(foto: Str/Afp via Getty Images)

Insomma dobbiamo preoccuparci o no per questo maledetto coronavirus? È una domanda legittima, che vi sarete posti anche voi scandagliando le cronache dei giornali o scrutando le espressioni degli esperti in tv alla ricerca di qualche indizio. A essere onesti, tuttavia, nessuno ha la risposta. Per sapere se dietro questo demone chiamato 2019-nCoV si nasconda una minaccia degna di tanto clamore, dovremmo infatti avere le idee più chiare su un mucchio di cose che ancora ci sfuggono: da dove è sbucato? È vero che può trasmettersi anche in assenza di sintomi? Quanto è contagioso? Quanto è letale? E come muterà?

Il problema è che, come sempre accade di fronte a un rischio emergente – cioè a un rischio che si presenta per la prima volta, come un virus mai circolato in precedenza fra gli esseri umani – quel che non sappiamo, almeno all’inizio, supera di gran lunga quel che sappiamo. Prevale l’incertezza, dicono gli esperti. Ed è con questa incertezza – destabilizzante, certo, ma purtroppo inevitabile – che dobbiamo imparare a fare i conti.

Il rischio percepito

Di fronte a una nuova minaccia è normale preoccuparsi: gli studi sulla percezione del rischio hanno chiarito che dentro di noi suona un campanello d’allarme. L’incertezza sulla natura del pericolo e su quel che potrebbe accadere amplifica la sensazione di non avere alcun controllo. E questo ci spaventa. D’altro canto, l’emergere di un nuovo virus preoccupa anche gli esperti. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha definito il rischio che il coronavirus si diffonda fuori dalla Cina “un motivo di seria preoccupazione”. Cercare di ridimensionare la minaccia facendo paragoni con l’influenza stagionale ha poco senso, visto che in caso di pandemia – che al momento nessuno può escludere – i sistemi sanitari di tutto il mondo sarebbero costretti a fronteggiare due gravi problemi anziché uno solo. “Certo che le persone sono preoccupate, perché non dovrebbero esserlo?”, ha detto Mike Ryan, direttore esecutivo delle emergenze sanitarie dell’Oms. “C’è un  nuovo virus, non abbiamo né vacciniterapie: se qualcuno si preoccupa non dovremmo criticarlo”.

Così, per placare l’incertezza, cerchiamo informazioni. Se non ne trovassimo, sarebbe un bel guaio perché, più in fretta di qualsiasi virus, dilagherebbe un sentimento di sospetto e paranoia. Ma ai giorni nostri ci tocca anche il problema opposto: l’ubiquitaria onnipresenza di informazioni, più o meno attendibili (l’Oms parla di infodemia). Venerdì scorso ero in treno: sfoglio il giornale, coronavirus. Guardo sui social, coronavirus. Leggo la posta, coronavirus. Origlio i vicini, coronavirus. Alzo lo sguardo esasperato: coronavirus pure nelle news che scorrono sugli schermi del corridoio. Al primo colpo di tosse, nello scompartimento è sceso un silenzio che neanche in Mezzogiorno di fuoco.

D’accordo, fa sorridere sentire qualcuno sbottare: “Questa storia del virus mi mette un’ansia tremenda, mi serve una sigaretta per calmarmi”. Eppure siamo fatti così: per non essere sopraffatti, siamo capaci di concentrarci su un rischio alla volta, e le minacce incombenti ci spaventano di più. A ben pensarci, c’è un perché. Spesso si tende a contrapporre percezioni e razionalità, ma è anche grazie alle nostre percezioni se siamo arrivati fin qui. Mi spiego: forse quella macchia gialla nel folto della foresta non è una tigre, ma se aspettiamo di esserne sicuri potrebbe essere troppo tardi. Da che mondo è mondo, per salvare la pellaccia, abbiamo imparato che non possiamo restare paralizzati di fronte a un rischio imminente: meglio prendere una decisione in fretta, anche a costo di metterci a correre e a gridare per un pericolo che non c’era.

