(foto: martin-dm via Getty Images)

L’emergenza coronavirus, insieme alle misure di distanziamento sociale, potrà comportare uno strascico negativo, per alcune persone, a livello di benessere psicologico e salute mentale. Per questo medici e specialisti raccontano in maniera efficace, in due articoli su Jama (uno su Jama Internal Medicine e l’altro su Jama Pediatrics), come gestire e ridurre lo stress. Lo fanno indicando anche azioni concrete per migliorare la propria capacità di far fronte alle difficoltà e riflessioni positive che possono indurci a scoprire nuovi punti di vista.

Dalla Sars a Covid-19

Ad oggi non disponiamo di molte informazioni sull’impatto psicologico di altre epidemie e pandemie in cui è stato necessario il distanziamento sociale. L’epidemia di Sars è stata associata a un aumento di stress e disturbo post traumatico da stress e altri problemi psicologici, come spiegano gli autori dell’articolo su Jama Internal Medicine, fra cui Sandro Galea, medico ed epidemiologo alla Boston University School of Public Health.

Le azioni e la routine

Il primo punto – spiegano gli autori – riguarda la creazione di una routine, anche e soprattutto per bambini e ragazzi a casa da scuola, insieme all’uso delle tecnologie per mantenerci connessi con gli altri. Questo non vale solo per la didattica: anche luoghi di culto, palestre, uffici, possono consentire a fedeli, utenti e lavoratori di rimanere collegati mentre svolgono le loro attività. Per le realtà in cui questo non è possibile, l’ideale sarebbe trovare strategie e approcci da remoto che consentano di valutare lo stato di salute anche psicologica delle persone.

In secondo luogo, in caso di situazioni particolari, come episodi di violenza domestica e abuso su minori è necessario, secondo gli autori, valutare il rapporto rischio-beneficio del distanziamento sociale, mentre i servizi sociali dovrebbero trovare nuovi approcci nuovi e creativi per rispondere alle segnalazioni. Il terzo punto: anche i sistemi e i servizi che si occupano della salute mentale dovrebbero affacciarsi all’emergenza con un approccio creativo per aiutare chi è in difficoltà. Oltre alla telemedicina e a gruppi a distanza, un’ipotesi potrebbe riguardare la formazione di “gruppi non tradizionali” (anche un pubblico più generale e non di soli specialisti), scrivono gli autori, per fornire un “primo soccorso psicologico”.

Resilienza, come si costruisce durante Covid-19

Nell’articolo su Jama Pediatrics, Abby R. Rosenberg del dipartimento di pediatria della University of Washington School of Medicine a Seattle, che si occupa di cure palliative, illustra che la resilienza è definita come “il processo di adattarsi bene di fronte ad avversità, traumi, eventi tragici, minacce o altre fonti significative di stress”. L’esperta, però, racconta di essersi interrogata per anni su cosa volesse dire non solo adattarsi ma adattarsi bene. Si è posta questa domanda dopo aver parlato con una coppia di genitori che avevano perso il loro figlio e che le avevano detto di essere resilienti perché continuavano ad alzarsi dal letto giorno dopo giorno e a svolgere il “duro lavoro di vivere senza il loro figlio”. La reazione dell’autrice è stata di stimare queste persone per la loro reazione e di formarsi un concetto di resilienza come di qualcosa che ha a che fare con l’adattamento e con la resistenza fisica più che anche al benessere psicologico.

Coronavirus, ora stiamo attraversando il guado

Ma al passare del tempo e dell’esperienza ha riconsiderato questo concetto e si chiesta se la resilienza sia solo questo – che non è poco, anzi è moltissimo, come da lei stessa riconosciuto, nella situazione descritta in precedenza – o se al passare del tempo possa esserci qualcosa in più. Quello che può cambiare e scattare nella mente, spiega, è che quando si supera un’avversità ed è trascorso un tempo sufficiente si può guardare indietro in prospettiva e ragionare su quanto si è stati forti in quella circostanza, su come si è cambiati anche a livello di identità personale e di consapevolezza. Gli stessi genitori, dopo diverso tempo, hanno condiviso con lei che ora si sforzano di vivere la loro vita al massimo perché il loro figlio non può più farlo.

E bisogna fare lo stesso anche nel caso di Covid-19, anche perché la resilienza non è qualcosa di innato (o comunque solo in parte) ma è frutto di un’azione deliberata, scrive. Ora stiamo attraversando il guado, ma dopo potremmo guardarci indietro con un nuovo spirito. E a livello individuale possiamo già lavorarci. Come? Chiedendoci come ci siamo comportati in altre situazioni difficili, facendo affidamento e ricordandoci delle nostre qualità, come determinazione, forza, ottimismo, procedendo a piccoli passi ed esprimendo gratitudine.

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