(foto: Klaus Vedfelt via Getty Images)

Già da qualche tempo si inizia a parlare e a ipotizzare una seconda fase, la ormai nota fase 2, successiva al lockdown, che prevede una ripresa graduale delle attività produttive e della vita sociale. Tuttavia, non si conosce ancora il dettaglio di come avverrà questa ripresa e su quali basi scientifiche poggerà la decisione di allentare determinate misure restrittive attualmente in atto.

Un parametro spesso citato dagli scienziati è R0, il numero di riproduzione base (o tasso netto di riproduzione), che indica quante persone possono essere contagiate da un singolo individuo che ha l’infezione. Per esempio se R0 vale 2, in un dato momento, questo significa che ciascun paziente con Covid-19 può infettare altre due persone con cui viene in contatto. Mentre un R0 più basso di 1 indica che solo qualche persona contagia un’altra persona, mentre alcune non contagiano più nessuno: in questo caso l’epidemia può essere contenuta. Se nel pieno dell’epidemia R0 era intorno a 2 o 3, oggi sembra essere più basso di 1 (anche se i dati della Protezione civile non sono così affidabili come pensiamo). Ma R0 è davvero l’unico parametro importante da valutare per pensare alla fase 2?

Dietro il numero R0 ci sono tanti ingredienti

Intanto, bisogna pensare che R0 è come una torta composta da vari ingredienti che non quantifichiamo ma che concorrono a spiegare se e come l’epidemia è sotto controllo. E fra gli ingredienti di R0 ce ne sono alcuni da tenere in considerazione per pianificare una ripartenza in piena sicurezza.

In particolare, come spiega l’Istituto superiore di sanità (Iss), la probabilità che una persona ne infetti un’altra dipende dalla durata dell’infettività del virus, da quali misure restrittive sono state prese e da quanto sono efficaci – anche quanto le persone vi aderiscono. Ma anche dal numero di contatti che ogni individuo contagiato può avere, dato che per esempio se si trova in isolamento a casa ma convive con altri familiari la probabilità che qualche familiare si contagi è maggiore rispetto al caso in cui viva da solo. Come anche se una persona è positiva ma non sa di esserlo perché asintomatica e non ha ricevuto un tampone, non è in isolamento e il rischio di un contagio verso altri è più alto rispetto al caso in cui abbia ricevuto il test per il nuovo coronavirus.

I cinque strumenti per tenere basso R0

Insomma, R0 è un numero che potrebbe dirci molto. Nella conferenza della Protezione civile del 17 aprile 2020, Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, ha sottolineato che R0 attualmente si attesterebbe su un valore di 0,8, dunque più basso di 1. E ha aggiunto che per mantenere basso e far scendere ancora questo numero – quando è pari a 0 l’epidemia è conclusa – servono cinque strumenti. I cinque strumenti sono: il contact tracing, lo svolgimento dei tamponi, l’uso dei dispositivi di protezione individuale (le mascherine), la permanenza degli ospedali Covid-19 e l’implementazione dell’efficacia della medicina territoriale. Ne aggiunge poi un sesto, che non deve mai essere sottovalutato, anche nella gestione e nella comunicazione dell’epidemia: la responsabilità dei comportamenti individuali. Come vediamo, alcuni di questi strumenti sono proprio gli ingredienti citati sopra che compongono il numero R0.

Le domande da porsi, secondo l’epidemiologo

Ma anche Pier Luigi Lopalco, epidemiologo e responsabile del Coordinamento emergenze epidemiologiche della Regione Puglia, ha commentato l’argomento in un articolo su MedicalFacts, spiegando cosa ci dicono i numeri e quali sono i più importanti, oltre a R0.

Fra i focus ci sono di nuovo i tamponi e la capacità di fare un certo numero di tamponi: quanti tamponi si riescono a fare in una settimana ogni 1000 abitanti? E quanti di questi risultano positivi? Sono due valutazioni che potrebbero essere utili per capire quanto si è in grado di effettuare la diagnosi e quanto sia ancora (o in futuro sarà) presente il virus. Anche la stima dei casi registrati dal sistema di sorveglianza di cui non si conosce l’origine è importante: questo ha a che fare più con le capacità di contact tracing, dato che generalmente quando una persona risulta positiva le si domandano tutti i suoi spostamenti nei 14 giorni precedenti per capire da dove sia partito il contagio. Altra domanda essenziale prima di pianificare la fase due: quanti focolai sono ancora aperti? Una domanda utile, poi, anche per capire come si debbano regolare i sistemi sanitari riguarda la quota di casi Covid-19 gravi attuale (e futura) – non a caso Locatelli rimarcava l’importanza della permanenza degli ospedali Covid-19.

La prevenzione e la rete di sorveglianza

Gli ultimi due punti messi in luce da Lopalco riguardano la prevenzione in termini di sorveglianza e capacità di bloccare eventuali nuovi focolai sul nascere. Quanto è efficiente (nel caso esista) un sistema di sorveglianza di tosse e febbre, diffuso sul territorio, attraverso pediatri di famiglia e medici di medicina generale? L’obiettivo è chiaramente quello di riuscire a individuare precocemente campanelli d’allarme della diffusione dell’infezione. E anche qualora i sintomi siano più gravi, si chiede se esiste un sistema di allerta che in tutti gli ospedali del territorio sia in grado si segnalare un eccesso di ricoveri causati da malattia respiratoria acuta grave. A svolgere questo ruolo è per esempio il sistema di sorveglianza InfluNet dell’Iss che, nonostante riguardi l’influenza, rileva i casi gravi e i numeri delle complicanze e evidenzia se c’è un aumento statistico significativo rispetto agli anni precedenti, che possa far sospettare la presenza di altre patologie oltre all’influenza stagionale o altri elementi non considerati.

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