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Pfizer-BioNTech e Moderna quasi perfetti, Oxford-AstraZeneca così così, Johnson & Johnson potrebbe fare meglio. Guardare i numeri dell’efficacia dei vaccini anti-Covid che abbiamo attualmente a disposizione (e di quelli che arriveranno) può facilmente – e comprensibilmente – portare alla conclusione che esistano dei farmaci di serie A e dei farmaci di serie B. Dimenticando per un momento la questione degli effetti collaterali, è infatti lecito pensare che tra un vaccino la cui efficacia sfiora il 95% e uno cui si ferma al 66% sarebbe tutto sommato preferibile, potendolo fare, scegliere il primo. Come spesso accade, però, le cose sono più complicate di così: il valore dell’efficacia, infatti, va compreso e contestualizzato, e la comparazione brutale dei valori dichiarati dalle aziende produttrici può essere spesso fuorviante e far cadere in errore.

Come si misura l’efficacia…

L’efficacia dei vaccini anti-Covid è misurata a partire dai risultati dei trial clinici di fase 3 (quelli precedenti, di fase 1 e 2, servono infatti a stabilire soltanto che il candidato vaccino, e più in generale qualsiasi farmaco, è sicuro). I trial di fase 3 funzionano in questo modo: a una metà dei partecipanti viene somministrato un placebo e all’altra metà il candidato vaccino. Dopodiché, i volontari vengono rispediti nel mondo reale e monitorati nel corso dei mesi successivi per contare quanti di loro contraggono la malattia.

Prendiamo per esempio il trial clinico di fase 3 condotto da Pfizer: la sperimentazione comprendeva circa 43mila persone, e dopo la somministrazione del vaccino (o del placebo) 170 di loro hanno contratto la malattia; di questi, 162 facevano parte del gruppo cui era stato somministrato il placebo, e 8 del gruppo cui era stato somministrato il vaccino. È da questi numeri che i ricercatori hanno misurato un’efficacia del 95%. Se tutti i casi si fossero registrati nel gruppo placebo, il vaccino avrebbe avuto un’efficacia del 100%; di converso, se fossero stati equamente distribuiti nei due gruppi, il vaccino avrebbe avuto un’efficacia dello 0%. Il che, tradotto, avrebbe voluto dire che il vaccino non modificava in alcun modo la probabilità di ammalarsi.

…e cosa vuol dire

Alla luce di questo, come va interpretato il valore dell’efficacia? Avere un vaccino efficace al 95% non vuol dire che su 100 persone cui viene somministrato, 5 si ammaleranno di Covid: al contrario, il senso della misura è relativo alla protezione individuale e va letto in termini probabilistici. Ovvero: nel caso di un vaccino efficace al 95%, ciascun paziente vaccinato ha il 95% in meno di probabilità, rispetto a un soggetto non vaccinato, di essere contagiato ogni volta che è esposto al virus.

Perché l’efficacia non è facilmente comparabile

A questo punto possiamo tornare alla questione iniziale: quanto possiamo fidarci dei valori dell’efficacia dichiarata per stilare un’ipotetica classifica di qualità dei vaccini che abbiamo a disposizione? Non troppo, stando a quello che sappiamo. Il punto cruciale, infatti, sta nel fatto che ciascun trial clinico fa storia a sé, dal momento che le sperimentazioni sono state condotte in momenti e luoghi diversi.

Pfizer e Moderna, per esempio, hanno condotto le loro sperimentazioni principalmente negli Stati Uniti durante la scorsa estate, in un momento in cui la circolazione del virus era tutto sommato sotto controllo. Johnson & Johnson, invece, ha condotto il trial clinico di fase 3 tra l’autunno e l’inverno, quando i numeri dei contagi erano molto più alti, e principalmente in Sudafrica e in Brasile, dove erano in circolazione varianti del virus diverse da quella per cui era stato sviluppato il vaccino (basti pensare che il 67% delle infezioni riscontrate durante il trial in Sudafrica erano relative alla variante B.1.351). Ciononostante, il vaccino si è rivelato efficace al 64%: un dato molto buono, se si considera, per esempio, che il vaccino dell’influenza del 2018 aveva un’efficacia inferiore al 50% e si è rivelato comunque utile a ridurre il numero dei decessi e delle ospedalizzazioni.

L’efficacia misurata dai trial clinici è un valore che va letto con attenzione: una comparazione puntuale avrebbe senso soltanto se i trial fossero stati condotti esattamente allo stesso modo, con gli stessi criteri di inclusione, nella stessa popolazione e nello stesso momento. Una stima più precisa ce la daranno, forse, soltanto i dati dell’efficacia reale, cioè quella misurata a partire dalle somministrazioni effettuate nella popolazione generale.

I parametri alternativi

L’efficacia, comunque, non è il solo valore quantitativo che permette di valutare la bontà di un vaccino. Molti esperti sostengono addirittura che non sia nemmeno il migliore, dal momento che la prevenzione tout court dall’infezione non è l’unico parametro da valutare. L’obiettivo delle vaccinazioni, specie in una situazione di emergenza come quella che stiamo affrontando, non è necessariamente quello di arrivare allo scenario in cui non ci sono più contagi, ma piuttosto, e più realisticamente, quello di ridurre ospedalizzazioni, insorgenza di sintomi gravidecessi. E se si considerano le cose da questo punto di vista lo scenario cambia molto: tutti i vaccini che abbiamo a disposizione, e auspicabilmente anche quelli che arriveranno, sono estremamente potenti nel ridurre ospedalizzazioni, sintomi gravi e decessi. In tutti i trial clinici, di tutti i vaccini, si sono registrate infezioni sia nel gruppo del placebo che in quello degli immunizzati; ma a differenza del placebo, nessun paziente contagiato del gruppo dei vaccinati ha sviluppato sintomi gravi, è finito in ospedale o ha perso la vita.

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