Il decennio che sta per concludersi verrà probabilmente ricordato come uno dei più importanti di sempre dal punto di vista tecnologico. Per quanto non si siano registrate conquiste rivoluzionarie (come può essere stato lo sbarco sulla Luna o la nascita di internet), la rapidità con cui le innovazioni digitali si sono succedute e l’impatto che hanno avuto sulla società è stato davvero impressionante.

Tra innovazioni nate negli anni Dieci e altre che solo in questo decennio si sono realmente diffuse, l’elenco è interminabile: deep learning, cloud, smart speaker, visori per la realtà virtuale e per la realtà aumentata (oltre a smartwatch e tablet) sono un esempio di tecnologie fondamentali figlie di questo decennio. Social network, smartphone, piattaforme streaming di musica e film, blockchain & criptovalute, piattaforme per la sharing economy e chissà quante altre ancora sono invece esempi di innovazioni digitali nate qualche anno prima, ma che sono nel decennio che sta per chiudersi si sono diffuse.

Per capire quanto il 2010, nella nostra epoca accelerata, sembri preistoria, bastano pochi dati: Facebook aveva 500 milioni di utenti e Instagram non esisteva nemmeno; Netflix era disponibile solo negli Stati Uniti e i suoi introiti si basavano ancora principalmente sulla spedizione di DVD via posta; Spotify era invece una curiosa novità che non usava nessuno. Nel complesso, solo il 7% della popolazione globale possedeva uno smartphone. Un’altra epoca.

All’alba degli anni Venti, la sensazione è di essere di fronte a un passaggio di testimone: alcune tecnologie stanno per essere sostituite, altre molto attese rischiano di finire nel nulla e almeno un paio di altri grandi cicli decennali stanno per aprirsi. Ecco cosa aspettarsi dalla tecnologia nell’anno che sta per cominciare.

L’avvento degli smart glasses

Se dovessimo scegliere un’icona tecnologica degli anni Dieci non avremmo dubbi: lo smartphone. Ed è quindi altamente simbolico che all’inizio del nuovo decennio si assista ai primi passi della tecnologia che sostituirà il dispositivo più importante della nostra epoca: i visori in realtà aumentata, che incorporeranno definitivamente il mondo digitale in quello fisico.

I due ambienti non saranno più separati, come ancora avviene oggi, ma si fonderanno l’uno nell’altro grazie alla realtà aumentata. Le indicazioni di Google Maps saranno proiettate direttamente sulla strada, osservare un monumento farà apparire le informazioni a esso relative, le notifiche dei social network o delle mail compariranno in un angolo della nostra visuale. In poche parole, giungerà a compimento quel processo graduale che sta portando la nostra esistenza a essere, come direbbe Luciano Floridi, onlife.

Ovviamente, tutto questo non avverrà nel corso del solo 2020, ma è proprio in quest’anno che vedremo nuovi passi importanti: il visore più ambizioso, il Magic Leap One, è appena stato ufficialmente commercializzato, Snapchat ha pronti i nuovi Spectacles, Amazon vende i suoi Echo Frames con integrato Alexa, Apple prepara il suo grande sbarco nel 2023. Ogni colosso sta seguendo una strada diversa: da chi preferisce puntare su visori ingombranti ma già dotati della maggior parte delle caratteristiche (come Magic Leap o gli Hololens di Microsoft) e chi invece su occhiali dalla forma il più possibile normale e con funzionalità quindi ancora limitate (Spectacles e Echo Frames).

Una cosa però è certa: gli smart glasses sono la nuova frontiera della tecnologia commerciale. E il 2020 sarà l’anno in cui vedremo compiere grandi passi avanti.

E le auto autonome, invece?

Se andate a cercare gli articoli scritti attorno al 2015 dalle testate specializzate di tutto il mondo, troverete sempre la stessa previsione: entro il 2020 le auto autonome diventeranno realtà e noi saremo scorrazzati per le città liberi dall’onere della guida. Bene, il 2020 è arrivato ma le self driving cars si sono incagliate: certo, la tecnologia esiste così come i veicoli che vengono testati su strada dalle aziende del settore, ma i progressi sembrano essersi fermati e ormai nessuno si attende davvero che questa innovazione entri in commercio nei prossimi anni.

È una storia ci insegna due cose: la prima è che non bisogna dare troppo credito alle previsioni tecnologiche (ehm…), la seconda è che gli addetti ai lavori hanno (comprensibilmente) sovrastimato i progressi dell’intelligenza artificiale che guida questi veicoli. Qualche anno fa, il deep learning procedeva a velocità impensabili: ogni settimana c’era una nuova sensazionale scoperta e sembrava proprio che la qualità dell’apprendimento delle macchine non facesse che migliorare a velocità crescenti.

