(foto: Bst Agency/Getty Images)

Sono passati mesi rispetto al primo picco dell’epidemia di Covid-19 in Italia, eppure sembra ancora resistere una certa confusione nell’interpretazione dei dati che quotidianamente le istituzioni (a cominciare dalla Protezione civile) comunicano attraverso i bollettini. Prendiamo il caso di lunedì 12 ottobre: +3.689 attualmente positivi, 39 decessi, 891 guariti o dimessi, e soprattutto 4.619 nuovi casi positivi individuati. Cosa ci dicono davvero questi numeri?

Il primo punto, che sembra ancora non essere stato del tutto metabolizzato – nemmeno da molti media, a giudicare dalle titolazioni quotidiane – è che non può essere il singolo bollettino a fornire un’indicazione di come il contagio stia evolvendo nel nostro Paese. Come abbiamo raccontato più volte qui su Wired, i dati del giorno sono in realtà un calderone in cui confluiscono informazioni raccolte con ritardi differenti dalle diverse aree d’Italia, quindi fotografano una situazione di qualche giorno indietro e non possono nemmeno essere associati a una specifica data sul calendario. Per di più, basta osservare le serie storiche per rendersi conto che ci sono delle periodicità settimanali nell’andamento dei dati, e per esempio il lunedì è quasi sempre la giornata con valori più bassi rispetto agli altri giorni, presumibilmente per via dell’effetto weekend e del fatto che di sabato e domenica le attività sono meno intense. Viceversa, il giovedì e il venerdì sono le giornate con numeri dei bollettini relativamente più alti.

E se il titolare il lunedì sera con “contagi in calo” costituisce ovviamente una non-notizia, perché basata su una stortura nel metodo di raccolta dati e non su un reale effetto nella circolazione del virus, va aggiunto anche che più in generale la variazione tra un giorno e il successivo non rappresenta mai un’indicazione affidabile. Indicazioni che possono arrivare solo dall’analisi della situazione in termini di trend, ossia guardando all’andamento tendenziale dei dati, o in alternativa lavorando con le medie fisse o mobili, per esempio a 3, 5 o 7 giorni. Tutte le elaborazioni, ovviamente, concordano con una progressiva crescita della circolazione del virus.

La questione tamponi

Anche se con un certo ritardo rispetto all’arrivo della pandemia in Italia, è ormai diventata prassi non limitarsi alla sola comunicazione del numero di nuovi casi positivi, ma di rapportare questo valore con il numero di tamponi eseguiti. Naturalmente, infatti, più si cerca il virus e più lo si trova, o perlomeno si aumenta la quota di persone infettate che vengono intercettate. Se l’ormai celeberrimo rapporto percentuale positivi/tamponi è certamente un passo avanti rispetto al numero di positivi da solo, ciò non significa che sia di per sé un’indicatore infallibile.

Anzitutto perché presenta lievi anomalie nei giorni intorno al weekend (presumibilmente perché certe attività di screening o di testing per verificare le guarigioni vengono svolte con intensità diverse), e poi perché è un indicatore sensibile alla strategia con cui i tamponi stessi vengono eseguiti. Se si tamponassero persone in modo assolutamente casuale, infatti, è evidente che il numero di positivi sarebbe inferiore rispetto al caso in cui si testino contatti stretti di persone positive o a maggior ragione persone sintomatiche. Infine, più che i tamponi eseguiti sarebbe utile calcolare questo rapporto usando come denominatore le persone sottoposte al primo tampone, sottraendo dal computo quelli di controllo. In prospettiva, dato che è un tema emergente, non è nemmeno chiarissimo in che modo rientreranno in questo computo i cosiddetti test rapidi, basati sul tampone ma con test antigenico.

Fatte salve queste precisazioni, che impongono di guardare al dato percentuale senza andare troppo in profondità nei decimali, il rapporto positivi/tamponi pare comunque nel complesso il miglior strumento oggi a disposizione per valutare la circolazione generale del virus, almeno come indicazione di massima. Pure qui il trend è che emerge è di inesorabile crescita: nell’ultimo mese siamo infatti passati da valori compresi tra 1% e 2% fino a superare negli ultimi giorni il 5%.

