(foto: Antonio Masiello/Getty Images)

Quando non si sa cosa fare, in tempo di pandemia, si danno i numeri. Con la pretesa, non di rado, di trarre da quei numeri delle conclusioni generali, senza però che la statistica e la logica supportino le tesi proposte. L’ultimo esempio, in termini cronologici, è probabilmente il “primo bilancio sulla riapertura delle scuole di cui ha dato conto a inizio settimana la ministra dell’istruzione Lucia Azzolina citando i dati emersi da un monitoraggio condotto dal suo stesso ministero nei giorni scorsi. Sui dati in sé non si discute: 1.492 casi di positività al Sars-Cov-2 riscontrati tra gli studenti, 349 tra i docenti e altri 116 nel personale non docente. Ossia, spannometricamente, 2mila persone in tutto nel mondo della scuola.

La conclusione tratta da Azzolina su questi dati, come riportato da fonti stampa, è “la scuola non ha avuto impatto sull’aumento dei contagi generali, se non in modo molto residuale”. Motivando questa affermazione con la percentuale (naturalmente molto piccola) di nuovi contagiati rispetto al totale di ciascuna categoria: 0,021% degli studenti, 0,047% dei docenti e 0,059% dei non docenti.

Perché i dati c’entrano poco con la scuola

I numeri presentati hanno un non trascurabile problema di tempistiche. Come è apparso evidente in moltissime circostanze, infatti, il tempo necessario affinché un comportamento (o un divieto) si traduca in numeri dell’epidemia occorrono molte settimane, spesso un paio di mesi. L’effetto sulla curva epidemiologica è lento a palesarsi perché è necessario, affinché ci siano variazioni apprezzabili su scala regionale o nazionale, che si susseguano più cicli di incubazione e contagio.

In che modo si possa pretendere di misurare già oggi l’effetto dell’apertura delle scuole, a sole 3 settimane dal via, non è chiaro. Anche perché, lo ribadiamo, va considerato il tempo di incubazione del virus, che è mediamente di quasi una settimana, e a volte anche di un paio. A cui aggiungere pure i tempi per la richiesta, l’esecuzione, l’analisi, la refertazione e la trasmissione degli esiti dei tamponi, che complessivamente porta via qualche ulteriore giorno.

Per di più, anche se l’informazione è passata un po’ in sordina, i dati non sono aggiornati alla fine della scorsa settimana, ma riferiti al solo periodo 14-26 settembre. Vale a dire alle prime due settimane di scuola, se va bene, perché non va dimenticato che in alcune regioni si è ripreso più tardi, il 24 settembre. In pratica, quello che si è misurato è lo status quo dei contagi al momento dell’apertura. Contagi che, dunque, sono presumibilmente avvenuti in gran maggioranza al di fuori della scuola, prima ancora che le lezioni riprendessero. E che nulla ci dicono di cosa stia accadendo tra i banchi.

Giochi di decimali, giochi di percentuali

Premesso dunque che non si sta affatto analizzando l’effetto della riapertura delle scuole, veniamo ai numeri relativi. Anzitutto, è ovvio che se si calcolano le percentuali di nuovi casi rispetto a un intero gruppo sociale si ottengono numeri bassissimi. Qualche esempio? Nella giornata di lunedì 5 ottobre i nuovi positivi in Italia sono lo 0,004% della popolazione, e nell’ultima settimana sono stati poco più dello 0,02%. Complessivamente gli attualmente positivi sono lo 0,098% e da inizio epidemia si è contagiato lo 0,54% degli italiani. I numeri piccolissimi riferiti alla scuola, dunque, non sono poi così bassi se rapportati al resto delle statistiche, ma anzi perfettamente in linea con il dato generale nazionale (anche perché, lo ribadiamo, di fatto fotografano una situazione precedente all’effetto-apertura).

Giocando con i numeri, si potrebbero presentare gli stessi dati in modo diverso. Per esempio, sempre nel periodo 14-26 settembre in Italia sono stati registrati poco più di 20mila nuovi casi, e i 2mila della scuola sono il 10% del totale. In pratica un contagio su 10 proviene da persone che orbitano nelle scuole. Un valore che ci indica comunque come il comparto dell’istruzione abbia una fetta importante dei casi, ma che di per sé non è affatto allarmante: tra studenti, docenti e personale, infatti, abbiamo a scuola più del 10% della popolazione.

Ma quindi la scuola è fonte di contagi o no?

Che piaccia o meno, è semplicemente troppo presto per dirlo. A meno di situazioni eclatanti, che ci si augura non si verifichino proprio, solo un’analisi più accurata permetterà di trarre conclusioni. Oltre alla questione temporale, che posticipa qualunque valutazione perlomeno a fine mese, o magari anche a fine novembre, sarà decisivo approfondire altri aspetti peculiari. Per esempio, è noto che tra i giovani i casi lievissimi o del tutto asintomatici sono molto frequenti, dunque l’esecuzione dei test rapidi e l’allargamento della platea dei controllati potrà permettere di scattare una fotografia più precisa della situazione reale.

Più difficile, poi, riuscire davvero a stabilire quanti dei contagi dei più giovani avvengano effettivamente a scuola e non in altre occasioni di socialità (basta pensare allo sport, o al ritrovo nel piazzale antistante l’edificio scolastico), e anche quanti dei contagi in famiglia possano essere considerati conseguenza diretta di eventuali trasmissioni del virus tra i banchi di scuola.

Infine, il vero stress test del sistema scolastico arriverà con la stagione fredda, con l’arrivo concomitante dell’influenza stagionale (dalla sintomatologia simile alla Covid-19) e con il fisiologico riacutizzarsi di tutte le patologie respiratorie. Insomma, staremo a vedere, nella speranza che le soluzioni di prevenzione messe in campo e il buonsenso di tutti diano una mano a contenere la circolazione del virus tra le mura scolastiche.

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