(Photo by Alain Pitton/NurPhoto)

La sicurezza e la salvaguardia dei diritti fondamentali vengono prima dell’intelligenza artificiale. Con questo approccio, la Commissione europea si prepara a presentare il 21 aprile il primo quadro normativo per regolamentare l’impatto dell’Ai sulle nostre vite che arriva dopo il libro bianco sull’intelligenza artificiale del febbraio 2020. Nel mentre è stata avviata una consultazione pubblica con cittadini, Stati membri, società civile, accademici e industrie coinvolte proprio con l’obiettivo di stabilire le basi di una regolamentazione. Ma l’iter è ancora lungo: il documento dovrà ottenere il via libera dei governi e poi del Parlamento europeo.

Tuttavia una cosa è chiara: sulla scia del Gdpr, il regolamento generale per la protezione dei dati, Bruxelles vuole compiere gli stessi passi nell’ambito dell’intelligenza artificiale, immaginando, fra le altre cose, maxi-sanzioni per le aziende che violano i divieti stabiliti dalla nuova normativa. Queste potrebbero pagare fino a 20 milioni di euro o l’equivalente del 4% del loro fatturato mondiale. Nell’Unione, quindi, saranno ammessi solo i sistemi di intelligenza artificiale ad alto rischio che sono prima stati sottoposti a procedure di gestione della qualità e di valutazione della conformità. Ma vediamo nel dettaglio.

Il cittadino al centro

Secondo le prime bozze trapelate (ancora suscettibili a modifiche), l’obiettivo di Bruxelles è quello di scongiurare gli effetti negativi che l’intelligenza artificiale potrebbe produrre e, al contempo, cercare di promuovere il suo potenziale positivo, in un’ottica di rilancio economico e di fiducia dei cittadini nell’innovazione tecnologica. Per questo, i pilastri della proposta che sarà presentata sono da un lato una legislazione del mercato interno in materia e dall’altro regolamentazione dell’uso dell’Ai su specifici casi. Due tessere di un puzzle che l’Unione ha dovuto ricomporre rispetto al piano coordinato del 2018, visto i numerosi cambiamenti intercorsi: dalla pandemia, al Green deal fino a un fortissimo sviluppo tecnologico del settore. Per questo adesso è chiaro che la normativa deve essere solida in modo da essere efficace al ritmo con cui si muovono le innovazioni nel settore Ia.

In tutto questo, il cittadino viene messo al centro della questione. Per l’Unione deve poter solo beneficiare dell’intelligenza artificiale, al riparo da ogni rischio e con i diritti umani – a partire dalla protezione dei dati personali – assolutamente tutelati. Ma si parla di una soluzione “umano-centrica” anche perché l’intelligenza artificiale dovrà essere impiegata – questo, almeno, lo stimolo auspicato – in contesti che semplifichino la produzione industriale, contrastino il cambiamento climatico ed vadano a efficientare le energie e, quindi, traghettino il cittadino verso un futuro digitale e sostenibile.

Gradi di rischio

Dalla Commissione chiariscono però che non si intende regolare la tecnologia in sé, ma procedere in base a casi specifici d’adozione dell’Ai che necessitano un intervento mirato. Per farlo vengono individuati diversi livelli: da un rischio minore fino al divieto assoluto. Il rischio minimo è quello in cui l’intelligenza artificiale è consentita e si classifica subito prima del rischio basso – come il caso dei bot o deepfake – che deve però adempiere a trasparenza e informazioni da parte di chi usa l’Ai.

Si passa poi a un rischio alto, quando, per esempio, l’Ai viene applicata in campo medico o nel reclutamento di lavoratori. In questo caso sono necessari specifici requisiti ex-ante e maggiori adempimenti, si richiede cioè una valutazione d’impatto. Si arriva poi a un rischio “inaccettabile”, e quindi le tecnologie considerate pericolosissime, come potrebbe essere il caso del social scoring o della sorveglianza di massa: in questo caso l’Unione vieta totalmente l’uso dell’intelligenza artificiale.

Riconoscimento facciale

Proprio nell’ultimo caso si inerisce la questione molto dibattuta del riconoscimento facciale nei luoghi pubblici. All’uso della sorveglianza biometrica è dedicata un’apposita sezione della bozza dove si legge che questa tecnologia sarà consentita solo se supererà le valutazioni di conformità dell’Unione. Tuttavia, il divieto non viene applicato se è “prescritto dalla legge” o viene stabilito dalle autorità per specifiche circostanze. Nel dettaglio, si legge, che il riconoscimento facciale potrebbe quindi essere consentito in limitazioni spazio-temporali: ovvero in una precisa area geografica per un determinato periodo di tempo per determinati scopi.

Il caso portato a esempio dalla Commissione è quello del terrorismo. L’Unione darebbe così il lasciapassare alle autorità che usino questa tecnologia per contrastare determinate attività, come appunto quelle terroristiche. Per tutti gli attivisti per la privacy che invece si battono da tempo per il totale divieto del riconoscimento facciale nei luoghi pubblici, questa apertura è un rischio perché potrebbe prestare il fianco ad abusi e a eccessi.

Un comitato sull’Ai

Seppur il regolamento sia il primo nel suo genere a disciplinare questa tecnologia, restano ancora molti dubbi. Per esempio: la normativa non affronta l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per scopi militari e, guardando al futuro, in molti prevedono non poche difficoltà nella sua attuazione. Non va poi dimenticato il contrasto con i big tech americani, attivi anche dentro i confini dell’unione e, infine, come verranno trattate tutte quelle tecnologie già utilizzate ad esempio nella gestione delle risorse umane o nel comparto giuridico e finanziario.

Anche per queste motivazioni, la bozza prevede l’istituzione di un Comitato europeo per l’Intelligenza artificiale, che comprenda un rappresentante per ogni paese dell’Unione, l’autorità di protezione dei dati dell’Unione europea (Edps) e un rappresentante della Commissione. Quest’organo avrebbe l’obiettivo di supervisionare l’applicazione della normativa proposta e stabilirebbe le linee guida per ogni settore toccato dall’Ai, così come i diversi gradi di rischio.

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