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Si fa presto a dire vaccino. La comunità scientifica le sta tentando tutte: sono circa 70 i preparati in fase di sviluppo contro il coronavirus responsabile della Covid-19, al momento la gran parte ancor a livello preclinico – e a tal proposito bisogna ricordare, come ha recentemente sottolineato Guido Silvestri, virologo della Emory University di Atlanta, che “non abbiamo bisogno di 70 vaccini, ma di uno solo che funzioni bene”. Le possibilità al momento aperte sono tante: alcuni studi si basano su virus inattivati, altri su virus attenuati, altri ancora su subunità virali e così via. Insomma, è in atto “uno sforzo globale di ricerca e sviluppo senza precedenti in termini di portata e velocità”, come lo ha definito Seth Berkley, esperto della Gavi Alliance, che potrebbe portarci, nello scenario più roseo, ad avere in mano un vaccino efficace già agli inizi del 2021. Affaire Covid-19 risolto e archiviato per sempre, dunque? Non per fare gli uccelli del malaugurio, ma purtroppo le cose non stanno proprio così. Perché la ricerca e lo sviluppo di un vaccino non sono che il primo (complessissimo) passo di un cammino altrettanto faticoso e tortuoso. Quando (e se) avremo in mano il vaccino bisognerà pensare a come produrlo su larga scala, come coprirne i costi, come distribuirlo. E soprattutto a come farlo arrivare a tutti senza permettere che nessuno (leggi: le nazioni più svantaggiate e le fasce più povere della popolazione) rimangano indietro.

Sono questioni tutt’altro che semplici da affrontare, e per questo da non sottovalutare. L’elemento chiave è la collaborazione di tutti: “Oggi l’umanità, in tutta la sua fragilità, è alla ricerca di un vaccino sicuro ed efficace contro Covid-19”, scrivono da Unaids. “I governi e i partner internazionali devono lavorare uniti attorno a delle garanzie globali per assicurare che, una volta sviluppato il vaccino, venga prodotto rapidamente e in modo scalabile, e che sia disponibile per tutte le persone, in tutte le nazioni, gratis. Lo stesso vale naturalmente per tutti i trattamenti, i dispositivi diagnostici e le tecnologie necessarie a contrastare la malattia”. La faccia positiva della medaglia è che i leader mondiali (alcuni tra i leader mondiali) si stanno già organizzando per far fronte a queste esigenze, creando collaborazioni internazionali per la ricerca e per i finanziamenti.

Tuttavia, resta ancora molto da fare. La storia dovrebbe insegnarci a non ripetere gli errori fatti nel passato. Il Washington Post, per esempio, ricorda quello che avvenne durante l’influenza suina del 2009, quando le nazioni più ricche del mondo, tra cui gli Stati Uniti, allora guidati da Barack Obama, erano capofila della ricerca di un vaccino contro H1N1. Gli Stati Uniti riuscirono a siglare contratti con le case farmaceutiche per mettere le mani su circa 600 milioni di dosi di vaccini, una parte molto consistente della produzione totale; e stando ai dati dei Centers for Disease Control and Prevention, il vaccino fu inoculato a circa 80 milioni di americani, un numero uguale alle numeri di dosi distribuite ad altre 77 nazioni del mondo. Bene ma non benissimo.

Oggi, a 11 anni di distanza, il rischio all’orizzonte è lo stesso. La scorsa settimana, i rappresentanti dell’Organizzazione mondiale della sanità, della Gates Foundation, della Commissione europea e del Regno Unito, Cina, Canada, Turchia, Arabia Saudita, Giappone e diverse nazioni africane si sono incontrati in un summit virtuale in cui hanno raggranellato oltre 8 miliardi di dollari da destinare allo sviluppo e alla distribuzione del vaccino. Peccato che gli Stati Uniti abbiano disertato l’incontro, preferendo dedicarsi al proprio progetto, la cosiddetta Operazione Warp Speed, che destina risorse “quasi illimitate” per sviluppare vaccini per Covid-19 ma da usarsi solo entro i confini nazionali. Alla faccia della collaborazione.

“È assolutamente necessario”, commenta Stefano Vella, docente di Salute globale all’Università Cattolica di Roma, “che si lavori tutti insieme, di concerto, senza lasciare indietro nessuno, un po’ come è stato fatto per il vaccino e per il trattamento dell’Hiv (anche se purtroppo il vaccino non è mai stato trovato). Il vaccino deve essere globalmente disponibile, così come tutti i trattamenti, e i costi devono essere coperti da parte di tutte le nazioni. Le case farmaceutiche hanno dichiarato che non intendono guadagnare dal vaccino: confido che possa andare davvero così”. Ce lo auguriamo anche noi, chiaramente, ma al momento le cose sembrano andare in un’altra direzione. È notizia recentissima che Sanofi ha già promesso le prime dosi di vaccino agli Stati Uniti: “L’ultimo tra i vaccinati”, riporta oggi Repubblica, “potrebbe essere immunizzato addirittura diversi anni dopo il primo. Spingendo a pieno ritmo tutte le fabbriche del mondo e rinunciando a qualunque altro vaccino, si arriverebbe a 5 miliardi di dosi all’anno”.

Tra l’altro, ancora non sappiamo di quante dosi realmente avremo bisogno: “Molto dipende”, dice ancora Vella, “da come funziona realmente l’immunizzazione: potrebbe essere, per esempio, che l’immunità non sia permanente, e dunque sarà necessario somministrare il vaccino a intervalli regolari, come si fa per l’influenza”. Un altro fattore è legato a chi si sceglie di vaccinare: “La precedenza andrà data soprattutto ai soggetti più fragili, agli operatori sanitari e alle categorie a rischio. Ma nello stesso tempo bisogna anche guardare agli asintomatici o a quelli che sembrano meno soggetti ad ammalarsi, come i bambini: è vero che si ammalano meno, ma sono comunque un possibile veicolo di contagio”. Staremo a vedere.

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