(foto: chinaphotographer via Getty Images)

Chi va piano va sano e va lontano, dice il noto proverbio. Un detto che potrebbe essere applicato anche alla ricerca di un nuovo vaccino contro il coronavirus, che tutti vogliamo al più presto, ma senza rinunciare però a tutte le garanzie necessarie sul fatto che sia sicuro ed efficace. I tempi tecnici per lo sviluppo di un vaccino sono mediamente lunghi, dai 12 ai 18 mesi, e tutti vorremmo accorciarli per tornare quanto prima alla normalità. Ma non bisogna dimenticare che questi tempi sono necessari e che non si possono saltare gli step obbligatori della sperimentazione. Altrimenti le persone potrebbero rischiare di avere danni superiori ai benefici. Lo spiega bene Douglas Green in un editoriale su Science Advances, intitolato “Sars-Cov2 vaccines: Slow is fast” (“Vaccini contro Sars-Cov-2: lento vuol dire veloce”), in cui l’editore ricorda – è sempre bene ripeterlo – l’importanza di non avere fretta e l’essenzialità di avere tutte le prove scientifiche.

Dalla sicurezza all’efficacia

Il vaccino sembra ad oggi la strada migliore per contenere l’epidemia e arrivare alla fine della pandemia Covid-19. Le uniche alternative, ad oggi, sottolinea Green, sarebbero test a grandissima diffusione nella popolazione, contact tracing rigoroso oppure una terapia efficace (che per ora non abbiamo).

Attualmente sono in corso di studio 95 potenziali vaccini contro Covid-19 e qualcuno ha già mostrato di riuscire a produrre una risposta immunitaria attraverso anticorpi neutralizzanti che attaccano il virus. Ma questo elemento non implica che la sicurezza sia confermata e che un vaccino che mostri queste potenzialità sia pronto per uno sviluppo su larga scala. Inoltre, anche quando c’è la prova che l’organismo sviluppa questi anticorpi questo risultato non indica necessariamente che il vaccino sia pienamente efficace contro il virus, come sottolineavano i ricercatori cinesi che hanno appena ottenuto buoni risultati, nella fase 1, col vaccino Ad5-nCov contro il Sars-Cov-2.

Un effetto da evitare

È necessario studiare bene tutti i punti di forza ma anche le potenziali criticità, in termini di sicurezza, di un vaccino. In generale, un vaccino stimola la produzione di anticorpi neutralizzanti, che attaccano e bloccano il patogeno, e di anticorpi cosiddetti binding, che si legano al microorganismo e che, un po’ come una sorta di etichetta, ne segnalano la presenza ad altre cellule del sistema immunitario, che poi lo colpiranno. Ma questi anticorpi possono attaccarsi anche ad altre cellule del corpo umano e a volte danneggiarle, ad esempio favorendo la loro infezione.

Questo fenomeno è stato osservato in alcuni trial su vaccini contro la dengue, l’Hiv, l’ebola e nel coronavirus felino, che però è diverso dal Sars-Cov-2. In questi casi, che vengono messi in luce proprio grazie alla sperimentazione e prima che il vaccino arrivi alla persona, un individuo vaccinato può contrarre un’infezione di intensità più grave rispetto a quella che avrebbe avuto in assenza della vaccinazione. Questo perché gli anticorpi indotti dal vaccino si legano sia alle particelle virali sia – e non dovrebbero – ai recettori delle cellule immunitarie: in questo modo, in pratica, fanno da ponte fra il virus e queste cellule e favoriscono l’infezione. Fortunatamente questo fenomeno non si manifesta necessariamente e c’è già un vaccino contro Sars-Cov-2, testato su primati, che ha escluso la sua presenza.

La sperimentazione di un vaccino

La sperimentazione di un vaccino segue le stesse fasi di quella di un nuovo farmaco. Dopo la sperimentazione preclinica, su animali, c’è quella clinica, che è divisa in tre fasi. Nella prima, che coinvolge decine o solitamente al massimo 100 persone, l’obiettivo è fornire una prima dimostrazione della sicurezza e tollerabilità di un farmaco, per poi poter procedere. Nella seconda, estesa a più persone, si comincia a studiare l’attività del farmaco e la sua capacità di produrre l’effetto desiderato. Nella terza, la più estesa (circa decine di migliaia di persone), si punta a confermare efficacia e sicurezza.

I tempi dello sviluppo di un vaccino possono essere lunghi, solitamente dai 12 ai 18 mesi, ma a volte anche molto di più. Per questo, in situazioni particolari, come anche l’emergenza Covid-19, le autorità sanitarie, sempre scegliendo sulla base di un beneficio che supera il rischio, possono concedere di accorciare i tempi con cui si passa dalla sperimentazione preclinica a quella clinica oppure permettere che un maggior numero di persone siano coinvolte nelle prime fasi della sperimentazione. A tal proposito l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha da poco divulgato nuovi criteri etici per pensare a trial clinici “velocizzati” ma che rispettino i canoni essenziali e necessari della sperimentazione, sempre nell’ottica del chi va piano va sano e va lontano.

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