(foto: armon_88 via Pixabay)

L’osteopatia è stata appena riconosciuta e istituita dal governo come professione sanitaria in un Dpr (decreto del presidente della Repubblica), con la conseguente creazione di un corso di laurea in questa disciplina. Il primo passo fondamentale per il riconoscimento era avvenuto con una legge del 2018 (3/2018) realizzata a opera di Beatrice Lorenzin, oggi deputata e all’epoca ministro della Salute. Ai 10 paesi (europei e non) che hanno già istituzionalizzato l’osteopatia si aggiunge dunque anche l’Italia. Tuttavia, questa ufficializzazione ha fatto discutere, in ambito scientifico e mediatico, sul ruolo e sull’essenza di questa disciplina e sulla sua entrata fra le professioni sanitarie.

Le ragioni dei dubbi riguardano il fatto che l’osteopatia fa parte della medicina non convenzionale, ma complementare e alternativa, su cui le pubblicazioni di studi controllati randomizzati risultano ancora limitati. La pratica si fonda esclusivamente sull’uso delle mani e sull’idea che la manipolazione favorisca alcune proprietà di auto-guarigione del nostro corpo. Per questo, qualche scienziato, per esempio il presidente nazionale dell’Associazione italiana di fisioterapia (Aifi), Davide B. Albertoni, ha messo in discussione l’entrata nelle professioni sanitarie, operata dal governo e annunciata con soddisfazione dal ministro Roberto Speranza, in quanto, come spiega Albertoni, questa disciplina non sarebbe fondata su solide prove scientifiche. Si è avviato un botta e risposta dai toni forti – qui la risposta della Presidente Roi – Registro osteopati d’Italia, Paola Sciomachen, che elenca la presenza di molti studi su Pubmed sui benefici dell’osteopatia. Cerchiamo di capire qualcosa in più sui fondamenti dell’osteopatia e sulle differenze con la fisiatria e la fisioterapia.

L’osteopatia: cos’è

“È un momento importante per tanti professionisti e per quei cittadini che hanno bisogno delle loro prestazioni”, ha annunciato in un post il ministro Speranza, con il plauso della deputata Lorenzin, che nel 2018 aveva avviato il processo di riconoscimento dell’osteopatia. Fondata alla metà dell’800 dal medico e chirurgo statunitense Andrey Taylor Still, l’osteopatia – come si legge sulla pagina della Osteopathic International Alliance e in un recente articolo su Scientific Reports del gruppo Nature – si fonda solo su una terapia manuale, che consiste nel manipolare strutture muscoloscheletriche del nostro corpo per trattare vari problemi salute, dal mal di testa al mal di schiena e non solo. L’attenzione è rivolta all’unità che c’è fra anatomia e funzione e questa terapia rientra nelle pratiche di tipo olistico ed è complementare rispetto alla medicina classica. Si usa un’ampia varietà di tecniche manuali per migliorare la funzione fisiologica o supportare l’omeostasi (la stabilità) di tessuti, organi e sistemi. L’osteopata usa soltanto le mani, mentre il fisioterapista (che a volte può essere anche osteopata) utilizza anche altri interventi, per esempio con strumenti elettromedicali e con esercizi fisici per la riabilitazione, e si concentra maggiormente sull’area dove si presenta il sintomo.

Come si diventa osteopata

Fisioterapia e osteopatia hanno qualcosa in comune ma anche numerose differenze. Per diventare osteopata le strade sono queste: frequentare un corso di osteopatia a tempo pieno della durata di cinque anni, accessibile a tutte le persone che escono dalle scuole superiori, oppure un corso a tempo parziale della durata di cinque o sei anni, per chi ha già una laurea in medicina, fisioterapia o odontoiatria. I corsi includono materie come biologia, istologia, anatomia, fisiologia, ortopedia, reumatologia, psicologia, e osteopatia (ovviamente). Finora i percorsi non rientravano nei corsi di laurea delle delle professioni sanitarie (anche se per esempio c’erano già dei master universitari, come questo della Sapienza), mentre da oggi e in un futuro vicino le cose cambieranno con lauree specifiche basate sul percorso di studi già consolidato.

Differenze con la fisioterapia

La laurea in fisioterapia ha una durata di tre anni, cui si può aggiungere anche una specializzazione di altri due, dove alcune materie di studio possono essere simili mentre altre no. “La laurea in fisioterapia prevede vari insegnamenti diversi rispetto all’osteopatia”, sottolinea a Wired Cristina Hrenuic, responsabile dell’Unità di riabilitazione del Policlinico Casilino, “e fisioterapia e osteopatia formano competenze e figure diverse, a mio avviso non paragonabili. L’osteopatia è efficace per diversi disturbi. Può accadere che l’osteopata tratti meglio determinate problematiche come quelle craniosacrali, fra cui alcune cervicalgie e la cefalea dovuta alla nevralgia di Arnold, mentre per altre patologie serve il fisioterapista, ad esempio per un recupero muscolare o neurologico con esercizi mirati e altri interventi”. Insomma sono due ambiti separati, da non confrontare.

