(foto: Taechit Taechamanodom via Getty Images)

Basterebbe l’ossigeno per poter fornire un aiuto i paesi poveri a combattere l’emergenza sanitaria del nuovo coronavirus. La pandemia di Covid-19 si sta diffondendo rapidamente anche in alcune zone dell’Africa, nell’America latina e nel sud asiatico. Sono regioni dove spesso negli ospedali mancano ventilatori, bombole di ossigeno e altri presidi necessari per i pazienti che hanno una polmonite da Covid-19. Anche per questo, qui la mortalità è 3 volte più alta rispetto a quella di altre regioni. Le autorità locali e internazionali, insieme alle organizzazioni umanitarie, si stanno impegnando per raccogliere rifornimenti. Un articolo sul New York Times a firma di Donald G. McNeil Jr. racconta quali sono le (grandi) criticità e gli sforzi che si stanno facendo.

La carenza di ventilatori

Un problema importante riguarda la carenza di ventilatori di cui necessitano i pazienti più gravi. Un ventilatore costa fino a 50mila dollari. Inoltre se il paziente è molto grave e deve essere intubato (con una ventilazione meccanica invasiva) è necessaria una sedazione profonda con la presenza di un anestesista e un monitoraggio continuo di medici e operatori sanitari – tutti costi per cui molti paesi poveri non riescono a far fronte. Gli ultimi dati, riportati in un altro articolo del New York Times, parlano di una grave mancanza di questi apparecchi: alcuni paesi africani non ne avrebbero nemmeno uno, mentre altri ne avrebbero soltanto poche unità a fronte degli oltre 170mila posseduti dagli Stati Uniti.

Manca l’ossigeno e in Africa si muore

Per fortuna una bassa percentuale di pazienti con Covid-19 hanno un’infezione così grave da dover essere intubati, mentre una buona parte (circa il 15-20%) richiedono l’ossigeno ma senza bisogno di essere attaccati al ventilatore. “Solo il 3% dei pazienti hanno bisogno dei ventilatori”, ha detto al New York Times Kibrom Gebreselasie, specialista della terapia intensiva polmonare all’ospedale di Mekele in Etiopia. “Ma il 20% dei pazienti sono gravemente malati. Questo significa che circa il 20% di loro necessitano dell’ossigeno. L’ossigeno è la cosa più importante”.

Un problema sentito nei paesi poveri dell’Africa, ad esempio in Congo e in Nigeria (in Congo c’è anche una nuova epidemia di ebola), dove molte persone con Covid-19 arrivano in ospedale con una saturazione dell’ossigeno molto bassa, in qualche caso anche al 60% – mentre i livelli normali sono il 95% o più – rischiando di perdere la vita.

Ossigeno: la domanda supera l’offerta

A sottolineare la centralità dell’ossigeno usato a scopo medico è la stessa Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nella conferenza del 24 giugno. Con la crescita attuale dei casi, pari a un milione di nuovi contagiati a settimana in tutto il mondo, servirebbero 620mila metri cubi di ossigeno al giorno, ovvero 88mila grandi cilindri di ossigeno. Che manca soprattutto nei paesi poveri, come sottolinea l’Oms ricordando che l’80% del mercato dei concentratori di ossigeno, dispositivi fissi o mobili che producono questo elemento, è nelle mani di poche compagnie e la domanda attuale supera l’offerta.

Lo sforzo delle organizzazioni

I concentratori costano meno dei ventilatori, solo 1000 o 2000 dollari l’uno, funzionano con l’elettricità e consumano circa quanto un frigorifero. Per questo l’Oms, insieme alle Nazioni Unite, alla Banca centrale e all’Unione africana si stanno impegnando per fornire vari dispositivi ai paesi poveri stanno provando a raccogliere 250 milioni di dollari per dotare di ossigeno i paesi poveri non solo in Africa.

Anche la Alliance for International Medical Action (Alima), che ha trattato 123 pazienti in Congo, a maggio ha iniziato una campagna “Oxygen for Africa” per raccogliere donazioni e inviare 500 concentratori a sei paesi poveri. L’Unicef ha ordinato 16mila concentratori per 90 paesi, anche se per ora è stata in grado di consegnarne soltanto 700, come ha spiegato sul New York Times Jonathan Howard-Brand, del centro Unicef a Copenhagen. L’Oms ne ha ordinati altri 14mila, di cui 2000 sono già stati consegnati e altri 2000 sono in arrivo.

Altre criticità in Africa

Stando ai dati riportati dalla Johns Hopkins University & Medicine, attualmente in Africa ci sarebbero complessivamente 335mila contagiati e quasi 9mila morti, ma i numeri sono probabilmente molto sottostimati rispetto alla realtà a causa del ridotto numero di test effettuati. Oltre alla ridotta capacità diagnostica, secondo l’Oms soltanto il 19% dei paesi ha programmi di prevenzione e controllo delle infezioni all’interno delle strutture sanitarie e standard sufficienti per quanto riguarda l’igiene e la sanificazione. Qualche passo importante, però, è stato compiuto: stando ai dati dell’Oms della fine di maggio 2020, 51 paesi su 54 possono fare il test per Covid-19, mentre a metà febbraio erano solo 40 e inoltre 48 stati hanno sviluppato piani per coinvolgere le comunità locali nella prevenzione del virus, mentre prima erano solo 25.

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