(foto: Images By Tang Ming Tung via Getty Images)

L’Agenzia europea per i medicinali (Ema) ha appena reso noto che ha cominciato ad esaminare i dati del vaccino di Oxford, chiamato ChAdOx1, di cui si è spesso parlato durante la pandemia di Covid-19, prodotto dall’omonima università insieme all’azienda AstraZeneca. La notizia è pubblicata in una dichiarazione ufficiale sulla pagina dell’Ema. L’annuncio dell’Agenzia europea per i medicinali non è già una conferma della sicurezza e l’efficacia del vaccino di Oxford, che deve ancora essere sottoposto all’esame, ma che ha iniziato la procedura di analisi dei dati – la cosiddetta rolling review. L’esame peraltro riguarda ancora soltanto i risultati degli studi preclinici, ovvero i test condotti su animali, e non ancora di quelli clinici (su volontari umani).

Cos’è la rolling review

La rolling review (o revisione progressiva) viene scelta soprattutto nel caso di un’emergenza sanitaria come la pandemia di Covid-19 dato che consente di accelerare i tempi dell’analisi da parte delle istituzioni. Questo avviene perché il Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell’Ema esamina i dati mano a mano che si rendono disponibili e che si accumulano, e non alla fine della sperimentazione: questa progressività permette di avere un vantaggio in termini di tempo. Ovviamente, per poter accedere a questa procedura i risultati preliminari di un farmaco o di un vaccino devono essere promettenti. Sempre durante la pandemia, questo tipo di revisione è stata adottata, ad esempio, per l’antivirale remdesivir, che già dalle prime prove era risultato sicuro ed efficace, che attualmente è l’unica terapia approvata specificamente (qui la nota dell’Agenzia italiana del farmaco) per il trattamento dell’infezione Covid-19.

In generale la rolling review accorcia i tempi ma, come sottolineano gli specialisti dell’Ema, non rinuncia a nessuno standard nella valutazione del medicinale, dunque l’esame è valido quanto quello tradizionale.

Il vaccino di Oxford attiva il sistema immunitario

La decisione, nel caso del vaccino di Oxford, si basa sugli studi preclinici e su risultati preliminari degli studi clinici. Queste prove indicano che il vaccino innesca la produzione di anticorpi contro il Sars-Cov-2 e di cellule T (linfociti T). In pratica, la vaccinazione stimolerebbe sia l’immunità umorale, che è legata alla secrezione degli anticorpi ed è alla base di una risposta più specifica contro il virus, sia l’immunità cosiddetta cellulare, in cui non sono gli anticorpi specifici ma i linfociti T attivati dal vaccino a combattere il patogeno.

A che punto siamo con il vaccino di Oxford

Come abbiamo potuto rilevare più volte nella sfortunata occasione della pandemia, non è possibile fare previsioni o avere la certezza di quando arriveranno cure o vaccini – anche il vaccino di Oxford inizialmente sarebbe potuto arrivare nell’autunno 2020, secondo una prima ipotesi, e poi non è stato così – e che la sperimentazione clinica ha i suoi tempi tecnici. Ma le cose si stanno muovendo: attualmente non ci sono solo studi preclinici, ma si sono già conclusa la prime fase della sperimentazione clinica su volontari umani e sono in corso studi clinici, su migliaia di persone, i cui risultati saranno disponibili, a detta dell’Ema, nelle prossime settimane o mesi.

Insomma, ancora non c’è una data per sapere quando arriverà la vaccinazione e se sarà il vaccino di Oxford o un altro – fermo restando che avere più vaccini è anche meglio – ma quello che è certo è che i ricercatori di tutto il mondo e le autorità regolatorie si stanno dando da fare per raggiungere l’obiettivo in maniera ottimale e il prima possibile.

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