(foto: Noam Galai/Getty Images)

Bar, ristoranti, palestre e alberghi. Sono questi i luoghi in cui il rischio di contagio da coronavirus è risultato essere più elevato dopo la loro riapertura. La soluzione? Non chiuderli, ma ridurre la loro capacità massima. A sottolinearlo sono stati i ricercatori della Stanford University e della Northwestern University, che hanno appena messo a punto un modello matematico in grado di simulare nel dettaglio come Covid-19 si diffonde nelle città. “Abbiamo costruito un modello informatico per analizzare il modo in cui persone di diversa estrazione demografica e di quartieri diversi visitano tipologie di luoghi più o meno affollati”, ha spiegato l’autore Jure Leskovec. “Sulla base di ciò, abbiamo potuto prevedere la probabilità di nuove infezioni che si verificano in un dato momento e luogo”. Lo studio è stato appena pubblicato sulle pagine di Nature.

Per determinare in che modo la mobilità delle persone influenzi la diffusione del coronavirus, i ricercatori hanno analizzato gli spostamenti fatti da marzo a maggio scorso di ben 98 milioni di americani in 10 delle più grandi aree metropolitane, tra cui New York, Chicago, San Francisco. Oltre a osservare dove le persone si recano, per quanto tempo rimangono in uno specifico posto, e quante altre persone incontrano nello stesso luogo e momento, hanno analizzato una serie di dati demografici, stime epidemiologiche e informazioni anonime sulla posizione dei cellulari, riuscendo a mettere a punto un modello matematico che sembra confermare come la maggior parte delle trasmissioni del coronavirus avvenga nei siti superspreader, di superdiffusione, e in particolare ristoranti, palestre, bar e hotel a servizio completo, che fanno sì che le persone si ritrovino in spazi ristretti per lunghi periodi di tempo, aumentando considerevolmente il rischio di trasmissione del coronavirus. Secondo le stime, raccontano i ricercatori, nell’area metropolitana di Chicago il 10% dei punti di interesse (ovvero i luoghi che le persone tendono a visitare regolarmente) potrebbe essere collegato all’85% delle nuove infezioni registrate.

Non solo: dal loro modello, infatti, è emerso che le minoranze e le persone a basso reddito non possono ridurre drasticamente la mobilità: escono di casa più spesso per motivi di lavoro, e fanno acquisti in negozi più piccoli e affollati rispetto a persone con redditi più elevati, che possono invece lavorare da remoto e rivolgersi per esempio a servizi di consegna a domicilio per evitare di fare la spesa. A Chicago, per esempio, i ricercatori hanno previsto che la riapertura completa dei luoghi di superdiffusione comporterebbe l’infezione di un ulteriore 39% della comunità a basso reddito in un quartiere entro un mese, rispetto al 32% della popolazione generale.

coronavirus
(immagine: Serina Yongchen Chang)

Dati preziosi per le future azioni dei governi, che suggeriscono come non sia necessario un blocco totale per mesi, se si riuscisse a limitare la capacità massima di questi luoghi al 20-50% e diminuire così il rischio di contrarre il virus (pari a circa l’80% delle nuove infezioni). “Senza alcuna riduzione della mobilità il 30% dell’intera popolazione di queste città verrebbe infettata”, ha spiegato Leskovec. “Il nostro modello offre la prova più forte finora che le politiche di isolamento emanate la scorsa primavera hanno ridotto il numero di spostamenti e rallentato il tasso di nuove infezioni”. Bisogna, però, precisare che lo studio presenta alcune limitazioni, tra cui il fatto che si tratta di simulazioni (e non di situazioni reali) e che non siano stati presi in esame molti altri luoghi, come le scuole, le case di cura e le carceri, tutti associati a focolai di coronavirus.

The post Coronavirus: quali sono i luoghi più a rischio di contagio? appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it