(Foto: World Bank / Vincent Tremeau CC via Flickr)

È passato più di un anno. E il bilancio per l’epidemia di ebola nella Repubblica democratica del Congo è nero. Sono più di tremi i contagi, oltre duemila le vittime, per quella divenuta da tempo la seconda peggiore epidemia di ebola della storia (la peggiore in assoluto fu quella che interessò l’Africa occidentale dal 2014 al 2016). E da settimane ormai il numero dei contagi è cominciato a salire come mostrano i bollettini epidemiologici aggiornati continuamente. Non ci sono al momento segnali di successo nell’arginare l’epidemia, dichiarata – proprio in virtù del pericolo nazionale e regionale che rappresenta – un’emergenza internazionale.

La situazione, come ripetuto più volte ormai nel corso dell’anno, non è sotto controllo. E l’Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato un nuovo appello per combattere con più forza l’epidemia del campo. Lavorando nella logica che per aiutare ebola serve rinforzare i “sistemi sanitari per dar loro quello di cui hanno bisogno”, ha dichiarato il numero uno dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus. Riconoscendo prima di tutto che la situazione sanitaria della Repubblica democratica del Congo è problematica non solo per ebola. E che la lotta al virus non possa essere una battaglia a sé stante nelle problematiche del paese, alle prese con conflitti e altre serie emergenze sanitarie.

La lotta ebola non può prescindere da quella della malaria

E da quella del morbillo e del colera, e più in generale dall’assistenza sanitaria alla popolazione. La Repubblica Democratica del Congo è alla prese con epidemie di tutte e tre le malattie dall’inizio dell’anno. La malaria è tra le principali cause di morte nel paese, facendo, si stima, 46 mila vittime l’anno da sola. La presenza di più emergenze in contemporanea rende la situazione particolarmente critica per la comunità, confida a Wired.it Ruggero Giuliani, vicepresidente di Medici senza frontiere, infettivologo con esperienza di ebola sul campo. “Ebola non è l’unica priorità per la popolazione, alle prese con i conflitti locali, le problematiche per la ricerca di cibo e per la comunità è difficile distinguere tra le diverse malattie, tra quelle che sono curabili o meno, e non si reca nei centri di ebola”. Anzi, episodi come gli attacchi le strutture di Butempo e Katwa alla fine di febbraio, testimoniano la diffidenza della popolazione verso i centri ebola.

Per questo, spiega Giuliani, è necessario un approccio diverso nei confronti della malattia: “Come Msf supportiamo i centri di salute dove vengono curate le persone anche per altre malattie, come malaria, o dove le persone si recano per partorire, nell’idea di integrare parte di quelli necessari a contrastare ebola nei normali servizi di salute, senza crearne uno parallelo. Serve far riguadagnare la fiducia delle persone nelle strutture sanitarie migliorando tutte le cura, anche quelle per la malaria, e non concentrarci su un’unica emergenza”. Il clima di sfiducia nei confronti degli operatori sanitari nella DRC è stato da sempre infatti una delle caratteristiche di questa epidemia nel paese.

Test rapidi e portatili per identificare ebola sul campo

Integrare ebola nelle cure primarie,va avanti l’infettivologo, permetterebbe di rinforzare la cura e la ricerca e cura dei pazienti, avviando di conseguenza dei servizi ad hoc per gestire ebola in tutta sicurezza. Perché contro ebola, ricorda Giuliani, servono accorgimenti speciare onde evitare ulteriori contagi. “Certo, nell’ottica di offrire cure integrate ai pazienti con ebola sarebbe importante avere a disposizione strumenti diagnostici rapidi, che permettano di identificare ebola velocemente, magari con test da somministrare direttamente sul campo senza bisogno di laboratori. L’ideale sarebbe disporre di test rapidi e portatili, per ora per lo più in fase di ricerca e non molto diffusi nella pratica clinica”.

Anche se qualche segnale di cambiamento anche in questo settore, rispetto all’epidemia precedente che colpì l’Africa occidentale c’è stato, ricordano dall’Oms, per esempio con la diffusione di test come GeneXepert che permette di fare una diagnosi nel giro di qualche ora. “Facilitando l’identificazione precoce e l’isolamento (dei casi, nda), i test per la diagnosi precoce potrebbero minimizzare il numero di persone esposte e permette una rapida reidratazione, fondamentale per aumentare la sopravvivenza”, scrivevano tempo fa alcuni esperti dalle pagine di Lancet proprio sul tema, sottolineando il loro ruolo chiave nel ricostruire le catene di trasmissione. Un vero problema, anche nella Repubblica Democratica del Congo, ricorda Giuliani.

Servono vaccinazioni di massa

“Le persone che intercettiamo con ebola in molti casi non hanno legami con altri pazienti noti”, confida l’esperto. Questo significa che anche la strategia di vaccinazione ad anello (in cui si intercettano le persone più a rischio, quelle venuto a contatto con i malati e quindi i contatti dei contatti) non è così efficace. “Serve un approccio più aggressivo, che consideri vaccinazioni di massa per tutta la popolazione delle zone più colpite”, va avanti l’infettivologo. Vaccinare i contatti, quando anche i contatti sfuggono, non basta. “In questa ottica di vaccinazione di massa servono più vaccini, magari facendo entrare nel campo anche altri vaccini sperimentali”.

Come il vaccino Ad26.Zebov/Mva-Bn della Johnson & Johnson, oltre al rVsv-Zebov-Gp della Merck. Questi cambi di strategie nella vaccinazione contro ebola erano stati già raccomandati dallo Strategic Advisory Group of Experts dell’Oms a maggio, ha ricordato di recente Isabelle Defourny, direttore delle operazioni Msf, ma le scorte limitate del vaccino Merck avrebbero impedito di mettere in pratica le indicazioni, secondo l’esperta.

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