Il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, a Vo’ Euganeo (Roberto Silvino/Ipa)

Quanto dura la protezione contro Covid-19 fornita dagli anticorpi per chi ha avuto l’infezione e l’ha superata? Sicuramente 9 mesi. Forse anche di più, ma non sappiamo ancora. Lo afferma un nuovo studio, condotto dall’università di Padova, insieme all’Imperial College London, e coordinato dal virologo Andrea Crisanti. L’indagine, svolta a Vo’ Euganeo, primo epicentro veneto dell’epidemia, mostra che a distanza di 9 mesi dall’incontro col virus la quasi totalità dei guariti (ex pazienti Covid) presenta anticorpi specifici anti Sars-Cov-2, una parte importante della risposta immunitaria, ancora ad alti livelli. La ricerca, pubblicata su Nature Communications, non indica in alcun modo che le persone guarite possano smettere di seguire le norme protettive o non rischino di essere contagiate, magari da nuove varianti del virus.
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Il monitoraggio con i test sierologici

Il comune di Vo’ Euganeo, fortemente colpita dall’epidemia, torna sotto i riflettori con uno studio – non il primo svolto qui durante la pandemia – sulla risposta immunitaria della popolazione locale. I ricercatori hanno svolto test sierologici a tappeto e ripetuti su più di tre quarti dei circa 3mila abitanti di Vo’, di cui alcuni nel febbraio e marzo 2020 hanno contratto Covid-19, sia in forma grave sia lieve oppure senza sintomi. Nel novembre 2020 il 98,8% di queste persone presentavano gli anticorpi contro il coronavirus a livelli rilevabili e significativi. Il risultato vale sia per i casi sintomatici sia per gli asintomatici. Ci sono stati anche casi in cui nel tempo i livelli degli anticorpi aumentavano, un risultato che probabilmente è frutto di re-infezioni, dunque nuovi incontri del virus, che hanno potenziato l’attivazione del sistema immunitario.

Le regole per i guariti

La questione della durata della risposta immunitaria, sia nei vaccinati che non hanno mai incontrato il patogeno sia nei guariti, è da tempo al centro del dibattito sanitario. Riuscire a rispondere è importante per capire meglio quante dosi dovranno ricevere i convalescenti e quando è bene somministrare le vaccinazioni. Attualmente le linee guida raccomandano di fornire la vaccinazione almeno a distanza di tre mesi ma non oltre i sei. Da marzo, inoltre, una circolare del ministero della Salute ha indicato che è possibile somministrare una sola dose di vaccino per chi ha avuto Covid-19. Non ci sono nuove indicazioni, anche se questa prova – insieme ad altre – potrebbe aiutare ad avere più informazioni sulla durata dell’immunità.

Da come sono avvenuti i contagi al contact tracing

Lo studio va oltre la questione dei guariti e si sofferma sulle modalità di contagio e sull’efficacia di alcune delle misure adottate per contenerlo. In particolare circa una persona positiva su 4 ha trasmesso l’infezione a un familiare. Stando a questi dati (che riguardano Vo’ ma che in parte potrebbero essere generalizzati) e ricostruendo le catene dei contagi, la maggior parte delle persone non ha trasmesso il virus ad altri, e pochi casi primari sono alla base di tutte le infezioni secondarie. Il risultato fornisce un’ulteriore prova dell’importanza dell’isolamento per i positivi e delle altre norme – mascherine, distanza, lavaggio delle mani – per difendersi.

Inoltre, laddove non è stato possibile effettuare l’isolamento preventivo dei casi e in assenza di lockdown il contact tracing manuale (il tracciamento tradizionale, chiedendo al paziente di elencare i contatti) non è stato sufficiente a impedire la diffusione dei casi. Stando allo studio la ricerca manuale dei casi positivi, commenta Crisanti, risulta avere un impatto limitato se non affiancata dallo screening di massa. Altra ragione per cui il monitoraggio attivo e continuo, il contact tracing e la capacità di sequenziare il virus sono armi importanti anche in questa fase in cui nuove varianti sembrano sempre più farla da padrone.

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