I dati clinici

Un altro modo di raccontare l’evoluzione dell’epidemia è quello di basarsi sui soli casi gravi e gravissimi, ossia di monitorare i ricoveri ospedalieri di persone sintomatiche, i ricoveri in terapia intensiva e i decessi. Premesso che in molti casi la Covid-19 non è l’unica patologia da cui i pazienti sono affetti, ma che comunque la distinzione tra morti per e morti con la Covid-19 è insensata, l’andamento di questi dati nel tempo è una chiara indicazione della situazione, anche perché permette di fare (più facilmente che con altre tipologie di numeri) un confronto rispetto alla situazione di uno o più mesi addietro.

Il dato più emblematico è probabilmente quello dei ricoveri in terapia intensiva, che dopo il minimo a quota 38 in piena estate sono progressivamente risaliti fino agli attuali oltre 450. E lo stesso vale per i decessi, mediamente inferiori ai 10 al giorno a luglio e agosto e adesso risaliti (non tantissimo, per ora) fino a quota 30 circa. Anche per questo dato, comunque, vale la pena di affidarsi a strumenti statistici un po’ più robusti – come una banale media settimanale – piuttosto che ragionare sugli aggiornamenti giornalieri.

Glocal

Nonostante la circolazione del virus in queste ultime settimane sia molto più distribuita sul territorio rispetto a quanto fosse a marzo e ad aprile, valutare il solo dato nazionale può portare a qualche stortura. A rappresentare situazioni potenzialmente critiche, infatti, sono quelle aree dove la concentrazione di casi è più alta, e dove si potrà eventualmente intervenire con misure più rigorose. Insieme ai dati complessivi, quindi, può essere sensato scendere nel dettaglio regionale o anche provinciale dei trend.

Lo sguardo potrebbe quindi essere a due prospettive: una globale, che si concentra alla situazione complessiva della pandemia, l’altra locale, focalizzata sull’effettiva circolazione del virus in specifiche aree urbane. I dati nazionali si pongono come una via intermedia tra le due, hanno un proprio valore ma non necessariamente rappresentano la scala migliore per descrivere ciò che sta accadendo.

Occhio ai confronti

Tanto sui social quanto nel dibattito pubblico, politico e mediatico sono frequenti le comparazioni tra situazioni. Tra l’Italia e gli altri Paesi europei, tra l’oggi e la scorsa primavera, tra la Covid-19 e altre patologie, tanto per citare alcune delle più chiacchierate. Fino ad arrivare, all’estremo, ai tentativi di confronto tra la probabilità di morire a causa del nuovo coronavirus e quella di essere colpiti da un asteroide.

Tuttavia, anche tralasciando le argomentazioni folli, molti di questi confronti sono poco sensati tanto da un punto di vista logico quanto statistico. Per esempio, quando si tratta del conteggio dei casi positivi, sono decisive le strategie con cui viene eseguito il monitoraggio sul territorio. Questo significa che sia a livello geografico (soprattutto tra Paese e Paese) sia a livello temporale i confronti possono essere falsati da queste differenze: i circa 5mila casi odierni di nuove positività non sono confrontabili con quelli che si avevano all’inizio di marzo.

Un confronto puramente concettuale, ma decisivo, è quello tra periodi corrispondenti di anni diversi. Al momento si tratta di un confronto impossibile, perché un anno fa i dati (perlomeno quelli ufficiali) erano tutti a zero, ma il fatto che già a metà ottobre si stia avendo a che fare con un gran numero di casi e con un tasso di crescita significativo genera qualche preoccupazione. Il timore, infatti, è che con la stagione fredda si possa generare una dinamica simile a quella dei virus dell’influenza stagionale, e in questo senso oggi saremmo appena all’inizio dell’ondata di contagi. Di questo tipo di confronti probabilmente si parlerà molto in futuro, perché rappresentano un modo di capire come stia cambiando la circolazione del virus da un anno all’altro, regolando di conseguenza i comportamenti di prevenzione.

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