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Pandemia coronavirus: finalmente, dopo quasi un mese di lockdown, s’inizia a intravedere la luce in fondo al tunnel. La Cina, dove tutto è iniziato, ha appena allentato le rigidissime misure adottate a gennaio: i cittadini di Wuhan non sono più soggetti al divieto di lasciare la metropoli e hanno iniziato timidamente a rimettersi in moto, pur con tutte le precauzioni del caso. La domanda che tutti ci facciamo qui, naturalmente, è quando succederà anche da noi (anche se i numeri che abbiamo in mano sono alquanto parziali). E, soprattutto, in quali modalità: si comincerà dal Nord, la zona dove si concentrano la maggior parte delle attività produttive, quella colpita per prima e che forse ha oggi un grado di immunità più alto? O dal Centro Sud, dove i contagi sembrerebbero essere più contenuti? Quali attività potranno riaprire subito? Quali dovranno aspettare, e quanto? Sono questioni del tutto legittime su cui la cittadinanza attende risposte da parte dei decisori, se non altro per prepararsi al meglio a quello che verrà. Al momento, tuttavia, l’unica risposta è che non c’è alcuna risposta. Non certa, per lo meno: gli esperti che abbiamo raggiunto ci hanno detto che le decisioni vengono prese ad horas e che attualmente tutte le ipotesi sono allo studio.

Cominciamo dalla teoria: secondo le regole auree dell’epidemiologia, per arrestare la diffusione di un agente infettivo (ovvero, detto in termini più formali, per ridurre a un valore minore di 1 il famigerato R0) bisognerebbe anzitutto raggiungere la situazione di zero contagi e poi prolungare tutte le misure di contenimento (lockdown, distanziamento sociale, presidi medici, igiene) per un periodo almeno pari a un ciclo intero di incubazione del virus – dato che tra l’altro al momento non è certo, ma che possiamo ipotizzare a circa due settimane.

Il che è però realisticamente impossibile: “Arrivare a zero contagi in tempi ragionevoli”, ci ha detto Gianni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie infettive all’Istituto superiore di sanità, “non è realistico. La Cina ci è riuscita, ma applicando delle misure di contenimento estremamente dure che non potrebbero essere replicate da noi”. Assodato questo, il mantra degli esperti è che per ipotizzare la fase due bisogna “aspettare i dati”: che tipo di segnali, esattamente, stiamo aspettando di vedere? “Un consolidamento di quanto sta già succedendo”, risponde Walter Ricciardi, del comitato esecutivo dell’Organizzazione mondiale della sanità. “Ovvero un’inversione di tendenza caratterizzata dalla decrescita costante del numero dei contagi. Dobbiamo osservare un segnale di questo tipo per almeno due settimane, e sfruttare questo tempo per prepararci adeguatamente alla fase successiva”.

Ricciardi, tra l’altro, è co-autore (insieme a John Ioannidis, che abbiamo intervistato qui su Wired) di un interessante articolo appena pubblicato su Jama Internal Medicine, dal titolo Cosa possono imparare gli altri paesi dall’Italia durante la pandemia Covid-19. Nel paper gli esperti hanno identificato i diversi fattori che, a loro dire, hanno contribuito all’anomalia italiana: demografia svantaggiosa (siamo il secondo paese con più anziani al mondo, dopo il Giappone), alto numero di fumatori e di soggetti con comorbidità, alta socialità tra giovani e anziani, casi molto concentrati in zone relativamente piccole, errori strategici degli ospedali e decentralizzazione del sistema sanitario. Elementi in virtù dei quali il nostro Paese è stato colto alla sprovvista dall’emergenza e ha dovuto adottare il lockdown “come ultima, cieca misura disperata”, testuali parole degli autori.

Se nell’acuto siamo dovuti ricorrere a una misura disperata, è lecito aspettarsi, però, che adesso le cose cambino. E che la fase due sia gestita con più lucidità e lungimiranza: è proprio su questo che abbiamo cercato di chiedere ulteriori lumi agli esperti. Ricciardi ci ha spiegato qual è la strada che ha in mente: “La riapertura potrebbe avvenire a diverse velocità. Non per fasce di popolazione, continuando per esempio a non far circolare gli anziani o i soggetti più a rischio, ma in modo più raffinato, ad personam. Per farlo, però, dobbiamo anzitutto allargare la strategia di tamponamento: ipotizziamo, per esempio, di prendere la temperatura a tutti gli operai di una fabbrica e poi sottoporre a tampone tutti quelli con temperatura alta. O, più in generale, di sottoporre subito al tampone chiunque lamenti anche un solo sintomo. Questa strategia deve essere combinata a un sistema di tracking tecnologico (cui si aderisce su base volontaria) che permette di ricostruire gli spostamenti e i contatti di chi risulta positivo. Tali contatti saranno poi a loro volta sottoposti al tampone, e isolati se positivi”. Secondo Ricciardi, il sistema sarà testato nelle prossime due settimane e dovrebbe essere pronto entro fine mese.

Altre idee, come per esempio la riapertura diversificata in differenti regioni di Italia, sono comunque al vaglio: “L’ipotesi di allentare le misure al Nord, il centro produttivo del paese, dove si presume ci sia più immunità, è sensata”, dice Rezza. “Ma allo stesso modo si può pensare di riaprire prima il Centro Sud, dove ci sono meno contagi. Entrambe le ipotesi sono sul tavolo e vanno studiate con cautela per garantire comunque la massima sicurezza dei cittadini”. Nessuno sbilanciamento in un senso né nell’altro, per ora.

Un’altra idea è quella di riaprire per prime le attività produttive meno a rischio, come per esempio il lavoro nei campi, e lasciare ancora chiuse le altre, come per esempio gli studi dentistici. Più probabilmente, per riuscire a superare l’emergenza bisogna mettere in campo un insieme pesato di tutte queste misure. E soprattutto bisogna farlo alla svelta, pena ripercussioni incalcolabili sull’economia e di conseguenza anche sulla salute dei cittadini: un’analisi sulla situazione tedesca, per esempio, condotta dagli esperti del Robert Koch Institut, mostra per esempio che riuscendo a fermare la corsa del virus entro Pasqua le conseguenze economiche del lockdown sarebbero simili a quella della depressione del 2009.

Uno scenario terribile, certamente, ma non il peggiore: nel caso in cui le misure non dovessero avere effetto, gli esperti hanno calcolato una diminuzione del prodotto interno lordo del 32% e della produzione industriale del 47%. In Italia, probabilmente, potrebbe andare molto peggio. E questa situazione, proseguono gli autori, avrebbe “conseguenze sociali e politiche difficili da immaginare”. Che genererebbero, a cascata, conseguenze disastrose anche sulla salute, con aumenti della mortalità infantile, dei suicidi e dell’incidenza di tutte le patologie. Una spirale tragica nella quale non possiamo in nessun modo rischiare di incanalarci.

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