(foto: Piqsels)

Non esistono attività svolte in spazi condivisi con altre persone che siano a rischio zero per la trasmissione del nuovo coronavirus. Ma, naturalmente, occorre trovare un equilibrio tra la necessità di mantenere in vigore le misure anti-contagio e l’urgenza sempre più pressante di interrompere le chiusure a oltranza. Soprattutto quando si parla di settori – come nel caso dello sport – in cui non si tratta solo di riavviare dei comparti dell’economia, ma soprattutto di un’attività che ha molto a che fare con il benessere psicofisico delle persone.

Come ben noto, in una condizione di lockdown totale (o di zona rossa) le palestre e le piscine è previsto restino chiuse, e le uniche attività sportive permesse sono quelle individuali e svolte all’aperto. Ora che le regioni italiane stanno virando prima dal rosso all’arancione e poi dall’arancione al giallo, però, il tema della riapertura degli impianti è pronto a diventare centrale nel dibattito pubblico e nelle decisioni della politica.

In ordine cronologico, l’ultima novità per il nostro paese è la stesura di un documento con una serie di regole che potrebbero essere quelle alla base della ripartenza, stilato dal ministero dello Sport e poi sottoscritto – con alcune piccole modifiche – dal Comitato tecnico scientifico. Si tratta ovviamente di un documento preliminare, perché l’effettiva riapertura e i dettagli fini delle regole potranno diventare ufficiali solo con un intervento del governo tramite Dpcm, che potrà avvenire dopo l’insediamento del nuovo esecutivo. Tuttavia, la discussione è già aperta.

Distanziamento e mascherine

Lo abbiamo imparato tutti molto bene nel corso dell’ultimo anno: mantenere la distanza interpersonale e indossare le mascherine sono due utilissime precauzioni contro la trasmissione del virus. Nel caso delle attività sportive, però, ci sono alcuni elementi da tenere in considerazione. Anzitutto, soprattutto per le attività di tipo aerobico (per non parlare di quelle in acqua) l’utilizzo della mascherina è sconsigliato o impossibile, perché rappresenterebbe un ostacolo alla respirazione e vanificherebbe l’effetto benefico dello sport. E poi, allo stesso tempo, va tenuto conto che mentre si è sotto sforzo si tende a respirare con più impeto e dunque anche le droplet generate sono di più e possono essere proiettate più lontano. Forse non tanto quanto con uno starnuto non parato, ma certamene più di quanto possa accadere in un ristorante o in un bar.

Per questo motivo, le soluzioni possibili sono almeno un paio. Una è di fare indossare le mascherine a tutte le persone che possono farlo, come istruttori, allenatori, operatori e – per gli sport agonistici consentiti – giocatori in panchina, arbitri e giudici di gara. L’altra è di prevedere una distanza di sicurezza maggiore del solito. Dal punto di vista scientifico, come ovvio, più distanziati si sta e meglio è, e la soluzione di compromesso suggerita dal Comitato tecnico scientifico è di restare a una distanza minima di 2 metri.

Nel caso delle piscine, in cui per forza di cose ci si sposta di continuo nell’acqua, è più pratico determinare la capienza massima di ogni vasca, ossia di prevedere un’area minima per ogni persona. Se si applicasse una regola geometrica al criterio di distanziamento delle palestre si avrebbero poco meno di 4 metri quadrati a testa, ma tenendo conto che la configurazione è dinamica si opta di solito per un valore maggiore. Nello specifico, il ministero dello Sport ha proposto 7 metri quadrati, mentre i tecnici hanno suggerito di salire a 10.

Disinfettare tutto e fare solo l’essenziale

Oltre che di scienza, si tratta di buon senso: più si sanificano gli ambienti e le superfici, meno è probabile che il virus si possa trasmettere. Anche se il contagio tramite superficie è in generale una possibilità piuttosto remota, la superfici dove si appoggiano le mani o altre parti scoperte del corpo, magari con abbondante sudorazione, rappresentano un possibile veicolo di contagio da non trascurare. Dunque la pulizia di materiali e attrezzi dopo ogni uso, la disinfezione delle mani con distributori di gel alcolico disseminati ovunque e l’uso di tappetini di protezione dove possibile sono fuori discussione.

L’altro criterio guida è quello di evitare i rischi inutili. Indumenti lasciati sparsi negli spogliatoi o in giro per la sala attrezzi, bicchieri o bottiglie condivise tra più persone, fazzoletti di carta abbandonati in giro o gettati senza sigillarli bene sono tutte azioni che sarebbe meglio (e probabilmente sarà obbligatorio) evitare. A questo si aggiungono poi le docce, che per propria natura richiedono di levare la mascherina e rappresentano un ambiente ad alta frequentazione dove la trasmissione aerea è più probabile: per questo, si valuta di vietarne l’uso, consentendo però l’ingresso negli spogliatoi per quelle attività dove non ci si può organizzare diversamente.

