I negozi chiusi a Roma (Photo by Christian Minelli/NurPhoto via Getty Images)

“Nulla in biologia ha senso se non alla luce dell’evoluzione”, è da questa celebre affermazione del grande biologo Theodosius Dobzhansky, che occorre partire per interpretare l’attuale pandemia del virus Sars-Cov 2, con l’idea che il passato possa aiutarci a capire il presente e ad attrezzarci per il futuro, persino quello della democrazia. Tutte le epidemie che hanno colpito homo sapiens sono state causate da cambiamenti nel rapporto che lega essere umano, ambiente e animali. Ciò che ha scolpito il nostro corpo e cervello, e quindi anche i nostri attuali comportamenti, sono stati i millenni passati in piccole bande isolate di cacciatori-raccoglitori nella savana del Pleistocene. Sebbene virus e batteri fossero di scena anche allora, le epidemie non esistevano. I nostri antenati dovettero convivere con infezioni (extracellulari) procurate da vermi e parassiti o da escoriazioni da traumi, ma non erano soggetti a ondate epidemiche poiché le ridotte dimensioni e l’isolamento delle tribù ne impedivano la propagazione.

Dopo l’ultima glaciazione, 10-12.000 anni fa, furono le società stanziali di agricoltori che dovettero adattare il proprio sistema immunitario — e con esso la dieta, il metabolismo e il comportamento — a infezioni (intracellulari) di virus, batteri e funghi che causavano contagi frequenti, dovute sia all’aumento (da dieci a cento volte) della densità abitativa, sia alla scoperta della domesticazione, ovvero alla stretta convivenza con animali da allevamento che permisero il salto di specie (spillover) delle loro infezioni all’umano: un fenomeno noto come zoonosi, che avviene quindi da migliaia di anni, e che smonta le strampalate tesi complottiste sull’origine dolosa delle epidemie nei laboratori.

Si pensi, per esempio, al morbillo evolutosi dalla peste bovina, all’influenza proveniente da suini e specie avicole, al vaiolo che ci giunge da bovini o cammelli, alla pertosse da maiali e cani, la peste da topi, conigli e lepri, o alle devastanti febbri emorragiche (tra cui l’ebola) proveniente da pipistrelli e scimmie, responsabili anche dell’Hiv. Nonostante le epidemie siano state ben più numerose e devastanti nel mondo ‘bio’ pre-industriale e non globalizzato, ancora oggi i pregiudizi spingono alcuni a ritenere che dietro Covid-19 ci sia lo sfruttamento ambientale, animale o persino (sic!) gli Ogm. Gli errori (bias) cognitivi che ci derivano dal nostro passato tribale, ci spiegano che nelle epidemie purtroppo riemerge il pensiero magico-religioso che le vede come una punizione divina o, similmente, come la Natura che si ribella agli abusi umani.

Il quadro evolutivo getta luce anche sulla storia antica e presente. Le convenzioni sociali o religiose su cibo, sessualità e trattamento dei cadaveri sono state per esempio utili per evitare le malattie, ma riflettono anche una logica emotiva, basata sull’evitare il disgusto — un tema rilevantissimo, che incardina l’attuale dibattito neuroetico, con ripercussioni democratiche, come emergerà nelle conclusioni. Si pensi alle frequenti abluzioni richieste dal Corano, ai diversi passi del Levitico su una malattia contagiosa e esantematicamente avversiva come la lebbra, o alla Bibbia che vieta di toccare «gli animali che strisciano per terra». Altre regole semitiche rimandano al concetto di mantenere la “purezza” delle categorie, ad esempio separando carne suina (con zoccolo fesso) dal latte.

