(foto: Nitat Termmee via Getty Images)

Ormai lo sappiamo, il nuovo coronavirus può colpire con intensità anche molto differenti. E c’è un’ampia parte della popolazione che ha contratto il virus senza manifestare alcun sintomo (gli asintomatici) oppure con pochi sintomi (i paucisintomatici). E anche queste persone potrebbero essere state o essere contagiose, spesso senza saperlo, dato che in parte, inevitabilmente, sfuggono al rilievo tramite il tampone. Anche per questo, per capire quale possa essere la reale percentuale delle persone che hanno contratto il virus – un argomento su cui le ipotesi abbondano – le autorità intendono dare il via a “indagini di sieroprevalenza” tramite test sierologici, cioè sul sangue.

Si tratterà di studi epidemiologici su campioni rappresentativi, resi possibili anche grazie a strumenti statistici, che possano rilevare nella popolazione, a livello sia nazionale sia regionale, la percentuale di persone che realisticamente potrebbe essere entrata in contatto e aver avuto il nuovo coronavirus. Queste indagini, che non identificano gli attuali positivi al virus, verranno svolte non tramite tamponi, ma attraverso specifici test sul sangue, che in qualche modo vanno a scavare nel passato, rilevando se l’infezione c’è stata (e in alcuni casi ancora c’è). Ecco come funzionano e a che punto siamo prima di poterli avere.

Come si svolgono questi test sierologici

I test sierologici, di cui oggi sia gli scienziati sia i media dibattono, sono analisi del sangue, che si svolgono tramite un semplice prelievo o nel caso di test rapidi tramite analisi su una sola goccia di sangue – simili a quelli che misurano la glicemia nei pazienti diabetici. Questi test non diagnosticano la presenza di Covid-19 in quel dato momento, dunque non sono test diagnostici, ma servono a capire se la persona è entrata in contatto, in precedenza, col nuovo coronavirus e ha avuto l’infezione anche in maniera silente. In particolare, con queste analisi si capisce e si potrà confermare se e quanto, una volta che la persona è guarita ha sviluppato l’immunità, ovvero gli anticorpi specifici per il Sars-CoV-2.

A cosa servono i test sierologici

Queste indagini sono utili, come ha spiegato Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, durante la conferenza stampa del 3 aprile al ministero della Salute. Infatti, potrebbero aiutare a conoscere meglio la reale diffusione dell’infezione nelle diverse regioni e a definire con maggiore precisione il tasso di letalità in base all’area geografica, anche tenendo conto delle fasce d’età e distribuzione dei generi (popolazione maschile e femminile). Le informazioni sulla prevalenza del virus possono essere utili poi ai decisori politici, come ha sottolineato Locatelli, cui spetta la decisione finale, a partire dai dati e dagli studi, di quanto, quando e come allentare le misure restrittive attualmente in atto per contenere il contagio.

Cosa si testa, di fatto

“Si testa l’eventuale presenza di anticorpi IgM e IgG per il Sars-CoV-2”, ha spiegato a Wired Pier Luigi Lopalco, epidemiologo e responsabile del Coordinamento emergenze epidemiologiche della Regione Puglia. Le immunoglobline IgM compaiono per prime, più precocemente, ma poi generalmente scompaiono dopo qualche settimana: la loro presenza nel sangue indica che l’infezione potrebbe essere recente recente. Le immunoglobuline IgG, invece, si manifestano solitamente più tardi, però rimangono a lungo, anche mesi secondo gli studi su altri virus: se nel sangue vengono rilevate soltanto le IgG e non le IgM significa che l’infezione è passata da più tempo e non è recente”. In particolare, come si legge anche in un documento del ministero della Salute, l’eliminazione del virus (dunque quando il paziente è guarito non solo clinicamente) “solitamente si accompagna alla comparsa di anticorpi specifici di tipo IgG per il Sars-CoV-2 prodotti dall’organismo”.

A che punto siamo

“Esistono già numerosi test sierologici”, ha spiegato Lopalco, “ma in tutte le regioni siamo ancora nella fase di sperimentazione per provare la validità di questi test. Per verificarne l’efficacia, si svolgono analisi ad esempio su campioni di persone che con certezza hanno avuto il virus, accertato tramite il tampone, per osservare se e quando sviluppano questi anticorpi e su persone ad alto rischio. Attualmente, in Puglia stiamo coinvolgendo gruppi a più alto rischio, come personale sanitario, e abbiamo svolto il test in un ospedale della Puglia – quello rapido su una goccia di sangue– sicuramente già su più di 600 operatori”. Successivamente si procederà a sperimentazioni anche all’interno di gruppi a minor rischio, allo scopo di un campionamento statistico più completo. Ma ancora, precisa l’esperto, si tratta di studi pilota per capire quanto queste analisi siano precise.

“Un’altra domanda, cui proveremo a rispondere, è se i test più raffinati (non quelli rapidi) ci consentono di stimare anche la quantità degli anticorpi”, cioè in quale livello sono presenti nel sangue, aggiunge Lopalco, “e capire poi se e quanto una persona sia protetta dal virus, dato che se la positività è molto debole questo non è certo”. Ma tutte queste informazioni si potranno ottenere solo dopo aver studiato meglio il nuovo coronavirus, grazie a queste indagini.

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