È lo stesso dilemma che attanaglia le istituzioni sanitarie chiamate a gestire il rischio pandemico, perché dalla capacità di decidere in condizioni di incertezza può dipendere la vita e la morte di tante persone. L’esperienza recente con le epidemie di Sars, H5N1 ed ebola ha insegnato che, se non è possibile rinviare le decisioni, l’incertezza deve essere accettata: occorre imparare a conviverci. E a quel punto c’è un solo antidoto: “Comunicare quel che sappiamo, comunicare quel che è ancora non sappiamo e comunicare quel che stiamo facendo per avere più informazioni, salvare vite e minimizzare il danno”. Sono le parole d’ordine della guida Risk Communication and Community Engagement (Rcce) diffusa dall’Oms per gestire l’emergenza del coronavirus 2019-nCoV. E sono parole sacrosante. “Un’efficace comunicazione del rischio e il coinvolgimento dei cittadini creano fiducia, aumentano la probabilità che le raccomandazioni vengano ascoltate, riducono le incomprensioni e le voci infondate che possono minare il successo delle contromisure per contenere il contagio”.

Comunicare il rischio

La comunicazione del rischio dev’essere tanto antica quanto il linguaggio umano. Forse è nata intorno a un fuoco, quando qualcuno ha raccontato come è riuscito a salvarsi da una tigre con i denti a sciabola. Da sempre i racconti dei sopravvissuti ci affascinano perché contengono informazioni salvifiche: la prossima volta potrebbe toccare a noi. Ancora oggi la comunicazione del rischio serve a salvare vite. Nella nostra società è considerata uno strumento cruciale nella prevenzione e nella gestione delle emergenze.

Quando emerge un nuovo agente patogeno, per arginare il contagio spesso non si può fare altro che lanciare l’allarme, identificare e isolare ogni caso sospetto e diffondere le informazioni sui comportamenti da adottare. La tempestività e la trasparenza della comunicazione diventano essenziali. “Senza vaccini e terapie, la comunicazione del rischio è lo strumento più efficace che abbiamo”, ha ammesso Mike Ryan dell’Oms.

La ricerca ha permesso di stabilire alcuni principi empirici per comunicare il rischio in modo efficace. Il più importante recita: mai negare, nascondere o sminuire un rischio. La storia recente – da Chernobyl alla mucca pazza, fino alla Sars – ha infatti mostrato che cercare di nascondere le informazioni sul rischio, sminuire la gravità degli eventi o ritardare l’allarme, aggrava la situazione: impedisce alle persone esposte al pericolo di prendere precauzioni, e manda in frantumi la fiducia nelle istituzioni. E senza fiducia, persino le indicazioni più semplici per difendersi dal contagio, come lavarsi frequentemente le mani, rischiano di essere disattese. È quel che è accaduto con la Sars nel 2003 quando, nel timore di ripercussioni economiche, il governo cinese nascose le informazioni sul virus.

Ritardi e tentennamenti

Questa volta è andata decisamente meglio, ma la tentazione di nascondere sotto il tappeto le notizie sgradite è una pratica ancora molto diffusa e potrebbe avere ritardato anche l’allarme sul nuovo coronavirus. Alcune ricostruzioni hanno puntato il dito sulle autorità di Wuhan che a metà gennaio, quando il nuovo virus era già stato isolato, avrebbero sottovalutato la gravità della situazione e ostacolato la condivisione delle informazioni. E così sono passati altri dieci giorni prima che il governo di Pechino dichiarasse l’emergenza sanitaria e adottasse quelle misure senza precedenti che hanno isolato Wuhan e una decina di altre città della provincia di Hubei. Provvedimenti tanto drastici da meritare il plauso dell’Oms, ma non privi di implicazioni etiche, considerando che circa 56 milioni di persone (più o meno come l’intera popolazione italiana) sono state confinate in un’area ad alto rischio. La stalla, però, potrebbe essere stata chiusa dopo che i buoi sono scappati, ha commentato l’epidemiologo W. Ian Lipkin al New York Times. A riprova di quanto la tempestività e la trasparenza siano cruciali nella gestione del rischio.

