(foto: Vernon Yuen/NurPhoto)

In un certo senso la storia si ripete. Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni – la diffusione di continui aggiornamenti dalla Cina sul coronavirus 2019-nCoV e una crescente preoccupazione generale – sembra essere un copione già vissuto. In effetti il tipo di virus e i sintomi generati dal nuovo agente patogeno hanno molte analogie con altri due coronavirus già entrati nei libri di storia: Mers-CoV, responsabile della cosiddetta sindrome respiratoria mediorientale e che vide un aumento di casi nel 2014, e Sars-CoV, associato alla sindrome acuta respiratoria severa e il cui picco epidemico fu nel 2003. E non si può non citare un terzo importante caso di questo secolo: tra il 2009 e il 2010, infatti, si è verificata un’altra pandemia virale, questa volta associata al virus H1N1 e ribattezzata giornalisticamente influenza suina, arrivata fino alla fase 6 (la massima) dei livelli di allerta pandemica.

La gestione dei focolai epidemici è un insieme di complesse procedure che toccano ambiti quali la ricerca scientifica, la gestione dei flussi di persone, le strategie sanitarie nazionali e internazionali, l’attività di organizzazioni mondiali e l’attivazione degli enti locali. Il tutto in un contesto in cui con grande velocità le persone tendono a spostarsi di Paese in Paese e a entrare in contatto con moltissimi individui.

Per dare la misura di quanti siano i fattori da considerare, già nel 2006 il nostro ministero della salute aveva diffuso un lungo documento su come preparare una risposta nazionale a una pandemia virale. Secondo un protocollo ormai ben consolidato, le fasi chiave dell’azione consistono dapprima nell’identificazione dei casi, poi nell’attivazione di misure che riducano i contagi, quindi nella creazione di procedure per garantire il funzionamento dei servizi sanitari essenziali anche in un’eventuale fase critica e infine nel continuo monitoraggio dell’evoluzione dell’epidemia.

Ciascuna di queste fasi è a sua volta un insieme di azioni combinate. L’identificazione, per esempio, passa attraverso l’isolamento dell’agente patogeno, lo studio delle sue caratteristiche, l’analisi dei sintomi peculiari che fa insorgere e la messa a punto di un sistema di diagnosi accurato e rapido. Ciò è essenziale non solo per identificare le persone contagiate e predisporre misure di contenimento, ma anche per capire quali trattamenti o farmaci possano essere sviluppati e impiegati per arginare o bloccare l’epidemia.

Come ha spiegato anche Nature, però, la storia ci insegna che la probabilità di avere un vaccino disponibile in tempi rapidi è piuttosto remota. Se si dovesse idearlo da zero, infatti, sarebbero necessari anni di studi e sperimentazioni, e l’unica speranza concreta è che si possano sfruttare i risultati ottenuti nella produzione di altri vaccini per virus simili a 2019-nCoV. In Cina, infatti, si è ancora al lavoro dopo anni di ricerche per ottimizzare un vaccino contro la Sars, e il tipo di azione che questo trattamento dovrebbe garantire (ossia il blocco dei recettori usati del virus per infettare le cellule) potrebbe in linea teorica funzionare anche per il nuovo coronavirus. Per il momento, però, le uniche strategie che si possono mettere in atto consistono nella somministrazione di farmaci che contrastino e attenuino i singoli sintomi dell’infezione (senza però fornire una vera cura) e soprattutto nel ridurre il più possibile le occasioni di trasmissione da persona a persona, confidando che il sistema immunitario di sani e malati possa fare il resto.

Come è avvenuto il controllo della malattia?

Il caso che sembra essere più simile a quello d’attualità è proprio la Sars, prima vera minaccia globale alla salute pubblica di questo millennio. A suo tempo, nel già citato 2003, la strategia numero uno per in contenimento dell’infezione è stata la quarantena: migliaia di persone vennero isolate, nelle città più colpite (Singapore e Hong Kong, ad esempio) le scuole restarono chiuse per settimane, a chiunque fosse entrato in contatto con un malato fu imposto di restare chiuso in casa per 10 giorni, aumentati a 21 per i pazienti dimessi dall’ospedale. Per verificare il rispetto delle regole, fu istituito un sistema di controllo della presenza in casa tramite telefonate casuali, telecamere e l’istituzione di un dipartimento ad hoc delle forze dell’ordine.

In seguito ad alcune violazioni, i controlli furono ulteriormente inaspriti con braccialetti elettronici, fu imposta la distruzione degli oggetti contaminati, fu creato un sistema dedicato per il trasporto delle persone contagiate, fu istituito il reato di falsa testimonianza sulla propria condizione e furono individuate aree contaminate off limit e centri di trattamento separati per i pazienti colpiti dalla Sars.

