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L’epidemia da coronavirus 2019-nCoV in Cina non si placa e le ultime stime parlano di oltre 24mila persone contagiate in Cina e di circa 500 decessi. I casi confermati al di fuori del colosso asiatico, però, rimangono per fortuna pochi, tanto che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) non la ritiene una pandemia – almeno per il momento. Un segno che le misure di contenimento stanno funzionando? Forse che sì, forse che no. Per questo un team dell’università della California Los Angeles (Ucla) ha analizzato l’efficacia di uno dei sistemi di prevenzione della diffusione messi in campo, ossia lo screening dei viaggiatori in partenza e in arrivo dalla Cina. Secondo le stime dei ricercatori statunitensi questi test individuerebbero in media meno della metà delle persone infette. Lo studio è ancora in fase di revisione, ma il suggerimento è palese: bisogna fare di più.

Gli esperti della Ucla hanno utilizzato un approccio matematico (e sviluppato una app online) per ricavare delle stime di efficacia degli screening, che sono ormai attivi negli aeroporti di mezzo mondo e che la Cina effettua anche negli altri principali hub per gli spostamenti e sulle strade della provincia di Hubei, dove si trova la città di Wuhan, in cui si crede sia scoppiata l’epidemia.

Sulla base dell’esperienza di passate epidemie e variando i parametri di partenza, il modello ha generato una serie di scenari possibili: nel migliore gli screening dei viaggiatori permettono di individuare fino ai due terzi delle persone infette, nel peggiore una persona contagiata su dieci. In media, dunque, l’efficacia è inferiore al 50%.

Il perché è presto detto: il virus ha un tempo di incubazione che varia da pochi giorni a due settimane e i test (come quello della temperatura corporea) sui passeggeri possono bloccare solo le persone che in quel momento presentano dei sintomi riconducibili alla malattia da coronavirus. Gli asintomatici passano.

Ci sono poi molte altre variabili che possono influenzare l’efficacia dello screening: dalla preparazione degli operatori all’affidabilità degli strumenti di misurazione, fino alla possibilità che i viaggiatori eludano i controlli volontariamente.

Ciò, ovviamente, compromette gli sforzi dei governi per frenare la diffusione del virus, perché i funzionari di sanità pubblica dovrebbero trovare il modo di monitorare i viaggiatori nel tempo dopo il loro arrivo.

Come? Quarantena per i viaggiatori provenienti dalla Cina? Blocco aereo? Le soluzioni sono diverse, e ciascuna si porta dietro il suo strascico di polemiche e recriminazioni.

Ricordiamo, per esempio, che l’Italia ha bloccato i voli da e per la Cina e gli Stati Uniti hanno imposto uno stop temporaneo, contravvenendo alle indicazioni dell’Oms, che ritiene che le restrizioni di viaggio e commerciali portino al momento più costi economici che benefici effettivi.

A tal proposito riportiamo la precisazione di Gianni Rezza, direttore dell’Istituto superiore di sanità: “Si fa presente che i provvedimenti presi dal governo italiano in anticipo rispetto agli altri paesi Europei diminuiscono certamente la probabilità di arrivo di pazienti infetti, il che naturalmente non vuol dire che si possa escludere questa evenienza, anche perché il traffico dei passeggeri verso l’Europa non sarà mai del tutto bloccato. Quindi in questa fase si deve ragionare in termini probabilistici, ed è errato fare riferimento ad un ipotetico rischio zero. Certamente la diminuzione del volume di passeggeri in arrivo da zone a rischio riduce la probabilità di introduzione dell’infezione attualmente, ma ciò non vuol dire che il peggio sia passato in quanto bisogna tenere altissima l’attenzione finché i focolai cinesi particolarmente attivi non saranno posti sotto controllo”.

La preoccupazione principale però – sottolineano autori dello studio – dovrebbe essere rivolta ai Paesi più vulnerabili, come l’Africa e l’India, dove la popolazione (numerosa) non ha accesso a cure mediche avanzate. Una falla bella grossa nel piano di salvaguardia della salute pubblica globale.

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