Di conseguenza, era ragionevole attendersi che la Ai avrebbe in tempi relativamente brevi compreso non solo le basi della guida (riconoscere i pedoni sulle strisce, seguire le indicazioni, mantenere la distanza di sicurezza, ecc.), ma anche gli aspetti più complessi: schivare pedoni che attraversano ovunque, aggirare le auto in doppia fila, convivere con i motorini che sfrecciano nei vicoli, con le biciclette in contromano e quant’altro.

La sfida che noi umani affrontiamo quotidianamente con un buon grado di successo si è dimostrata eccessiva per l’intelligenza artificiale: le variabili che si presentano sono semplicemente troppo numerose per un sistema che, alla sua base, sfrutta la statistica e, a differenza dell’uomo, non è in grado di generalizzare e usare il buon senso. E quindi, dobbiamo scordarci delle auto autonome? Non è detto, ma i tempi potrebbero essere molto, molto più lunghi. Nel frattempo, possiamo accontentarci di assistenti alla guida sempre più sofisticati, in grado di mantenere la corsia, frenare davanti a ostacoli imprevisti, svegliarci se abbiamo un colpo di sonno e molto altro ancora. E magari, a breve, potremo cedere il volante almeno negli ambienti più controllati, come per esempio nelle autostrade più ampie. Non sarà ciò che ci era stato promesso, ma non è nemmeno roba da poco.

L’era della supremazia quantistica

Sul finire del 2019 siamo ufficialmente entrati nell’era della supremazia quantistica. Messa così sembra il titolo del quindicesimo film della saga di Terminator, ma invece rappresenta un traguardo a cui gli scienziati e gli ingegneri informatici ambivano da molto tempo. Un traguardo che è stato infine raggiunto nel settembre di quest’anno, quando il computer quantistico chiamato Sycamore – sorto da una collaborazione tra Google e la Nasa – ha sfruttato i suoi 53 qubit per risolvere in poco più di tre minuti un problema che un supercomputer tradizionale avrebbe impiegato 10mila anni per portare a termine.

È proprio questa la definizione di supremazia quantistica: il momento in cui viene dimostrato che un sistema informatico basato sulla fisica quantistica è in grado di fare ciò che per i computer tradizionali – non importa quanto potenti – sarebbe impossibile o richiederebbe un tempo irragionevole. Come si capisce, la supremazia quantistica non rappresenta la tappa conclusiva del lungo viaggio verso i computer quantistici, ma semmai il suo inizio.

Le sfide che gli scienziati informatici hanno davanti sono ancora tantissime: anche la più piccola vibrazione o il minimo cambiamento nella temperatura possono rovinare il lavoro dei computer quantistici, che infatti vengono tenuti al riparo e isolati dal resto del mondo all’interno di cabine impenetrabili, in luoghi costantemente refrigerati a temperature bassissime. Per questa e tante altre ragioni, il rischio che i quantum computer diano risultati errati è estremamente elevato. “Immaginate di chiedere a un computer di fare un calcolo e ricevere una volta su mille delle risposte completamente casuali”, si legge sulla MIT Tech Review. “Dal momento che un programma potrebbe dover eseguire milioni o miliardi di calcoli, un processore quantistico come quelli che abbiamo a disposizione oggi non avrebbe alcuna speranza di risolvere nessun problema utile”.

Ci vorrà ancora del tempo affinché i computer quantistici diventino davvero utili, ma l’anno che verrà sarà una tappa fondamentale di uno dei percorsi più importanti che il mondo informatico ha davanti a sé.

Il 5G diventa realtà

Vuole la tradizione che ogni 10 anni faccia la sua comparsa una nuova generazione di trasmissione dati mobile: dal Tacs che negli anni Ottanta rese possibili le chiamate sul cellulare fino al 4G che nel 2010 ha portato la banda larga anche su smartphone. E adesso è la volta del 5G, che promette di essere un salto evolutivo per la nostra epoca digitale.

L’aspetto più pubblicizzato è relativo alla velocità (che raggiungerà anche 1 gigabit per utente), ma la caratteristica più importante è un altra: la latenza (ovvero il tempo che due dispositivi impiegano per entrare in connessione), che scenderà dagli attuali 30/40 millisecondi a soli 2 millisecondi. Grazie a questo intervallo ridottissimo, i dispositivi connessi potranno comunicare in tempo reale, facendo definitivamente esplodere le potenzialità della internet of things: dalla medicina a distanza (attraverso la quale i chirurghi potranno operare anche a migliaia di chilometri di distanza), alle smart city (in cui i sensori, per fare solo due esempi, permetteranno ai semafori di adattarsi al traffico e ai cartelli di comunicare con le auto), fino all’agricoltura di precisione (sciami di droni che intervengono autonomamente e solo nelle aree in cui c’è bisogno).

Il 5G, soprattutto in Cina, è già oggi una realtà, ma sarà nel 2020 che scopriremo tutto il suo potere. E se sarà in grado di mantenere le altissime aspettative.

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