Anche in Canada furono attivate misure eccezionali, e fu sconsigliato di intraprendere viaggi arei verso il Paese. In alcuni aeroporti strategici vennero installati degli strumenti per la misura della temperatura dei passeggeri, inclusi scanner termici, e a Singapore studenti e insegnanti furono equipaggiati con termometri digitali per controllare la temperatura corporea più volte al giorno. A livello globale, poi, l’Organizzazione mondiale della sanità creò un network di medici e ricercatori per condividere più rapidamente possibile informazioni sui pazienti e dettagli sul virus.

Per quanto riguarda l’Italia, ci furono solo 9 casi probabili (poi ridotti a 4), tutti di ritorno dalla Cina, e le misure di isolamento funzionarono, evitando ulteriori contagi. Nessuno manifestò la malattia vera e propria, e l’unica vittima italiana fu il medico italiano Carlo Urbani, che fu anche colui che, in Vietnam, identificò la minaccia e la portò all’attenzione mondiale. L’epidemiologo Giovanni Rezza spiegò che il nostro Paese (così come l’Europa in generale) fu fortunato, perché sul nostro territorio il virus non arrivò nei giorni precedenti alla diramazione dell’allerta globale.

Diversa è la situazione nel caso della Mers, che non è mai sfociata in un vero picco epidemico, probabilmente per il livello di contagiosità inferiore da persona a persona e la scarsa resistenza del coronavirus all’esterno del corpo umano. In quel caso non sono mai state attivate speciali procedure di contenimento, e ancora oggi non è chiaro da dove continuino a generarsi i pochi casi che si manifestano (pipistrelli e cammelli sembrano essere il serbatoio naturale del virus).

Quello che abbiamo sbagliato, e forse imparato

Nel 2007 l’Organizzazione mondiale della sanità pubblicò un libro e un documento di sintesi sulle azioni intraprese durante il picco della Sars, evidenziando anche le lezioni apprese. La prima è che le pratiche zootecniche e del commercio animale hanno in grande impatto sulla salute umana. Le evidenze scientifiche hanno mostrato che un ruolo determinante in quell’occasione è stato svolto della civetta delle palme nella Cina meridionale, e soprattutto che lo stretto contatto tra persone e animali ha favorito il passaggio del virus all’uomo. Proprio come nel caso dell’influenza aviaria e della suina, un grande passo avanti consisterebbe nell’abbandonare le pratiche veterinarie e zootecniche più vecchie e meno igieniche. Anche nel caso del nuovo coronavirus, peraltro, il luogo ritenuto più probabile come punto di avvio del contagio è un mercato dove si trovano molte specie animali (a Wuhan). In generale tutti i luoghi dove gli animali vengono venduti o allevati possono diventare potenziali luoghi di partenza di nuove epidemie, soprattutto se viene meno il rispetto di una serie di precauzioni sanitarie.

Un secondo aspetto, che tende a essere sempre meno vero più passa il tempo, è che sono le conquiste della medicina e della biotecnologia del secolo scorso a darci gli strumenti per affrontare le epidemie dal punto di vista clinico e della ricerca, mentre le ultime scoperte faticano a tradursi in qualcosa di concreto o si limitano a qualche miglioria di dettaglio. Questo, almeno, si diceva 13 anni fa analizzando gli anni della Sars, ma oggi siamo consapevoli che nuove tecniche hi-tech ci forniscono strumenti più potenti per il sequenziamento genico e lo sviluppo di farmaci. Già allora, però, era netta la consapevolezza che la cooperazione della comunità scientifica mondiale in uno sforzo congiunto è determinante per contrastare al meglio, e in fretta, le minacce di salute pubblica in una realtà globalizzata.

In cima alla lista degli errori del passato c’è un tema che ha pochissimo a che fare con la scienza, che è la comunicazione. Mancanza di trasparenza, tentativi da parte delle autorità nazionali di negare il problema e report parziali o falsificati per paura di danneggiare l’economia sono solo alcuni esempi di pratiche non solo scorrette ma anche determinanti nella propagazione di epidemie che si sarebbero potute contenere in modo migliore. E oggi è chiaro che la comunicazione scorretta da parte di un singolo Paese può creare confusione a livello mondiale, far diffondere il panico e creare danni alla salute pubblica a livello mondiale. Ecco perché la trasparenza e l’onestà intellettuale nel raccontare chiaramente che cosa si sa e che cosa ancora non si sa sono ritenute strategie chiave nella gestione effettiva di un’epidemia, tanto dal punto di vista clinico quanto a livello sociale.

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