(foto: Getty Images)

C’è clamore attorno al gatto di Arezzo che è morto di encefalite pochi giorni dopo aver morso la sua proprietaria. A seguito di accertamenti, infatti, l’animale è risultato infetto da un lyssavirus, un patogeno della stessa famiglia del virus della rabbia. Niente panico, invitano gli esperti: questo virus (noto come West Caucasian bat lyssavirus) è rarissimo e un’epidemia è alquanto improbabile.

West Caucasian bat lyssavirus

Non si sa molto del virus che ha contagiato il gatto di Arezzo. Il West Caucasian bat lyssavirus, infatti, è stato isolato per la prima e unica volta al mondo (almeno fino al caso attuale) nel 2002 in un pipistrello del Caucaso. Fa parte della famiglia dei Lyssavirus, che comprende 11 specie e ha come membro principe il Rabies lyssavirus, il patogeno che causa la rabbia classica e che può trasmettersi anche all’essere umano attraverso la saliva di un animale malato. Una patologia terribile, la rabbia, antichissima (ne abbiamo testimonianze fin dall’antichità, tant’è che il termine lyssavirus deriva da Lyssa, che nella mitologia greca era la dea della rabbia e del furore cieco) che è rimasta temibile nell’immaginario comune anche in quei Paesi, come l’Italia, che ne sono indenni da diversi anni.

Nessun panico

L’infezione del gatto di Arezzo è un evento eccezionale che non deve scatenare allarmismo, ha subito detto l’Associazione nazionale medici veterinari italiani. “L’ipotesi al momento più probabile è che il gatto di Arezzo abbia contratto il lyssavirus predando un pipistrello migratore, presumibilmente proveniente dal Caucaso”, ha ricostruito Marco Melosi, presidente dell’Anmvi. “L’animale domestico ha dunque sviluppato un’encefalite che si è manifestata anche con aggressività anomala. Avendo morso i proprietari, il veterinario che aveva in cura l’animale ha agito molto bene: ha chiesto consulto alla clinica veterinaria Valdinievole, che è centro di riferimento neurologico nazionale, dove hanno predisposto l’osservazione cautelativa del gatto e fornito le cure possibili”. Alla morte dell’animale, come previsto dai protocolli di sorveglianza per la rabbia, il cervello è stato inviato all’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie per gli accertamenti, dai quali è emersa la rarissima infezione.

“È necessario sottolineare che non siamo di fronte a un caso di rabbia classica, per cui anche la vaccinazione disponibile potrebbe non essere efficace contro questo specifico lyssavirus. Gli esperti lo stanno ancora studiando”, ha precisato Melosi. “Anche se è difficile fare previsioni, per quanto emerso finora possiamo dire che la trasmissione da animale a essere umano sia molto improbabile e che dopo due settimane dai morsi ricevuti sia i proprietari sia il veterinario stanno bene”.

Precauzione

Per identificare ed evitare altri possibili casi tra fauna selvatica e urbana, il Comune di Arezzo e l’Asl hanno previsto misure straordinarie di sorveglianza epidemiologica attiva. I cani andranno condotti obbligatoriamente al guinzaglio, e ai proprietari di cani e gatti nonchè ai responsabili delle colonie feline viene chiesto prestare particolare attenzione agli animali e segnalare all’Asl comportamenti (aggressività immotivata, disturbi della deglutizione, paralisi, etc) e mortalità anomali. Inoltre per due mesi le catture degli animali al fine di sterilizzarli sono sospese ed è stato avviato uno screening sui pipistrelli della città.

The post Cosa sappiamo del lyssavirus che ha ucciso un gatto ad Arezzo appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it