(foto: Igor Petyx/Getty Images)

Con l’avvio della vera fase 2, dall’inizio di questa settimana, l’attenzione mediatica sull’Italia è rapidamente virata dalle questioni di carattere sanitario verso temi di tutt’altro genere. Le prime pagine di molti giornali, e non solo, si sono presto riempite di notizie politiche, economiche e sulla macchina della ripartenza, in tutte le sue varianti imprenditoriali, commerciali e goliardiche. Come se, d’improvviso, la pandemia di Sars-Cov-2 dal punto di vista del sistema sanitario fosse diventata un’argomento vecchio e di cui smettere di curarsi.

Le notizie sulla Covid-19, che pure continuano ad arrivare, si concentrano su nuove terapie più o meno promettenti, su ricerche scientifiche e paper che aggiornano di momento in momento le nostre conoscenze sulla malattia, nonché sulla gestione dei flussi di persone, dagli aerei ai cocktail bar. E poi, vista anche la ricorrenza dei tre mesi dall’inizio formale dell’epidemia in Italia, sugli errori e sui retroscena delle prime settimane.

Il grande assente, insomma, è il modo in cui il nostro sistema sanitario sta affrontando e ha intenzione di affrontare il prosieguo dell’epidemia, soprattutto di fronte alla possibile (e probabile) risalita dei contagi come effetto della fine del lockdown. E il motivo per cui non se ne parla, più che un difetto dell’ecosistema mediatico, è che in effetti le nuove iniziative scarseggiano. Insomma, un piano sanitario strutturato ancora non c’è.

La novità è che non ci sono novità

Al fatto che l’Italia fosse probabilmente poco attrezzata per affrontare la fine del lockdown avevamo dedicato un approfondimento un mese fa. Da allora, certamente la pressione sulle terapie intensive e il computo dei nuovi casi positivi giornalieri hanno avuto un trend al ribasso, e allo stesso tempo molti luoghi di lavoro si sono equipaggiati per rispettare le misure igieniche e di distanziamento fisico.

Tuttavia sul fronte della celeberrima strategia delle 3T (testa, traccia, tratta), che dovrebbe essere il fondamento del contenimento del contagio, la situazione è ferma da settimane. Non si tratta solo del palese ritardo cui l’app di contact tracing farà la sua comparsa sui nostri smartphone – al netto delle questioni sulla sua effettiva utilità pratica – ma dell’intero ecosistema di gestione dei nuovi casi.

L’indagine di sieroprevalenza, annunciata ormai da tempo immemore su un campione di 150mila persone, è sì partita, ma ora che siamo nel pieno della fase 2 non ne conosciamo ancora i risultati. Sui test sierologici sembra in generale regnare l’anarchia per quanto riguarda l’utilizzo pratico, e una volta accantonata l’idea del patentino di immunità ogni regione (quando va bene) sta indicando una propria metodologia di utilizzo. Non è chiaro infatti se dal punto di vista amministrativo sia meglio essere positivi o negativi al test, né se il risultato debba essere considerato vincolante o solo indicativo (da un punto di vista scientifico, ha un intrinseco margine di errore, e soprattutto restano incertezze sul significato della presenza di immunoglobuline in termini di contagiosità).

I kit per eseguire i tamponi sembrano non essere più un collo di bottiglia, ma a iniziare dalla Lombardia continuano ad arrivare notizie e dichiarazioni sulla carenza di reagenti per analizzare i campioni raccolti. Tanto che nell’ultimo mese il numero medio di tamponi eseguiti ogni giorno è rimasto pressoché costante, nonostante le promesse di continuare a intensificare sempre di più l’attività di testing. E il potenziamento della sanità territoriale, ritenuto da tutti un pilastro fondamentale per una gestione efficiente dell’epidemia, si è concretizzato in iniziative sparse e di dubbia efficacia, tanto che possiamo dire di essere ancora abbondantemente all’interno della fase delle proposte, più che in quella esecutiva.

Partiti all’arrembaggio

Nonostante gli annunci, i diagrammi di flusso allegati ai decreti e le indicazioni del comitato tecnico-scientifico, alla fine la fase 2 è partita assecondando le esigenze di natura politica ed economica, più che quelle sanitarie. E se la curva dei contagi, inclusi i valori di R0, ha dato indicazioni incoraggianti, va detto che il post-lockdown ha avuto inizio senza che di fatto fossero garantite quelle condizioni che fin da subito erano state dichiarate come necessarie per la ripartenza. Persino il monitoraggio, ossia la raccolta precisa e puntuale delle informazioni su scala locale e la loro aggregazione a livello provinciale, regionale e nazionale, non sembra aver ancora raggiunto un livello di affidabilità sufficiente, visto che si continuano ad avere ritardi di comunicazione.

La speranza implicita è che se si eviterà di commettere gli errori più eclatanti che hanno caratterizzato il periodo a cavallo tra febbraio e marzo (vale a dire lentezza nel prendere provvedimenti drastici, gestione scellerata delle case di riposo, assenza di dispositivi di protezione per personale sanitario e popolazione generale,…) questo possa bastare per scongiurare una crescita esponenziale dei contagi. Forti anche delle conoscenze scientifiche sempre più solide su come trattare i pazienti e della capienza aumentata dei reparti di terapia intensiva, da un punto di vista ospedaliero la situazione è certamente migliore di quella di fine febbraio. Ma da queste migliorie su aspetti particolari a una strategia generale, ce ne passa.

Come ampiamente prevedibile, già dalle prime ore dall’inizio della fase 2 si sono moltiplicate le segnalazioni di comportamenti poco rispettosi delle regole di distanziamento e delle prescrizioni sulle mascherine, e di fronte ai nuovi casi positivi (che risalgono a giorni addietro, ma comunque circa 2mila negli ultimi 3 giorni) il tracciamento dei contatti si basa quasi esclusivamente sull’intervista a voce. Non si prevedono comunque test di alcun genere per i contatti stretti, a meno che non si manifestino sintomi. E, non di rado, anche a chi manifesta sintomi viene consentito l’accesso ai test solo qualora il quadro clinico si faccia particolarmente serio.

Aspettare il piano sanitario sarebbe impossibile

Forse la realtà della situazione non richiede spiegazioni particolarmente complesse. Siamo così lontani da una vera riformulazione del sistema sanitario che aspettare di portare a termine il processo di cambiamento sarebbe impensabile dal punto di vista della tenuta economica del sistema-Paese.

A un certo punto, insomma, quel che è stato fatto è stato fatto, e la fase 2 è dovuta cominciare. Certo, abbiamo imparato tutti (o almeno dovremmo) l’importanza della responsabilità individuale nel contribuire al contenimento del contagio. Ma il piano sanitario vero, quello che avrebbe dovuto accompagnarci in questa forse lunghissima fase 2, di fatto resta tuttora il grande assente.

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