(foto: Ryan Cutler/EyeEm via Getty Images)

Moltissime specie di mammiferi, fra cui gli amati pet, potrebbero essere suscettibili al coronavirus Sars-Cov-2 e contagiarsi proprio come l’essere umano, prendendo l’infezione da noi. Lo mostra una ricerca condotta dall’Imperial College London che elenca 26 specie in contatto con l’essere umano e per questo più a rischio. Fra queste ci sono cani, gatti, criceti, ma anche animali non domestici come maiali, furetti e visoni (protagonisti di una triste vicenda), tigri, leoni e macachi – di alcune di queste specie abbiamo peraltro prove di casi di positività e focolai. Lo studio è pubblicato su Scientific Reports. L’argomento è ancora da approfondire e la ricerca segnala che dobbiamo prestare attenzione a questi contagi e adottare le regole d’igiene – come lavarsi le mani – prima di accarezzare gli animali domestici.

I contagi dei mammiferi: lo studio

Della trasmissione del virus fra i mammiferi si è già parlato più di una volta durante la pandemia di Covid-19 e ci sono alcuni studi sul tema. Stando a quanto riferito alcuni mesi fa – nell’aprile 2020 – dall’Organizzazione mondiale e da altre autorità sanitarie gli animali domestici non costituirebbero un pericolo per noi. Tuttavia, come si legge anche nello studio odierno, attualmente non abbiamo abbastanza dati sull’eventualità che possano ritrasmettere l’infezione all’essere umano e dobbiamo procedere con cautela. Per questo conoscere le specie vulnerabili, monitorarle e cercare di capire come l’hanno contratta è importante per avere sempre nuove informazioni su Sars-Cov-2 e sulle sue vie di trasmissione.

I ricercatori sono partiti dai dati dei contagi negli animali disponibili negli studi scientifici per stilare un elenco delle specie più a rischio e per comprendere quanto è aggressivo il virus. Nella ricerca, infatti, hanno svolto analisi genetiche, tramite simulazioni al computer, per  capire se e come, negli animali più a contatto con l’essere umano e dunque più a rischio, Sars-Cov-2 attecchisce e si diffonde nel loro organismo. In pratica, hanno voluto comprendere come la proteina spike del virus, quella che aggancia le cellule e di fatto permette il contagio, interagisce negli animali con il recettore Ace2 – una proteina presente in vari organi e tessuti, il ponte attraverso cui il virus si estende nel corpo.

Mammiferi, più colpiti di rettili e uccelli

Rettili, uccelli e pesci nella maggior parte dei casi non sembrano contrarre l’infezione, a differenza di molte specie di mammiferi, fra cui vari animali da compagnia e allevati nelle fattorie. I ricercatori hanno individuato 26 specie con cui entriamo più in contatto e che per questa ragione potrebbero essere maggiormente suscettibili a Covid-19 (qui la figura con l’elenco). Fra questi, ci sono i pet, come gatto, cane, criceto (più di una specie) e porcellino d’India. Fra gli animali da fattoria, poi, ci sono cavalli, conigli, pecore, mucche, maiali e altri.

Nello studio genetico, in particolare i ricercatori hanno rilevato che nella pecora e molti primati (scimpanzé, bonobo, orango) la proteina spike del virus si lega con il recettore Ace2 con la stessa forza con cui questo legame si manifesta nell’essere umano: dunque l’infezione potrebbe avere caratteristiche simili.

Animali, tutelarli e tutelarci

Alcuni di questi animali, come la pecora, non sono ancora stati considerati all’interno di ricerche su animali contagiati: in questo caso la simulazione fornisce soltanto un’indicazione che potrebbero essere infettate dall’essere umano. Proprio per questo i ricercatori precisano che il loro lavoro non vuole fornire una misura assoluta del rischio di infezione” , ma che al contrario “potrebbe essere preso in considerazione come metodo efficace per monitorare un ampio numero di animali” ,nonché fornire un supporto per nuovi studi sul tema. Questi modelli, spiegano gli autori, si basano su analisi computazionali semplici da riprodurre che per questo potrebbero essere utilizzate anche per ulteriori approfondimenti e in altre epidemie, che purtroppo sono sempre più frequenti.

Per proteggere gli animali e noi stessi “abbiamo bisogno di una sorveglianza su larga scala degli animali, in particolare dei pet e degli animali da fattoria”, ha spiegato “per individuare i casi positivi e i focolai in maniera precoce, quando sono ancora gestibili”. Potrebbe essere importante, aggiunge l’esperta, adottare le stesse misure di igiene che abbiamo imparato ad adottare per gli esseri umani, e nel caso di un paziente positivo che non abbia contatti non solo con le persone ma anche con gli animali.

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