(foto: Horacio Villalobos/Corbis via Getty Images)

Il fumo di sigaretta potrebbe proteggere dal nuovo coronavirus? La risposta potrebbe sembrare ovvia: finora, infatti, la scienza ci dice chiaramente che i fumatori hanno maggiori probabilità di soffrire di forme più gravi di Covid-19. Eppure, secondo un team di ricercatori dell’ospedale di La Pitié-Salpetrère di Parigi sembrerebbe invece il contrario, o meglio che una precisa sostanza, la nicotina (e non il fumo in generale), abbia un qualche effetto protettivo dall’infezione del nuovo coronavirus. Dai loro risultati preliminari, che stanno in questi giorni facendo discutere l’intera comunità scientifica, è emerso che solamente il 4,4% di 343 pazienti ricoverati per Covid-19 era un tabagista. Un percentuale molto bassa rispetto a quella stimata sulla popolazione generale. Che relazione c’è, quindi, tra fumo e coronavirus? Precisiamo fin da subito che lo studio non è stato ancora sottoposto alla revisione di altri scienziati (la cosiddetta peer review) ed è soprattutto uno studio osservazionale, non dimostra perciò un’associazione di causa-effetto. I risultati non implicano affatto che il fumo non faccia male o che sia una sorta di difesa tra noi e il virus . Tuttavia, bisogna riflettere anche sul fatto che per quanto ancora poco conosciamo il nuovo coronavirus, anche una relazione che daremmo per scontata (come appunto quella tra fumo e coronavirus), possa generare incertezze.

I risultati dello studio francese sono senza dubbio del tutto inaspettati, a maggior ragione se pensiamo che tra i bersagli principali del nuovo coronavirus ci sono proprio i polmoni. Basta pensare, inoltre, che sul sito del ministero della Salute, gli esperti sottolineano come il fumo possa rendere più vulnerabili a contrarre l’infezione rispetto ai non fumatori. “Questa maggiore vulnerabilità deriverebbe dall’atto stesso del fumo: le dita, ed eventualmente le sigarette contaminate, arrivano a contatto con le labbra e questo aumenta la possibilità di trasmissione del virus dalla mano alla bocca”, scrivono dal ministero. Inoltre, a causa del fumo, i tabagisti possono avere una malattia polmonare sottostante o una ridotta capacità polmonare e “questo aumenterebbe notevolmente il rischio di sviluppare forme di malattia gravi, come la polmonite”, si legge sul sito. E a scansare i dubbi è anche l’Organizzazione mondiale della sanità. “Il fumo danneggia i polmoni e altre parti del corpo e ti rende più vulnerabile all’infezione da Covid-19. È il momento giusto per smettere di fumare per salvaguardare la salute”.

Ma che cosa hanno osservato esattamente i ricercatori del nuovo studio francese? In poche parole, ipotizzano che una specifica sostanza contenuta nel tabacco, la nicotina, possa ridurre il rischio di infezione da Covid-19. Analizzando un totale di 480 pazienti positivi al coronavirus analizzati, i ricercatori si sono accorti che tra i 350 ricoverati in ospedale (di 65 anni di età in media) solo il 4,4% era un fumatore regolare. E anche dei restanti (di 44 anni di età in media), che presentavano sintomi meno gravi e che sono stati sottoposti a quarantena domiciliare, solo il 5,3% era una tabagista. Considerando fattori come l’età e il sesso, spiegano i ricercatori, queste percentuali sono notevolmente più basse rispetto a quelle osservate nella popolazione generale e stimate dalle autorità sanitarie francesi del 40% tra i 44 e i 53 anni e tra l’8 e l’11% di età compresa tra i 65 e i 75 anni.

Come spiega il neurobiologo francese Jean-Pierre Changeux, che ha revisionato lo studio, una possibile spiegazione potrebbe essere quella che la nicotina impedisca al nuovo coronavirus di raggiungere le cellule, impedendone di conseguenza la diffusione. In particolare, è il recettore nicotinico dell’acetilcolina (nAChR) che svolgerebbe un ruolo chiave nella fisiopatologia dell’infezione e che spiegherebbe la varietà di sintomi osservati nella Covid-19. La nicotina, aggiunge l’esperto, potrebbe anche ridurre una risposta eccessiva da parte sistema immunitario (la nota tempesta di citochine), riscontrata spesso nei casi più gravi di Covid-19.

Come riporta il Guardian, i dati provenienti dagli ospedali di Parigi hanno mostrato che su 11mila pazienti, l’8,5% erano fumatori (la percentuale dei fumatori totali è del 25% circa). A indagare sulla relazione tra fumo e coronavirus è stata anche una meta-analisi pubblicata sullo European Journal Internal Medicine, secondo cui nei fumatori positivi al coronavirus sono stati osservati livelli ridotti del recettore Ace2. Tuttavia, nei cinque studi passati in rassegna dai ricercatori, in uno solamente il fumo è risultato essere un forte predittore della gravità della Covid-19, mentre nelle altre quattro ricerche prese in esame l’associazione non è risultata statisticamente significativa.

“Il nostro studio trasversale suggerisce che chi fuma regolarmente ha molte meno probabilità di sviluppare un’infezione sintomatica o grave da coronavirus rispetto alla popolazione generale”, hanno scritto gli autori dello studio. “L’effetto è significativo. Il rischio è diviso per cinque per i pazienti ambulatoriali e per quattro per quelli ricoverati in ospedale. Raramente lo osserviamo in medicina”. I risultati, sottolineiamo, dovranno comunque essere confermati e lo stesso team di ricerca ha ora in programma di svolgere sperimentazioni nelle quali verranno somministrati cerotti alla nicotina sia agli operatori sanitari, per testare l’effetto preventivo, sia ai pazienti affetti da Covid-19, per osservare un ipotetico effetto terapeutico. “Sulla base di questi risultati, non dobbiamo concludere che ci sia un effetto protettore del fumo di tabacco, che contiene molti agenti tossici”, precisa Florence Tubach, tra gli autori dello studio. “Solo la nicotina o altri modulatori del recettore della nicotina potrebbero avere un effetto protettivo, e mantengo il condizionale perché il nostro lavoro rimane di osservazione”.

Che la nicotina possa essere protettiva è quindi ancora da dimostrare, ma che il fumo faccia male alla salute è sempre bene ricordarlo. “È ormai dimostrato che il fumo di tabacco attivo e passivo nuoce gravemente la salute ed anche che favorisce le infezioni respiratorie”, spiega Roberta Pacifici, direttore del Centro nazionale dipendenze e doping dell’Istituto superiore di sanità. “Non ci stupisce quindi che recenti studi relativi al Covid-19 abbiano evidenziato un rischio di malattia più severa tra i fumatori. Un terzo in più dei fumatori positivi al Covid-19 presentava all’atto del ricovero una situazione clinica più grave dei non fumatori, e per loro il rischio di aver bisogno di terapia intensiva e ventilazione meccanica è più che doppio”. Questi studi, prosegue l’esperta, suggeriscono anche che la condizione di fumatore spieghi la differenza di genere nel tasso di letalità riscontata che sarebbe del 4,7% negli uomini contro il 2,8% nelle donne.

The post Cosa dice davvero lo studio francese sulla relazione tra fumo e coronavirus appeared first on Wired.





Leggi l’articolo su wired.it