Dopo più di un anno dalla prima ondata, dell’infezione provocata dal coronavirus dobbiamo ancora scoprire molto. Ad esempio, riuscire a capire chi è più a rischio di sviluppare una forma grave della malattia. Esistono, infatti, diversi fattori di rischio già noti che possono fare la differenza e contribuire all’insorgenza di sintomi più aggressivi, come l’età avanzata, il sesso maschile e la presenza di comorbidità. Ma tra questi, oggi si aggiungono anche quelli genetici. A dimostrarlo, in un nuovo studio pubblicato sulla rivista iScience, è stato un team di ricerca italiano, secondo cui per prevedere la gravità della Covid-19 bisognerebbe concentrarsi su 5 mutazioni genetiche.

Per capirlo, i ricercatori del Ceinge-biotecnologie avanzate di Napoli hanno passato in rassegna i dati genetici provenienti da circa 1,7 milioni di cittadini proveniente da diversi paesi europei, resi disponibili grazie al consorzio Covid-19 Host Genetis Initiative, che coinvolge 143 centri di ricerca internazionali. Di questi, circa un milione erano individui sani, mentre i restanti 7mila erano stati ricoverati perché aveva sviluppato una forma grave della Covid-19. Attraverso approfondite analisi genetiche, condotte tramite tecniche computazionali sviluppate ad hoc, i ricercatori sono riusciti a individuare aspetti comuni tra i casi gravi. Più precisamente, si sono concentrati sul cromosoma 21, scoprendo il ruolo di 5 mutazioni genetiche nell’alterare la funzione di due geni, Tmprss2 e MX1, e nell’esporre chi le presenta a sintomi più aggressivi dell’infezione.

Questi due geni, spiegano i ricercatori, sono risultati mutati con maggior frequenza nel gruppo di pazienti con una forma grave della malattia. Risultati, quindi, che potrebbero portare alla realizzazione di test genetici in grado di predire il rischio di sviluppare malattie più aggressive e di poter considerare questi due geni come bersagli terapeutici. “Questo studio getta le basi per mettere a punto nuovi test genetici che permettono di predire quali sono i soggetti ad alto rischio di sviluppare manifestazioni cliniche gravi del Covid-19, spiega Mario Capasso, che ha coordinato lo studio. “Inoltre i due geni trovati più frequentemente mutati nel gruppo dei pazienti gravi, potrebbero essere potenziali bersagli terapeutici”, aggiunge il co-autore Achille Iolascon.

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