Screenshot del video di presentazione del Sari (da Youtube)

Un’interpellanza urgente al ministero dell’Interno per conoscere che utilizzo intenda fare di Sari, il Sistema automatico di riconoscimento facciale, che consente alle forze dell’ordine di confrontare l’immagine di una persona segnalata con le fotografie conservate nell’archivio Afis e verificare se vi siano corrispondenze. A firmarla i deputati del Partito democratico Filippo Sensi ed Enrico Borghi. Partendo da un’inchiesta di IrpiMedia su Sari, i due parlamentari vogliono sapere “quali sistemi di riconoscimento facciale intenda utilizzare per le attività di competenza del Ministero dell’interno“. E se il Viminale “non ritenga invece opportuna una moratoria in attesa di una migliore definizione della normativa in materia di privacy a tutela dei diritti costituzionali dei cittadini“.

Sari sotto osservazione

L’interpellanza urgente, depositata il 22 febbraio, muove da un’inchiesta di IrpiMedia. Sebbene polizia e carabinieri da tempo adoperino Sari Enterprise per “risalire all’identità di un individuo mediante il confronto di volti su una lista di candidati, selezionati dal sistema tra tutte le foto segnaletiche presenti nella banca dati Afis (Automated Fingerprint Identification System)“, avvalendosi di immagini “relative ad un procedimento penale” o “trasmesse dal servizio di cooperazione internazionale di polizia della Direzione centrale della polizia criminale”, dall’inchiesta emerge che “il Ministero dell’interno sarebbe intenzionato a sviluppare questo sistema per utilizzare il riconoscimento facciale in tempo reale sui migranti: «sistema tattico per monitorare le operazioni di sbarco e tutte le varie tipologie di attività illegali correlate, video riprenderle ed identificare i soggetti coinvolti»“. Inoltre il sistema di riconoscimento facciale potrebbe essere utilizzato “«supporto di operazioni di controllo del territorio in occasione di eventi e/o manifestazioni» in tempo reale“.

Dall’inchiesta di Irpi, inoltre, si evince che “il Garante per la protezione dei dati personali avrebbe «richiesto una valutazione di impatto sulla privacy dei cittadini (Dpia), valutazione necessaria quando si tratta della gestione di dati biometrici che possono avere gravi ripercussioni sui diritti fondamentali», ma sarebbe ancora in attesa di una risposta dal Ministero dell’interno“.

Preoccupazioni sul riconoscimento facciale

Per questo i due deputati sollecitano il ministro, Luciana Lamorgese, a fare luce sui progetti del suo dicastero. Anche perché, scrivono Sensi e Borghi, “i sistemi di riconoscimento facciale sono sempre più diffusi malgrado le preoccupazioni crescenti in merito alla loro efficienza e ai rischi per la privacy e i diritti civili dei cittadini” e “negli Stati Uniti milioni di immagini digitali sono state letteralmente «raschiate» da Facebook, YouTube e milioni di altri siti web, raccolte in giganteschi date base e vendute da aziende private alle forze di polizia o ad altre aziende private. Casi analoghi sono avvenuti anche in altre nazioni“. Basti pensare al caso della startup Clearview Ai, che si è vista intimare dal Garante della privacy della città di Amburgo la cancellazione dei dati di un cittadino tedesco finito nei suoi database senza avere mai dato consenso.

A questo si aggiunge anche una recente risoluzione del Parlamento europeo, data 20 gennaio 2021 e relativa alla regolamentazione dell’intelligenza artificiale, che, ricordano i due deputati, “ha invitato la Commissione europea a prendere in considerazione l’introduzione di una moratoria sull’utilizzo di tali sistemi da parte delle autorità dello Stato nei luoghi pubblici, aeroporti ad esempio, e nei locali destinati all’istruzione e all’assistenza sanitaria fino a quando le norme tecniche non saranno considerate pienamente conformi ai diritti fondamentali, i risultati ottenuti non saranno privi di distorsioni e di discriminazioni e non vi saranno rigorose garanzie contro gli utilizzi impropri in grado di assicurare la necessità e la proporzionalità dell’utilizzo di tali tecnologie“.

Da un’inchiesta di Wired del 2019 era emerso che nella banca dati erano presenti i volti di 2 milioni di cittadini italiani e 7 milioni di stranieri. Questi ultimi non necessariamente tutti residenti in Italia e dei quali non è stato chiarito quanti fossero in Afis per aver commesso un reato – in questo caso i tempi di conservazione sono stabiliti dal Dpr del 15 gennaio 2018 – o per via delle leggi sull’immigrazione.

 

 

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