(immagine: M. Pagnon de la Vega et al., Science Translational Medicine (2021))

L’Alzheimer è una malattia grave, che solitamente colpisce uomini e donne che hanno superato il sessantacinquesimo anno di vita. Esistono fattori di rischio come il fumo, il sesso (colpisce più spesso il genere femminile), la sedentarietà, ma in larga parte è difficile prevedere chi, e quando, potrebbe sviluppare la malattia. Per una particolare famiglia svedese, però, l’Alzheimer è praticamente una maledizione ereditaria.

Il loro caso è stato appena descritto uno studio pubblicato su Science Translational Medicine da un team di ricerca internazionale coordinato dall’università di Uppsala, e rappresenta il primo esempio noto di Alzheimer ereditario a trasmissione autosomica dominante. Un modo complicato per dire che il portatore della particolare mutazione genetica che causa questa patologia ha altissime chance di trasmetterla ai propri discendenti.

Il caso

La storia della scoperta di questa nuova forma di Alzheimer inizia circa sette anni fa nella cittadina di Uppsala, in Svezia, quando due fratelli di 40 e 43 anni si presentano nel centro per i disturbi della memoria del locale ospedale universitario. Lamentano la medesima sintomatologia: problemi di memoria, disturbi cognitivi, e difficoltà ad orientarsi nello spazio. La giovane età e il fatto che i problemi si presentino contemporaneamente in entrambi i fratelli, non fanno pensare a una forma di Alzheimer. In breve tempo, però, i medici scoprono che anche un cugino, di età simile ai due fratelli, presenta gli stessi problemi e scavando negli archivi del centro si rendono conto che due decadi prima il padre dei due era stato in cura nelle stesse strutture, per gli stessi disturbi, e alla medesima età dei figli.

A quel punto i medici si convincono che debba trattarsi di una forma di Alzheimer familiare e iniziano a valutare più attentamente i sintomi dei giovani pazienti. Sottoposti ai test utilizzati per valutare il declino cognitivo dei pazienti con Alzheimer, i due fratelli rivelano problemi cognitivi, disturbi del calcolo e del linguaggio di entità molto grave, paragonabili a quelli che ci si aspetta negli anziani. La malattia genetica che si trovano a studiare non è quindi caratterizzata solamente da una comparsa molto precoce dei sintomi, ma anche da un loro peggioramento estremamente rapido.

La ricerca

Utilizzando le più moderne tecnologie di sequenziamento e di analisi molecolare, e chiedendo l’aiuto di diversi colleghi nelle più prestigiose università europee, i ricercatori sono riusciti a individuare la mutazione genetica che causa la malattia e anche il meccanismo che porta alla comparsa dei sintomi. I fratelli, il padre e il cugino sono tutti portatori di una mutazione del gene App (o Amyloid Beta Precursor Protein), che codifica le informazione per la produzione di una proteina coinvolta nella formazione della proteina beta amiloide, coinvolta a sua volta nella formazione delle famose placche che si ritengono tra le più probabili cause dell’Alzheimer.

La nuova mutazione di cui sono portatori i due fratelli e i loro parenti, ribattezzata delezione Uppsala App, provoca la formazione di placche di proteine beta amiloidi con una facilità molto superiore alla norma. E purtroppo, causa evidentemente, senza scampo, la comparsa dei sintomi dell’Alzheimer in età molto più precoce del normale. A rendere particolare questa mutazione (di cui al momento si ritiene che i pazienti individuati nello studio siano gli unici portatori) è anche il fatto che si tratta di una mutazione autosomica dominante: basta cioè che un solo genitore ne sia portatore perché questa compaia nel 50% dei figli.

La scoperta della causa genetica del problema, purtroppo, non potrà aiutare i due fratelli e gli altri parenti portatori della malattia, perché attualmente non esistono farmaci o terapie in grado di arrestare concretamente lo sviluppo dei sintomi dell’Alzheimer. Secondo gli autori dello studio, comunque, la caratterizzazione dei meccanismi genetici che provocano la comparsa dei sintomi in questi pazienti potrà ora aiutare ad approfondire le cause della malattia e in futuro potrebbe rivelarsi preziosa per sviluppare nuovi trattamenti.

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