Oggi sappiamo che i responsabili delle ultime epidemie di coronavirus, SARS nel 2002-3, MERS 2012-14 e Sars-Cov 2, sono i wet market asiatici, mercati dove le categorie di specie si contaminano perché si macellano animali da allevamento con quelli silvestri, che nella ricca Cina sono diventati uno status symbol detto yewei, una moda culinaria per le specialità selvatiche. Ospiti primari del coronavirus sono i pipistrelli, un virus attenuato da una lunga coabitazione evolutiva — come noi abbiamo fatto con il raffreddore, causato anche da altre specie di coronavirus, che ci accompagnano dal 1200 d.C. —, che poi trasmettono all’umano attraverso ospiti secondari come il pangolino, lo zibetto, i dromedari e i serpenti, animali appunto venduti nei wet market. La promiscuità delle popolazioni rurali asiatiche con pollame e maiali ha innescato anche le diverse epidemie stagionali di influenza suina e aviaria, come l’espansione urbana ha reso possibile in Africa il contatto con specie selvatiche come il pipistrello frugifero, il serbatoio virale che ha originato le recenti epidemie di Ebola.

L’evoluzione, si diceva, offre suggerimenti anche per il futuro. In primo luogo, suggerisce che in assenza di farmaci e terapie sono ancora valide le antiche pratiche di quarantena imposte dalla repubblica veneziana nel 1377 nel porto dalmata di Ragusa (oggi Dubrovnik). Pratiche che ci porterebbero per un certo periodo a vivere in piccoli gruppi familiari come ai tempi dei cacciatori-raccoglitori, un riadattamento cognitivo e comportamentale che avrebbe molte conseguenze psicologiche generali, nonché educative verso i figli.

In secondo luogo, l’evoluzione suggerisce che accettare la libera circolazione di Sars-Cov 2 accarezzata da alcuni governi è una pratica eugenetica e pericolosa, sconsigliata da tutti gli organismi sanitari internazionali. L’immunità di comunità che si raggiungerebbe con il 60% della popolazione infetta non è affatto assicurata perché il virus potrebbe ammettere reinfezioni, porterebbe all’ecatombe di centinaia di migliaia di cittadini — con una letalità di circa il 10%, quella del virus (3-4%) più quella causata dalla mancanza di cure intensive necessarie per il 5-7% degli infetti —, rendendo Covid-19 una malattia endemica presente in una porzione di popolazione ritrasmissibile sia attraverso i contatti uomo-uomo sia, forse, quelli uomo-animale, essendo un virus potenzialmente infettivo per gatti e cani (che hanno un vaccino per l’alfa-coronavirus e il coronavirus enterico) e animali da allevamento come i maiali. Se per questo o altri motivi non riuscissimo a eliminare la pandemia, potrebbero essere introdotte pratiche di quarantena modulari, che a seconda delle ondate isolino zone, persone e interi settori produttivi, usando varchi sanitari con tamponi e sistemi di controllo dei movimenti della popolazione tramite cellulari e social.

Anche su questi aspetti democratici e cognitivi l’evoluzione ci viene in aiuto. La “razionalità limitata” dimostra che la nostra architettura delle scelte in contesto di rischio, specie sanitario, è disadattativa, impiegando più tempo di quello necessario per prendere decisioni efficaci in contesti epidemici, come dimostrano i ritardi di molte nazioni nelle misure di contenimento. Gli studi neuro-cognitivi sul “sistema immunitario comportamentale” ci suggeriscono poi che durante le epidemie i gruppi umani, le cui attitudini etiche sono alterate dalla percezione del disgusto e delle malattie, tendono ad acuire sentimenti antisociali, xenofobi e antidemocratici, purtroppo confermati dalle accuse d’untore reciprocamente scambiate tra gli stati e, soprattutto, dalle crescenti misure restrittive imposte dalla quarantena. Il cervello del pleistocene tende ad avere la meglio in questi contesti, occorre invece attivare le zone prefrontrali per produrre un equo bilanciamento tra le esigenze di distanziamento sociale, la fiducia nella responsabilità soggettiva e le libertà individuali. Il suggerimento verso i decisori politici è quindi di usare verso la popolazione strumenti di raccomandazione e incentivazione, al limite di reciproco controllo o stigma sociale, anziché di pura coercizione. Anche in questo caso la storia ci ricorda che una volta contratti, riguadagnare diritti e spazi di libertà è prassi complicata e spesso coronata da insuccesso.

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