Quello che però è importante ricordare, e vale sia per i fisioterapisti sia per gli osteopati, è che questi due professionisti non possono fare la diagnosi, che deve sempre essere effettuata dal fisiatra, il quale è un medico con successiva specializzazione in fisiatria”, prosegue Hrenuic. “Al fisiatra spetta anche la decisione del tipo di terapia e sarà lui a indicare al paziente da quale dei due esperti andare, se dal fisioterapista o dall’osteopata oppure, come spesso è consigliabile, da entrambi”. In altre parole se si hanno dolori alla schiena e ai muscoli o se si è avuto un incidente, come anche un banale tamponamento con dolore cervicale, bisogna recarsi prima di tutto dal medico e dal fisiatra, e non direttamente dall’osteopata o dal fisioterapista. Il fisiatra valuterà in maniera completa la storia clinica del paziente e prescrive i trattamenti. “Fermo restando che l’osteopata è e rimane una figura valida e importante, aggiunge la fisiatra, “bisogna prestare attenzione, in questa fase di cambiamento e di riconoscimento della nuova professione sanitaria, perché a mio avviso un eventuale rischio è che entrando nelle professioni sanitarie, e seguendo una formazione di cinque anni, anche alcuni osteopati possano voler accedere alla diagnosi, cosa che non è e non sarà possibile”.

Mancano ancora studi

L’efficacia dell’osteopatia e la sua dimostrazione negli studi clinici è uno dei nodi centrali del dibattito odierno. Ed è un tema complesso da affrontare per gli stessi specialisti del settore di cui alcuni in disaccordo fra loro. Uno studio del 2013 di due autori australiani, pubblicato su Bmc Muscoloskeletal Disorder, ha preso in esame 809 articoli (di cui però 772 scartati sulla base solo dell’abstract) sugli effetti dell’osteopatia nella lombalgia cronica. Fra le 37 pubblicazioni rimaste, gli autori ne hanno escluse altre 35 e le altre due a detta loro non risultavano comunque omogenee dal punto di vista metodologico e clinico. Una di queste due indicava una sostanziale somiglianza fra l’intervento osteopatico, l’esercizio e la fisioterapia.

Sulla pagina dei National Health Service inglesi, per esempio, si legge che esistono prove limitate che l’osteopatia sia efficace per alcuni tipi di dolore al collo, alla spalla o agli arti inferiori e per il recupero dopo operazioni all’anca o al ginocchio”: secondo Nhs c’è qualche prova, ma ancora circoscritta. Sulla banca dati di Pubmed compaiono numerose pubblicazioni alla voce osteopathy o osteopathic manipulative treatment, ma in molti paper i risultati risultano limitati, non chiari e da approfondire. Un altro studio, condotto nel 2017 dall’università di Sidney, riporta che ci sono dei risultati positivi associati all’osteopatia ma che “nonostante questi risultati, gli studi comparativi pubblicati sull’efficacia e sull’economia in ambito sanitario nei trattamenti manipolativi osteopatici (Omt) sono di qualità e quantità insufficiente per indirizzare politiche e azioni pratiche. Ricerche di alta qualità e ben costruite che si allineino con le migliori pratiche internazionali sono fortemente necessarie per costruire una pragmatica evidence-base per gli Omt”.

Insomma l’analisi indica che mancano ancora o non sono abbastanza i lavori di ricerca strutturati in un certo modo, dunque con ampio campione di partecipanti, che siano anche randomizzati e controllati.

Lo scontro sugli studi randomizzati controllati

Lo studio dell’università di Sidney non afferma però che l’osteopatia non sia efficace e in alcuni ambiti la ritiene promettente, anche dal punto di vista dei costi: per questo è necessario studiarla di più. Bisogna ricordare anche che questa pratica è riconosciuta da istituzioni sanitarie internazionali, come l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms). Nelle ultime linee guida del 2010 dell’Oms, adottate poi anche dall’Unione europea, che contengono i principi base (e anche quelli filosofici) dell’osteopatia, si legge che “la medicina complementare e/o alternativa, se praticata in maniera corretta, può aiutare a migliorare la salute e il benessere dei cittadini”. Con l’entrata ufficiale della disciplina all’interno delle professioni sanitarie, (quasi inevitabilmente) il dibattito su questi temi – dalla carenza ancora non colmata di ampi studi, strutturati in un certo, modo ai possibili benefici rilevati da altre pubblicazioni – si è riacceso con come spesso accade quasi fazioni opposte. E lo scontro si gioca proprio sulla mancanza di studi randomizzati controllati.

Il presidente Aifi Albertoni sottolinea in una lettera a Quotidiano sanità anche la frequente confusione fra fisioterapia e osteopatia, i cui confini sono spesso sottili, con il possibile sconfinamento: la terapia manuale, spiega in un caso di uno studio citato, non rientra nella medicina non convenzionale o complementare, dunque bisogna stare attenti alla definizione di osteopatia e di medicina non convenzionale.

Inoltre l’esperto indica che dall’analisi delle pubblicazioni finora raccolte le prove sull’osteopatia riportate in studi controllati randomizzati sono molto limitate e spiega il perché. A questa critica la presidente Roi Sciomachen ribatte che i problemi della dimensione campionaria ridotta, dell’effetto placebo e degli errori sistematici, a suo avviso sono gli stessi per tutta la pratica clinica basata sull’evidenza. Secondo l’esperta queste mancanze si verificano anche in studi sulla riabilitazione (non osteopatica) e cita a tal proposito una revisione sistematica della Cochrane da cui emerge che la qualità delle prove sulla pratica riabilitativa nel dolore cronico è limitata. Il dibattito rimane aperto, in attesa di nuove prove e studi ancora più ampi.

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