(foto: Wired.it)

La città di Cuneo ha intenzione di introdurre un progetto di “videosorveglianza partecipata che getta in parte le spese del sistema sulle spalle degli abitanti e allo stesso tempo rinforza la loro percezione del pericolo e del crimine. La riunione della Commissione consiliare per la presentazione del progetto, trasmessa su Zoom e pubblicata su YouTube, è però interessante anche perché offre uno spaccato dolorosamente reale del livello della discussione politica sul tema della sorveglianza in Italia.

Lo scorso 9 settembre il Comune di Cuneo ha presentato nella VII Commissione consiliare un nuovo regolamento sulla videosorveglianza comunale, che include anche la possibilità per i cittadini di unire le proprie videocamere private alla rete di quelle già installate dalla polizia municipale. Il concetto su cui poggia questo progetto è diffondere la videosorveglianza partecipata, per riuscire a coprire quasi ogni angolo della città.

Cosa vuol dire videosorveglianza partecipata?

Come spiegano l’assessore e il dirigente del settore elaborazione dati nel video della seduta della Commissione, il Comune non può spendere ulteriormente per installare videocamere – sia dal punto di vista economico, sia perché richiederebbe ulteriori scavi per il passaggio della fibra e cablaggio – ma le richieste dei cittadini in tal senso sembrano essere continue: quasi tutti vogliono avere l’occhio di una videocamera puntata davanti alla propria abitazione. Secondo le stime riportate, se installato dal Comune, ogni punto videocamera verrebbe a costare attorno ai 5mila euro.

Uno dei problemi, però, è che i privati cittadini non possono per legge installare videocamere che riprendono lo spazio pubblico. Ma su questo il Comune viene in soccorso con il nuovo regolamento: le riprese finiranno direttamente nei server della polizia locale; il trattamento dei dati infatti è fatto dal Comune e non dai cittadini che le installano, e le immagini saranno conservate 7 giorni. 

Sembra che si voglia soddisfare la richiesta dei cittadini ,ma in realtà si fa leva su un timore non del tutto legittimo per sfruttarli e mettere in piedi un’infrastruttura di sorveglianza porta a porta. Se negli Stati Uniti con Amazon Ring vediamo i cittadini disposti a girare i propri feed delle videocamere, installate sugli ingressi di casa, direttamente alla polizia – complice anche una campagna marketing di Amazon spietata – a Cuneo sembra che non serva alcuno zampino delle aziende. Il Comune ha già risolto tutto, a spese dei cittadini.

Come si entra nella rete di videocamere

Nel video della Commissione vengono spiegati anche i requisiti dei sistemi di videosorveglianza e come sono divise le spese. Per essere ammessi alla rete partecipata, i cittadini devono installare almeno 4 telecamere; l’abitazione deve trovarsi in un punto significativo e strategico per quanto riguarda i fenomeni legati all’ordine pubblico; le videocamere dovranno rispettare delle caratteristiche tecniche stabilite dal regolamento; è necessario avere una linea internet adatta per il trasferimento dei dati, e bisogna dimostrare che l’apparato sarà mantenuto in sicurezza senza rischio che venga manomesso o rubato (il Comune fornirà anche un dispositivo per la trasmissione protetta dei dati). 

Le spese per quanto sopra sono tutte a carico del cittadino, il Comune invece si occupa dei costi che definisce perpetui, come ad esempio il firewall e la gestione delle licenze software. 

Alla videosorveglianza partecipata possono unirsi quasi tutti: privati, aziende, comitati di quartiere, condomini, ma anche altri edifici ed enti pubblici. L’idea della partecipazione collettiva nella videosorveglianza – e quindi di alleviare le spese sulle casse pubbliche – era già stata sperimentata nel 2016 con le telecamere nei negozi collegate con le forze dell’ordine: premendo un allarme o in caso di irruzione di notte, si col­legano direttamente con le cen­trali operative di polizia e carabi­nieri. All’epoca erano coinvolti nel progetto anche la Camera di commercio di Cuneo e l’azienda Tecno World.