A questo si aggiungono poi una serie di precauzioni ulteriori: indossare la mascherina in tutti i momenti in cui tenerla non crea problemi (negli spogliatoi, nelle aree di passaggio, alla segreteria,…), lavare gli indumenti utilizzati e le salviette dopo ogni uso (possibilmente separati dagli altri capi) e igienizzare i tappetini comuni tra un uso e il successivo.

Rischi nascosti e probabile effetto su Rt

Quantificare con precisione il livello di rischio associato alle palestre, così come per le scuole, i ristoranti e le altre attività sportive, è molto difficile. Tuttavia, ci sono alcune considerazioni scientifiche che possono essere d’aiuto. Come emerso anche da una piccola inchiesta della Bbc, un elemento importante da considerare è che molte delle persone che popolano le palestre sono giovani e sane. Ciò da un lato significa che mediamente si tratta di individui meno in pericolo rispetto ad altre fasce della popolazione, ma dall’altro nasconde un possibile tranello di percezione: nelle persone più in forma e non anziane è mediamente più alta la probabilità che il Covid-19 si manifesti in forma asintomatica o con sintomi lievissimi, dunque imbattersi in un asintomatico (a parità di numero di persone incontrate) è più probabile rispetto a quanto accadrebbe in una Rsa o in un circolo per anziani.

Anche se tutti concordano che una palestra non sia paragonabile per livello di rischio generale a una Rsa o a una struttura sanitaria, un altro elemento da tenere in considerazione è che mentre si pratica sport è più probabile che ci si tocchi il viso, magari per asciugare il sudore o sistemare i capelli. E questo, unito al fatto che esistono molte superfici comuni, rende essenziale il rispetto delle norme igieniche.

Nel complesso, secondo alcune stime realizzate con i dati raccolti fino alla scorsa estate, l’impatto delle sole palestre e piscine a livello di indice Rt potrebbe essere quantificato intorno a 0,1. Tuttavia, come ha raccontato la rivista Science, molto dipende da quanto rigorosamente le misure anti-contagio vengono implementate e rispettate, ma anche dal valore assoluto di Rt e dalla circolazione generale del virus presso la popolazione. Se il valore di Rt al momento della riapertura è basso, per esempio, l’impatto delle palestre potrebbe essere sostanzialmente nullo. Le attività più a rischio in assoluto, in tutti i casi, risultano essere le lezioni di gruppo, e naturalmente gli sport di squadra.

Il principio della gradualità

Un ultimo criterio guida per le riaperture è quello di calibrare le misure in base alla condizione epidemica generale. Il che significherebbe, per il nostro paese e secondo le regole a oggi in vigore, sulla base del colore delle regioni. Assodato che in zona rossa non si possa fare alcunché (a parte le attività individuali all’aperto) e che in zona bianca si possa fare (quasi) tutto, resta da stabilire come regolare le zone gialla e arancione.

A oggi la proposta sul tavolo per l’Italia è che in zona arancione si possano svolgere attività in palestra e in piscina, ovviamente individuali, e pure le attività sportive dilettantistiche (anche per sport di squadra e di contatto) purché sempre in forma singola e senza creare assembramenti. Queste includerebbero anche le attività di danza e l’educazione fisica a scuola, per lo meno negli ordini scolastici aperti e con attività individualizzate. In zona gialla, invece, si aggiungerebbero gli allenamenti in modalità completa (ma non le partite) anche per gli sport di squadra dilettantistici e di base, facendo venire meno la questione dell’individualità delle attività e ammettendo interazioni.

L’altro possibile criterio, utilizzato in varie parti del mondo, è quello della suddivisione degli sport in base al livello di rischio. Questo dipende da tantissimi fattori: numero di giocatori, livello di contatto, uso di oggetti che passano di mano in mano, numero di spettatori, durata delle partite, tipologia di trasferte e molti altri. Una divisione spesso utilizzata è in rischio alto, medio e basso. Sono a rischio tipicamente alto il ballo di coppia, gli sport che prevedono forme di lotta e il football americano, a rischio medio la gran parte degli sport di squadra come calcio, pallavolo, pallacanestro, tennis, baseball e hockey, mentre a rischio basso ci sono golf, nuoto, corsa, sci e sollevamento pesi. Ma le classificazioni possono variare a seconda dei criteri scelti, e del fatto che si consideri parte integrante dello sport anche tutto ciò che orbita intorno, come nel caso dello sci che non si limita al solo momento della discesa sulla neve.

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