è infatti risultato positivo al tampone di controllo, contro l’1,9% dei contatti non conviventi. Passando alle diverse fasce di età, i numeri mostrano marcate differenze: sotto i 10 anni le chance di diffondere il contagio sarebbero al minimo, con appena il 5,3% dei contatti domestici screenati risultato positivo al tampone. Tra i 10 e i 19 invece i contagi secondari salgono al 18,6% dei conviventi, una percentuale inferiore rispetto a quella emersa per gli adulti tra i 20 e i 59 anni. Oltre ai 60 i contagi secondari tornerebbero quindi a salire: 17% per la classe di età 60-69, 18% tra i 70 e i 79 anni, e 14,4% oltre gli ultra ottantenni.

Fuori di casa la situazione sembra invece piuttosto lineare, con i numeri di contagi secondari che crescono più o meno uniformemente al crescere dell’età. Come interpretare questi risultati? Non è facile a dirsi. Una prima possibile indicazione riguarda i giovani in età scolare. Lungi dall’essere una categoria omogenea dalla materna all’ultimo anno di liceo, i rischi legati alla malattia e alla sua trasmissione aumenterebbero con l’aumentare dell’età. Lo studio conferma infatti che i più piccoli hanno ben poche chance di ammalarsi (solo 29 pazienti zero su più di 5.700 nello studio avevano meno di 10 anni) e di trasmettere l’infezione a famigliari e conviventi. Dopo i 10 anni i rischi sembrano farsi più concreti, anche se il raggruppamento scelto nello studio unisce età della vita molto diverse, e non potendo sapere se e come cambi da situazione tra un bambino di 11 anni e un adolescente di 17 è difficile tradurre i risultati in indicazioni concrete in vista della riapertura delle scuole.

Lo studio inoltre ha diversi limiti importanti, sottolineati dagli stessi autori. Per prima cosa, secondo le regole coreane, i tamponi vengono fatti a tutti i contatti ad alto rischio di un paziente zero, personale medico e famigliari, mentre per i contatti a basso rischio (avvenuti quindi fuori dall’ambiente domestico) i tamponi sono riservati ad eventuali persone sintomatiche. Ed è quindi impossibile comparare le percentuali di contagi secondari emersi in famiglia con quelle dei contatti al di fuori del nucleo famigliare. La chiusura delle scuole durante il periodo esaminato rende inoltre difficile prevedere quanto sarebbe potuto essere elevato il numero di pazienti zero tra bambini e ragazzi se avessero continuato a seguire regolarmente le lezioni. E la mancanza di dati clinici sui pazienti rende infine impossibile stabilire se esistano differenze di gravità nelle patologie diffuse dai differenti gruppi di età.

The post Coronavirus: gli adolescenti potrebbero essere contagiosi come gli adulti appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it