È parsa tardiva anche la dichiarazione di emergenza internazionale dell’Oms, giunta dopo alcuni giorni di tentennamento, forse a causa delle critiche ricevute in passato sulla gestione delle epidemie di ebola e Zika, che a posteriori si sono rivelate meno gravi del temuto. Il fatto è che nel momento in cui bisogna prendere una decisione del genere, che può avere anche rilevanti conseguenze economiche, nessuno può sapere come andrà a finire. In precedenza l’Oms aveva optato per un atteggiamento precauzionale, dichiarando l’emergenza con sufficiente anticipo affinché tutte le nazioni potessero prepararsi allo scenario peggiore. Nella comunicazione del rischio è di gran lunga la scelta più opportuna: better safe than sorry, come dice il proverbio inglese, ovvero meglio eccedere nelle precauzioni, anche a costo di essere accusati di allarmismo, piuttosto che doversi scusare per non avere fatto abbastanza se la situazione precipita.

Anticipare gli eventi in situazioni di grande incertezza è sempre difficile ma cruciale nella gestione dei rischi. La stessa Oms ammette che “una comunicazione del rischio proattiva è tra gli interventi più importanti ed efficaci per difendere la salute pubblica”. La dichiarazione di emergenza internazionale obbliga infatti tutti i Paesi a condividere le informazioni disponibili e ad attivarsi per arginare il contagio, dando il supporto necessario alle nazioni con meno mezzi per difendersi.

Niente panico, non è la peste

Nonostante l’Oms abbia fatto tesoro delle lezioni apprese e sia considerata a buon diritto un esempio virtuoso nella comunicazione del rischio, nella gestione del nuovo coronavirus ha fatto un’altra scelta discutibile: non ha dato un nome alla minaccia. Una sigla come 2019-nCoV mal si adatta alle esigenze della comunicazione di massa, cosicché nei titoli dei giornali si sono inevitabilmente diffuse espressioni come “virus cinese” o, nella migliore delle ipotesi, “coronavirus di Wuhan”, che rischiano di alimentare lo stigma verso la comunità cinese. Nel caso della Sars era stato scelto a tavolino un termine neutro (Sars è l’acronimo di Severe Acute Respiratory Syndrome) proprio per evitare qualsiasi connotazione negativa. Perché in questo caso non si è fatto qualcosa di simile?

Le parole sono importanti: creano mondi, orientano i pensieri e le azioni. Perciò, caro ministro Speranza, apprezziamo la volontà di rassicurare sul massimo impegno del governo nel fronteggiare l’epidemia, ma arrivare a dire, come ha fatto nei giorni scorsi, che la minaccia sarà affrontata “come se fosse la peste o il colera”, non è stata una grande idea. Perché in questo Paese il colera ricorda pessime gestioni del rischio e, peggio ancora, la peste evoca cacce agli untori e pire di cadaveri. Non è quel che dovremmo avere in mente. I paragoni fra i rischi sono sempre scivolosi, meglio evitarli.

E per finire parliamoci chiaro: questo nuovo coronavirus va preso sul serio, ma lo spauracchio del panico spesso evocato nelle cronache di questi giorni non ha niente da spartire con quel che stiamo vivendo. Il panico è un comportamento collettivo molto pericoloso, in grado di fare vittime, ma per fortuna è un evento raro perché si manifesta solo in presenza di tre condizioni: la percezione (fondata o meno che sia) di un rischio grave e imminente; l’assenza di una guida autorevole che indichi alle persone cosa fare; la sensazione di non avere scampo. Può scatenarsi per un allarme bomba tra una folla che non trova vie di fuga, non per un’epidemia che può essere gestita nell’arco di settimane o mesi. La ricerca storica ha svelato che il panico non si diffuse neppure durante la terribile epidemia di Spagnola del 1918, che causò 50-100 milioni di morti ed è considerata il peggiore degli scenari pandemici.

La comunicazione del rischio non ha certo lo scopo di fare allarmismo, ma abbiamo il diritto di essere preoccupati. Un livello di preoccupazione adeguato alla minaccia è indispensabile per prendere seriamente il rischio e adottare le contromisure necessarie. Panico, invece, è una parola che dovrebbe essere messa al bando nel racconto delle epidemie.

The post Coronavirus, il diritto a essere informati (e preoccupati quanto basta) appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it