La politica italiana è innamorata della sorveglianza

Se già l’idea del trasformare ogni singola abitazione in un occhio che sorveglia la città rischia di trasformare i nostri spazi pubblici in un incubo, il dibattito seguito alla presentazione del regolamento ci ricorda che il discorso politico in Italia sul tema della sorveglianza accetta un solo slogan: sorvegliare, sorvegliare, sorvegliare.

Anche i vari membri della Commissione piemontese che prendono la parola masticano serratamente il lessico della sorveglianza: le videocamere sono una risposta intelligente, un ottimo deterrente, e soprattutto, essendo un fattore di innovazione, sono quindi anche un segnale politico importante e positivo.

La tecnologia diventa così lo scopo finale di ogni intervento pubblico: se posso introdurre un aspetto innovativo – come era già avvenuto nel caso del riconoscimento facciale a Como – non devo pormi alcuna domanda sulla reale necessità dell’intervento né, tantomeno, chiedermi se questa tecnologia rischia di alimentarsi da sola in un vortice di timore securitario. 

Le soluzioni tecnologiche trattano la criminalità come fosse un oggetto autonomo e indipendente dalle condizioni socio-economiche e culturali in cui vive la popolazione. Quelle condizioni su cui la politica, sia locale che nazionale, dovrebbe intervenire. 

Le richieste dei cittadini per avere maggiori videocamere, motivo alla base del progetto del Comune di Cuneo, smascherano però il problema: c’è una percezione del rischio dettata in parte sia dalla narrazione dei media e in parte dalle scelte politiche. Una percezione che però cozza con i dati riportati sui reati commessi: le statistiche degli ultimi anni parlano di reati in calo in tutta Italia, e la provincia di Cuneo nel 2019 era 94esima su 106 province nella lista del Sole24Ore, con quasi 15mila denunce. 

E proprio sulla percezione del rischio e la sua narrazione ha offerto una descrizione limpida il viceministro dell’Interno Matteo Mauri, intervenuto a Macerata a fine luglio per l’inaugurazione di un nuovo impianto di videosorveglianza cittadina. “In provincia di Macerata dal 2015 al 2019 i delitti sono scesi del 27% e i furti del 50% ma la percezione dei cittadini è molto diversa. Noi dobbiamo ricostruire la realtà e alimentarne il racconto. Spesso sulle percezioni si basano le partite politiche,riportava un giornale locale.  

I reati sono in calo, ma se mostro che il Comune installa continuamente nuove telecamere vorrà dire che un motivo ci sarà. La videosorveglianza è uno strumento che allo stesso tempo promette di risolvere un problema e lo alimenta nella mente di chi lo osservaDal 2009, questo approccio ha invaso le città italiane grazie a una legge in materia di sicurezza pubblica che ha dato in mano ai Comuni la possibilità di installare videocamere per la tutela della “sicurezza urbana.” Da destra a sinistra, tutti i partiti politici ne hanno approfittato per installarle nelle proprie città. 

In altri due interventi nella Commissione si sottolinea come il privato diventi un sensore sul territorio, una sentinella, e che installare le videocamere voglia dire sentirsi parte della cosa pubblica. Sorvegliare il prossimo è però esattamente l’opposto della solidarietà che dovremmo aspettarci tra esseri umani. Si avvicina piuttosto alla teoria delle finestre rotte diffusa negli Stati Uniti, convertita in forma tecnologica: ho bisogno di un occhio digitale che monitora costantemente per stanare ogni singola devianza e micro-reato. Reati che, grazie alla lotta per il decoro urbano, vengono definiti sempre in nuove forme. Inoltre, la teoria delle finestre rotte è uno dei tasselli che hanno condotto alle rivolte statunitensi degli ultimi mesi contro la polizia e l’oppressione delle persone afroamericane. 

Il regolamento di Cuneo dovrà essere approvato definitivamente nel prossimo Consiglio comunale, ma non sembra che ci saranno colpi di scena. Un altro intervento di un membro della Commissione, però, riassume paradossalmente e senza volerlo la situazione in cui viviamo. Si vede che il mondo è cambiato, dice il politico cuneese: dieci anni fa gridavamo alla riduzione della libertà privata, e guardate oggi

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