(foto: Keith Tsuji/Sopa Images/LightRocket/Getty Images)

La decisione è stata presa il 30 gennaio, dopo oltre 5 ore di camera di consiglio: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), adesso ci sono le condizioni per dichiarare ufficialmente che il coronavirus 2019-nCoV rappresenta una “emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale”, o per farla breve una “emergenza globale”. Quasi contemporaneamente, mentre cessava l’allarme per i due turisti febbricitanti a bordo della nave della Costa Smeralda al porto di Civitavecchia, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato la presenza dei primi due casi accertati di infezione da coronavirus in Italia. Si tratta di due turisti cinesi già ricoverati all’ospedale Spallanzani di Roma, in isolamento e in condizioni ritenute “non gravi”.

Queste notizie potrebbero ulteriormente aumentare lo stato di agitazione e preoccupazione nel nostro Paese, anche perché le parole emergenza e globale di per sé non infondono certo serenità. Ma c’è davvero da essere angosciati?

Il concetto di emergenza globale secondo l’Oms

Come la stessa Organizzazione ha scritto nel verbale conclusivo del consiglio tenutosi ieri a Ginevra, la principale conseguenza di questa emergenza formale è l’emissione di una serie di raccomandazioni temporanee, in parte specifiche per la Cina e in parte valide per tutti i Paesi a livello globale. Molte di queste misure sono rivolte alla trasparenza, alla condivisione di informazioni con gli altri Paesi e al fare cultura sanitaria con un’adeguata informazione pubblica, ma allo stesso tempo altre indicazioni suggeriscono di intensificare gli sforzi nella ricerca scientifica, nelle operazioni di contenimento del contagio e nell’esecuzione dei controlli, soprattutto nei porti e negli aeroporti.

Vista in una prospettiva storica (di breve periodo), la dichiarazione di emergenza globale non è un evento né unico né così eccezionale. Basta pensare che dal 2005, quando furono redatte le normative International Health Regulations (Ihr) in seguito alla pandemia della Sars, siamo già alla sesta occasione in cui viene presa una decisione analoga. Il primo caso fu nel 2009 con la cosiddetta influenza suina H1N1, poi nel 2014 con la poliomielite, ancora nel 2014 e poi nel 2019 con ebola, in mezzo nel 2015 con Zika e infine ora con 2019-nCoV. Non fu dichiarata invece l’emergenza nel caso di un’altra patologia dovuta a un coronavirus: la Mers nel 2013.



Su molti testi internazionali la nostrana emergenza globale viene tradotta con l’acronimo inglese Pheic, che sta per Public Health Emergency of International Concern.

Una scelta sostanziale, ma anche burocratica

Anche se la dichiarazione ufficiale lascia ben poco spazio alla fantasia e all’interpretazione, è stata la stessa Oms a premettere un chiarimento formale. “L’Organizzazione mondiale della sanità continuerà a valutare la possibilità di creare un livello di allerta intermedia tra la scelta dicotomica Pheic-non Pheic”, ossia di creare una classificazione un po’ più varia che permetta di differenziare (in qualche modo) tra diversi livelli di emergenza.

Quello che è accaduto rispetto al precedente consiglio dell’Oms del 22 e 23 gennaio scorsi, quando si decise di non far scattare l’emergenza, è che è aumentato il numero di commissari favorevoli alla decisione, in un contesto in cui né prima né stavolta c’era una posizione nettamente maggioritaria all’interno della commissione. Ad aver fatto cambiare idea ad alcuni commissari, e di conseguenza al direttore generale Tedros Adhanom, è stato l’aumento – registrato negli ultimi giorni – sia nel numero assoluto di casi sia nel numero di Paesi coinvolti da casi accertati di infezione.

I numeri che hanno fatto scattare l’emergenza

Al momento della riunione dell’Oms, i casi confermati erano 7.818, distribuiti in 19 Paesi. Solo in Cina i contagi confermati avevano raggiunto quota 7.711 (quasi il 99%), a cui si aggiungono oltre 12mila altri casi sospetti. Tra i certamente infetti, 170 persone erano già morte (ora la conta è salita a 213) e altre 1.370 si trovavano in condizioni definite “gravi”.

Fuori dalla Cina, negli altri 18 Paesi interessati dal contagio (a cui poco dopo si sarebbe aggiunta anche l’Italia) i casi totali erano 82, di cui 75 relativi a viaggiatori passati per la Cina di recente. Per gli altri casi è invece stata confermata la trasmissione da persona a persona. Fuori dalla Cina finora non sono comunque stati registrati né casi gravi, né tantomeno decessi.

Che cosa succede ora?

Quello che non accadrà – o che perlomeno l’Oms suggerisce e auspica che non succeda – è l’emarginazione dei Paesi interessati dal contagio, a iniziare dalla Cina. Il motivo principale è che non ci sono prove del fatto che impedire gli spostamenti delle persone sia utile a ridurre il contagio, e che anzi a volte il blocco dei trasporti può sottrarre risorse a interventi più utili, oltre ad avere certamente un effetto negativo sull’economia. Anche le restrizioni nel commercio sono “non raccomandate”. A fare eccezione, spiega ancora la nota diffusa dall’Oms, sono i luoghi in cui la trasmissione del virus è particolarmente intensa, o le aree in cui le infrastrutture e i sistemi nazionali non sono sufficientemente sviluppati.

Visti i progressi scientifici fatti nelle ultime settimane, secondo la commissione “è ancora possibile interrompere la diffusione del virus. Essenziale, in questo senso, è la messa a punto di sistemi per la diagnosi precoce, l’isolamento delle persone infette e l’educazione della popolazione al rispetto delle norme igieniche essenziali.

L’altro punto enfatizzato dall’Oms è la necessità di mantenere alto il livello di cooperazione internazionale, sia per quanto riguarda la Cina sia per tutti gli altri Paesi, anche nell’ottica di aiutare quelle regioni del mondo in cui – visto il sottosviluppo dei sistemi sanitari – l’epidemia potrebbe avere gli effetti peggiori.

Le primissime reazioni dell’Italia

Il nostro governo ha stabilito anzitutto la sospensione di tutti i voli aerei diretti verso la Cina e in arrivo dalla Cina, muovendosi d’anticipo rispetto a molti altri Paesi. Fa eccezione, naturalmente, il volo di Stato con cui si vorrebbe rimpatriare una 60ina di nostri connazionali che si trovano ancora a Wuhan e che si spera rientrino tra la fine del weekend e l’inizio della prossima settimana. Nel frattempo è stato comunque stabilito che, una volta ritornati in Italia, saranno sottoposti a un periodo di quarantena di due settimane (pari al tempo massimo di incubazione del virus) in una struttura militare vicino a Roma.

Per i primi due casi già accertati, invece, oltre al ricovero in isolamento è stata predisposto il sigillo della stanza d’hotel dove alloggiavano da 8 giorni e il trasferimento in ospedale con un autobus scortato dalla polizia di tutti gli altri membri della comitiva turistica. Quanto accaduto era comunque largamente prevedibile e in parte atteso, tanto che il ministro della salute Roberto Speranza ha parlato di situazione “seria” ma per ora “totalmente sotto controllo”. Naturalmente adesso lo sforzo si concentra sull’evitare che il contagio possa diffondersi. Nella mattina del 31 gennaio un Consiglio dei ministri ad hoc dovrebbe portare alla definizione di nuove misure di prevenzione e contenimento, e si è parlato anche del coinvolgimento della protezione civile.

 

 

 

 

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