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Quali caratteristiche dovrebbe avere un vaccino efficace e utile nel prevenire il Covid-19 e nel combattere la pandemia? Un’ipotesi ancora non ampiamente percorsa è quella di considerare la produzione di particolari anticorpi, le immunoglobuline IgA, finora rimaste in ombra rispetto alle loro compagne IgG. Il risultato è frutto di due diversi studi pubblicati su Science Translational Medicine. Le ricerche hanno analizzato la risposta del sistema immunitario contro il nuovo coronavirus in persone già contagiate come punto di partenza per trovare nuove strade di ricerca e potenzialmente design per nuovi vaccini. In entrambi gli studi, uno dell’università della Sorbona e dell’Inserm (Istituto nazionale francese per la ricerca sulla salute e la medicina) e l’altro della The Rockefeller University a New York, i ricercatori rilevano che buona parte dell’immunità che appare subito dopo l’infezione – non tanto a lungo termine, dunque, è sostenuta dalle IgA, più che dalle immunoglobuline IgG (che restano però centrali).

Anticorpi: le IgG e IgM

Un buon vaccino deve indubbiamente produrre una sostanziosa risposta anticorpale, ovvero anticorpi specifici diretti contro il Sars-Cov-2. In generale, quando avviene il contagio, di solito il sistema immunitario si attiva schierando via via nuovi componenti per contrastare l’infezione. Ad intervenire per prime nel contatto con un organismo sconosciuto e potenzialmente patogeno, e a comparire nel sangue, sono le immunoglobulilne M (IgM), di cui si è discusso spesso relativamente ai test sierologici per misurare sia IgM sia IgG.

Solo dopo arrivano le IgG e averle positive nei pazienti con Covid-19 può indicare che l’infezione è ancora in corso o anche che è conclusa. Queste immunoglobuline rappresentano il 75% degli anticorpi nel sangue e sono il perno delle risposte immunitarie secondarie, ovvero sono rilevanti ai contatti con il virus successivi al primo (contro le reinfezioni) e la loro produzione è l’obiettivo dei vaccini.

Il ruolo delle IgA

Un’altra risposta, cui a volte non si presta sufficiente attenzione, è data dalle immunoglobuline A (IgA). Una delle prime barriere poste invece sulle mucose e nelle secrezioni esterne, che impedisce a virus e altri patogeni di entrare nel nostro corpo e dare luogo a un’infezione sostanziosa, sono proprio le immunoglobuline IgA.

Lo studio francese

I ricercatori hanno misurato in pazienti con il Covid-19 sia i livelli di tutti questi anticorpi nel sangue, nella saliva e nelle secrezioni, sia l’aumento dei linfociti B, alla base della produzione di anticorpi citati e dell’immunità acquisita cosiddetta umorale – c’è poi un’altra fetta dell’immunità acquisita, quella data dalle linfociti T, detta immunità cellulare. Nello studio firmato dell’università la Sorbona e l’Inserm e colleghi, a prima firma di Delphine Sterlin, i ricercatori hanno osservato che una volta avvenuto il contatto fra il Sars-Cov-2 e le cellule (nei pazienti già contagiati) a sostenere in maniera rilevante la risposta del sistema immunitario sono le immunoglobuline IgA più delle altre immunoglobuline. Le IgA nel sangue diminuiscono rapidamente un mese dopo l’infezione, anche se gli anticorpi neutralizzanti IgA rimangono nella saliva fino a 73 giorni dall’inizio del Covid, dunque più di due mesi.

Il ruolo dell’immunità delle mucose

Il secondo studio, a prima firma di Zijun Wang, gli autori arrivano a conclusioni simili. In questo caso gli scienziati dimostrano che in una particolare formula doppia (dimerica, in cui due componenti molecolari identici formano una singola entità molecolare), come si trovano nel naso e nella faringe, le IgA sono ben 15 volte più potenti delle stesse immunoglobuline in forma singola (monomerica), presenti nel sangue. Per questo, oltre al ruolo centrale delle IgG, il ruolo delle IgA e dell’immunità legata alle mucose dovrebbe essere approfondito, secondo gli autori, anche in vista della messa a punto di nuovi vaccini contro il coronavirus. “Questi risultati forniscono un elemento d’osservazione essenziale sulla base dei dati emersi per quanto riguarda i tipi di anticorpi associati a una protezione ottimale contro una seconda infezione, si legge nello studio, “e bisogna considerare che un regime vaccinale con l’obiettivo di colpire proprio questi anticorpi potrebbe fornire una risposta potente anche se di breve durata.

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