L’anno è il 1998. In una chatroom di internet, un utente che va sotto il nickname napster racconta l’idea che sta coltivando da qualche tempo: creare un software in grado di condividere tra i computer su cui è installato la musica digitale contenuta negli hard disk. Il tutto, ovviamente, su base volontaria: questo programma avrebbe potuto frugare soltanto tra i file che gli utenti avrebbero messo in condivisione (una vera e propria sharing economy).

La prima reazione, secondo quanto racconta il Guardian, fu di scetticismo: perché mai le persone avrebbero dovuto condividere gratuitamente gli mp3 della loro libreria musicale? L’idea, però, piace a un aspirante imprenditore: ha 18 anni, di corporatura magrolina, capelli rossi ingellati e alcuni tratti del nerd poco abituato alla vita sociale; il suo nome è Sean Parker.

Parker e “napster” (ovvero Shawn Fanning, 17 anni) decidono di incontrarsi di persona e studiare meglio l’idea. Poco dopo, Fanning inizia il lavoro vero e proprio; programmando giorno e notte su un computer preso in prestito dall’ufficio di suo zio. Il software viene completato nella primavera del 1999. La mossa successiva è praticamente d’obbligo: Shawn Fanning lascia la casa dei genitori nel Massachusetts e si trasferisce a San Francisco assieme Sean Parker (nato e cresciuto in Virginia), che nel frattempo ha ottenuto 50mila dollari da svariati investitori.

Sul finire di maggio 1999, Napster viene ufficialmente lanciato. Da allora, nulla è più stato come prima. Il software – che ovviamente prende il nome dal nickname di Fanning – consente di cercare tutte le canzoni che si desiderano: è sufficiente che siano presenti su uno dei computer che utilizzano il programma per poterle scaricare gratis e poi metterle a propria volta in condivisione con tutti gli altri.

La crescita è esponenziale: già nel mese di ottobre 1999, su Napster sono presenti 4 milioni di canzoni; nel marzo 2000 – a meno di un anno dalla nascita – gli utenti che utilizzano il software sono oltre 20 milioni. Nell’estate del 2000 vengono scaricate 14.000 canzoni ogni minuto. L’industria musicale non la prende bene: la Record Industry Association of America (Riaa) si raduna a Washington e scopre che, letteralmente, tutte le sue canzoni sono presenti su Napster.

La creazione di Fanning e Parker, in un certo senso, è innocente: Napster si limita a consentire agli utenti di mettere in condivisione dei file, indipendentemente dal fatto che siano protetti da diritto d’autore e senza conservarli su alcun server. Scaricare questi ultimi, però, è un reato: così, nel 2001, partono le prime denunce; che raggiungono in breve tempo 18mila utenti. Poco dopo, la Riaa, i Metallica, Dr Dre e parecchi altri pezzi da novanta del mondo musicale fanno causa direttamente a Fanning e Parker.

I tribunali non impiegano più di tanto a decidere che Napster viola le norme del Digital Millennium Copyright Act e fanno partire l’ultimatum: rimuovere tutti i contenuti protetti da copyright o chiudere il programma. I due fondatori non sono in grado di ottemperare alle richieste del tribunale: nel luglio 2001, a due anni dalla nascita, Napster chiude i battenti. Ma poco importa: nel mondo di internet nascono una miriade di cloni della creazione di Parker e Fanning, che renderanno il download illegale di musica (e più avanti anche di film e serie tv) una prassi quotidiana per una crescente percentuale di utenti della rete.

Kazaa, Gnutella, Emule, DC++, Audio Galaxy e Soul Seek (alcuni ancora oggi in attività) sono solo i più noti tra i software che riprendono – con importanti migliorie – lo stesso concetto del peer-to-peer sfruttato da Napster. Non solo: il 2 luglio 2001, proprio mentre Napster chiudeva i battenti, il 26enne Bram Cohen lanciava su internet quello che è ancora oggi il più importante strumento di condivisione di file in modalità p2p: BitTorrent.

Cosa resta di Napster, 20 anni dopo
Sean Parker nel 2012 (foto: Getty Images)

Se l’industria discografica pensava di aver risolto i suoi nascenti problemi costringendo Napster alla chiusura, aveva fatto male i calcoli. Gli effetti della moltiplicazione delle piattaforme p2p iniziano subito a farsi sentire: nel 1999, l’industria musicale globale fatturava qualcosa come 27,8 miliardi di dollari l’anno. Nel 2003 si è già scesi a quota 20. Di miliardo in miliardo, si arriva all’anno horribilis del 2014; quando i ricavi globali precipitano a 14,3 milliardi. In 15 anni, insomma, la diffusione della pirateria ha dimezzato i ricavi del music business.

Tutto questo è avvenuto nonostante l’industria musicale (a cui poi si aggiungerà quella cinematografica) abbia condotto in quegli anni una battaglia senza esclusione di colpi; in una sorta di schiaccia-la-talpa impazzito in cui ogni sito o programma di filesharing riemergeva sotto una nuova veste pochi giorni dopo essere stato costretto alla chiusura (lo stesso avviene ancora oggi con i tantissimi “proxy” che consentono di accedere al più importante sito per la diffusione di torrent: PirateBay).

La criminalizzazione della pirateria, insomma, non ha portato nessun risultato. Eppure, già sul finire degli anni ‘10 del 2000, qualcosa inizia a cambiare: in Svezia, paese natale di PirateBay, il numero di persone che scarica file illegali crolla del 25% dal 2009 al 2011. In Norvegia il calo tra il 2008 e il 2012 è addirittura dell’80%, da 1,2 miliardi di file illegali scaricati a 210 milioni.

