Il Veneto, grazie alla strategia di tamponatura ideata da Andrea Crisanti, è stata una delle regioni che ha gestito meglio la prima ondata. E non solo, perché alla richiesta di realizzare altri 211 posti letto in terapia intensiva, contenuta nel decreto Rilancio, ha risposto allestendone 331. Eppure sta assistendo ad un aumento dei contagi, tanto che anche il presidente Luca Zaia ha chiesto l’istituzione della zona rossa. Che cosa sta succedendo in Veneto?

Il primo elemento che salta all’occhio, analizzando i dati messi a disposizione dalla Protezione civile, riguarda l’aumento della percentuale di primi tamponi positivi sul totale di quelli effettuati, quindi considerando solo gli esami fatti per diagnosticare l’infezione e non per verificare che sia passata. Questa la situazione:

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I dati partono dalla fine di aprile perché solo in quel periodo la Protezione civile ha iniziato a comunicare i casi testati (appunto il numero di primi tamponi effettuati). Come si può notare dal grafico, la percentuale di positività è andata crescendo a partire dall’inizio di ottobre.

Il che, in termini matematici, può significare due cose. O che si è ridotto il totale di tamponi effettuati, in particolare quelli per verificare la negativizzazione, oppure che in Veneto il contagio si sta diffondendo. Questo grafico sembra confermare che l’ipotesi da prendere in considerazione sia purtroppo quest’ultima:

Covid-19 in Veneto: il sistema regge, ma il contagio continua a diffondersi

Ogni barra, con relativa bolla, rappresenta i dati cumulati su una settimana e la loro altezza indica il numero di primi tamponi effettuati nell’arco dei sette giorni. Il loro colore vira verso tonalità più scure quanto più alta è la percentuale di primi tamponi sul totale di quelli effettuati. In sostanza queste due informazioni rappresentano lo sforzo nel cercare nuovi casi. Le dimensioni e tonalità delle bolle, invece, rappresentano la percentuale di primi tamponi positivi sul totale e quindi una sorta di indice di gravità dell’epidemia.

Analizzando il grafico, si può vedere che la strategia di tamponatura messa in campo dalla regione Veneto non è cambiata. Il numero di tamponi è tutto sommato costante (l’ultima colonna presenta i dati della settimana in corso, per questo è più bassa), così come la percentuale dei primi tamponi sul totale. Il guaio è che aumentano quelli positivi.

Il che significa che, nonostante la strategia di tracciamento messa in campo dal Veneto, il contagio si diffonde. In tutta questa situazione bisogna anche considerare il ricorso ai tamponi rapidi, secondo Crisanti, restituirebbero un 30% di falsi negativi. In altre parole, in un caso su tre la persona negativa sarebbe in realtà positiva e quindi contagiosa.

L’aspetto positivo è che, tra i posti letto previsti dal decreto Rilancio e quelli aggiunti con l’inizio della seconda ondata, i reparti di terapia intensiva veneti hanno retto meglio di quelli di altre regioni.

Covid-19 in Veneto: il sistema regge, ma il contagio continua a diffondersi

La linea rossa in alto rappresenta quota 1.040, il totale dei posti letto a disposizione negli ospedali veneti. La seconda, invece, è fissa a 312, quella quota del 30% oltre la quale, secondo il governo, scatta l’emergenza, col rischio di una saturazione nei reparti in cui non sono ricoverati solo pazienti positivi al Sars-Cov-2.

Almeno finora, quindi, il sistema ospedaliero veneto ha retto l’urto. Un ulteriore aumento dei contagi rischierebbe però di metterlo seriamente in crisi. Ed è probabilmente anche per questo che Zaia ha chiesto l’istituzione della zona rossa durante le vacanze natalizie nella sua regione.

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