Nel corso degli anni, lo stesso andamento si osserva più o meno in tutte le nazioni avanzate. Che cos’è successo? Ovviamente, è l’introduzione di Netflix e Spotify (nato proprio in Svezia) a rallentare la diffusione del file sharing illegale. “La pirateria digitale è in ginocchio da quanto le alternative legali hanno imparato a fare il loro dovere”, chiosava già nel 2013 il sito TorrentFreak.

Gli sforzi per combattere la pirateria, come sottolineato in un report commissionato dal governo svizzero, sono costati più soldi di quanti ne abbiano fatti guadagnare. Il declino nei ricavi musicali si è invece interrotto grazie alla nascita delle alternative legali a Napster e i suoi eredi: il 2018 è stato il quinto anno consecutivo di ricavi in crescita, che hanno toccato quota 19,1 miliardi di dollari (+9,7% rispetto all’anno scorso). Lo streaming da solo garantisce il 47% degli introiti: 37% dai servizi a pagamento e il 10% da quelli gratuiti supportati dalla pubblicità.

Cosa resta di Napster, 20 anni dopo
Fonte: IFPI

Tutto questo ci costringe a porci a una domanda: dove saremmo oggi se la guerra contro la pirateria avesse funzionato fin dall’inizio, se Sean Parker non avesse potuto tenere in piedi Napster per due anni, se PirateBay non avesse mostrato la strada da seguire a decine e decine di siti di file sharing basati su BitTorrent? Probabilmente, l’elefantiaca industria musicale starebbe ancora vendendo solo CD e Netflix starebbe ancora spedendo DVD via posta.

Il peer-to-peer, insomma, ha smosso un mondo che da decenni non era in grado di introdurre innovazioni significative (qualcuno si ricorda del Minidisc?) e ha consentito alla musica e all’industria dell’intrattenimento di approdare finalmente nell’epoca digitale. Tutto bene, quindi? Non proprio, perché in questa storia ci sono altri elementi da prendere in considerazione.

Prima di tutto, Netflix e Spotify (e Apple Music e gli altri) stanno riproducendo per via algoritmica le stesse dinamiche di radio e tv; imponendo un ascolto di massa laddove il peer-to-peer consentiva di scoprire mondi nuovi o dimenticati. “Il P2P ha accresciuto l’accuratezza con cui i consumatori sono in grado di trovare la musica più adatta ai loro gusti e li ha anche ampliati”, ha scritto Aram Sinnreich nel suo The Piracy Crusade. “Ciò accresce la prevalenza di musica innovativa e diversa, e permette a canzoni, artisti e stili di conservare l’attenzione del pubblico anche molto oltre il loro ciclo di vita sul mercato tradizionale. (…) Chi carica su internet dischi rari o che non vengono più ristampati non solo contribuisce alla democratizzazione della cultura musicale, ma rende anche il mercato sensibile ai gusti più diversi”.

Non è un caso, a proposito di democratizzazione della cultura musicale, che le nazioni in cui la pirateria continua ad andare forte sono generalmente quelle più povere, e che negli ultimi anni si è osservato un nuovo aumento nell’utilizzo di BitTorrent, in seguito alla tendenza delle piattaforme legali a offrire contenuti in esclusiva. Ci si può anche convertire agli strumenti legali e a pagamento, ma rinunciare ad ascoltare un disco solo perché non è presente sulla piattaforma prediletta, evidentemente, è chiedere troppo.

Cosa resta di Napster, 20 anni dopo
La relazione tra diffusione della pirateria e PIL nazionale.

“Con una scelta di contenuti e canali sempre più ampia, i consumatori non hanno modo di accedere a tutto ciò che gli interessa e, di conseguenza, fanno ricorso alla pirateria”, si legge in un report di Sandvine. A differenza di quanto avveniva in passato, quindi, la pirateria non sostituisce le piattaforme legali; ma si affianca a esse. In sintesi: chi ha un abbonamento a Netflix non si accontenta dell’offerta di quella specifica piattaforma, ma utilizza BitTorrent (o siti di streaming pirata) per vedere, per esempio, Game of Thrones; essendo economicamente poco sostenibile sottoscrivere un abbonamento a più di un servizio di streaming.

La pirateria, lungi dall’aver messo in ginocchio l’industria della musica e del cinema, svolge quindi un ruolo sociale: permette la diffusione della cultura anche nelle nazioni in cui non ci si può permettere l’iscrizione a Netflix o Spotify, consente di fuoriuscire dalla legge algoritmica dettata dalle piattaforme e offre un prezioso servizio di archiviazione, conservazione e diffusione delle opere di nicchia o più lontane nel tempo (mentre le piattaforme di streaming non si fanno troppi problemi a cancellare album o serie tv che non fruttano più quanto atteso).

È grazie alla pirateria, per farla breve, che anche i più giovani possono riscoprire il cinema di Orson Welles o di Antonioni (che su Netflix & co. non trova spazio), perché la gratuità permette di rischiare e compiere qualche (apparente) azzardo. Proprio nei giorni in cui l’italiano Tnt Village (che dal 2004 conserva e diffonde file torrent con uno spirito da biblioteca) viene chiuso dalle autorità, sarebbe il caso di non dimenticare tutti gli aspetti positivi dell’innovazione lanciata da Sean Parker e Shawn Fanning esattamente vent’anni fa.

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