(foto: PIERO CRUCIATTI/AFP via Getty Images)

Il vaccino è ancora una speranza lontana. Ma questo non vuol dire che dall’inizio dell’epidemia non sia cambiato nulla sul fronte Covid. L’esperienza clinica ha permesso di affinare le armi a disposizione dei medici, e pur senza miracoli o terapia risolutive, oggi non sono più impotenti di fronte a un nuovo paziente. Non tutte le promesse degli scorsi mesi, però, sono state mantenute: dalla clorochina, al plasma iperimmune, passando per l’onnipresente vitamina D, sono molti i trattamenti salvifici spariti dai radar con la stessa velocità con cui erano apparsi. E di contro, gli approcci terapeutici realmente utili non sempre sono assurti agli onori della cronaca. Vediamo allora a che punto siamo nel trattamento clinico di Covid-19, e quali novità sono attese con maggiore interesse nei prossimi mesi dalla comunità scientifica.

Come cambia la terapia

Quando a fine febbraio gli ospedali hanno iniziato a ricoverare i primi pazienti Covid-19 nessuno aveva realmente idea di cosa ci si trovasse di fronte. La malattia era nuova, e non esistevano protocolli terapeutici con cui affrontarla. È anche per questo che, nonostante gli sforzi del personale sanitario, la malattia causata dal nuovo coronavirus si è rivelata così letale nei primi mesi dell’epidemia. “All’inizio utilizzavamo moltissimi farmaci per curare i pazienti con sintomatologie importanti, e molti di questi nel tempo si sono rivelati inutili”, racconta a Wired Matteo Bassetti, docente di malattie infettive dell’Università di Genova e presidente della Società italiana di terapia antinfettiva. “Abbiamo provato di tutto: clorochina e idrossiclorochina, antiretrovirali per l’hiv come Lopinavir e Ritonavir, anticorpi monoclonali come il tocilizumab, antibiotici di vario tipo. Con il tempo abbiamo aggiustato il tiro, e oggi la terapia si è molto semplificata, e al contempo la sopravvivenza dei pazienti è migliorata drasticamente”.

Clorochina e idrossiclorochina sono forse il caso più emblematico. Nati come antimalarici, utilizzati da decenni per la terapia di malattie reumatologiche come il lupus e l’artrite reumatoide, e quindi proposti come farmaci anti-Covid per la loro efficacia (dimostrata solamente in vitro) contro un altro coronavirus, quello della Sars. I due farmaci sono stati sperimentati a lungo nel corso dell’epidemia. Anche grazie a una sponsorship di peso come quella di Donald Trump, che ha assunto per settimane la clorochina a scopo profilattico e ha fatto pressioni per il suo utilizzo negli Usa, probabilmente (quantomeno stando alle voci di corridoio) per fare contento un importante finanziatore della sua corsa per la Casa Bianca.

Le aspettative insomma si sono fatte via via più alte, arrivando però a scontrarsi con il bruto dato scientifico: gli studi effettuati negli ultimi mesi non hanno visto emergere benefici per i pazienti. Tanto che oggi in Italia l’uso è stato vietato al di fuori dei trial clinici. E l’indirizzo globale (con eccezioni importanti come la Cina, però) è quello di ritenere i due farmaci inefficaci fino a quando non emergeranno nuove prove (e intanto Trump è appena risultato positivo al coronavirus).

Anche gli antiretrovirali utilizzati per curare l’hiv non hanno mostrato una particolare efficacia anti-Covid negli studi effettuati. Al pari del tocilizumab, delle terapie emergenziali come quelle con plasma iperimmune, di antivirali come il russo umifenovir e il giapponese favipiravir (sviluppati per contrastare l’influenza), tutte terapie in attesa di conferme che, per ora almeno, stentano ad arrivare. Il protocollo clinico per i pazienti si è così snellito, guadagnandone in efficacia.

La terapia per Covid 19

Qual è dunque il protocollo terapeutico applicato ai pazienti che vengono ricoverati per un’infezione da Sars-Cov-2? “Oggi l’unico farmaco approvato con indicazione terapeutica per Covid-19 è il remdesivir – spiega Bassetti – e lo utilizziamo nei pazienti adulti che richiedono ossigenoterapia supplementare. Nello stesso tipo di pazienti ricorriamo anche al cortisone, e in alcuni quadri clinici che lasciano sospettare il rischio di una sovrainfezione batterica prescriviamo anche antibiotici. Nel caso di sintomatologie più gravi si può ricorrere anche a tocilizumab e altri inibitori delle interleuchine, ma si tratta di trattamenti che potremmo definire di quarta linea, perché mancano dati di efficacia affidabili, e sono terapie più impegnative per i pazienti. Per finire, abbiamo una serie di terapie accessorie, come l’eparina, che si è rivelata essenziale in caso di tromboembolie, una complicazione fin troppo comune nei casi gravi di Covid-19”.

A fianco dei farmaci, gli specialisti sono migliorati anche nella gestione della ventilazione per i pazienti che presentano compromissioni respiratorie causate dalla malattia. Molte ricerche hanno dimostrato che l’intubazione aumenta il rischio di esito infausto, e i medici ora fanno molta attenzione a dosare con precisione il ricorso a ossigenoterapia, apparecchi Cpap e intubazioni vere e proprie, sulla base delle reali necessità del paziente. Passi in avanti che, sommati insieme, hanno prodotto miglioramenti evidenti per i pazienti. “Oggi siamo senz’altro più bravi a curare questa malattia – rivendica Bassetti – e i risultati si vedono: nel mio reparto a marzo la letalità della malattia raggiungeva l’11%, oggi siamo intorno all’1%, e con pazienti con caratteristiche assolutamente sovrapponibili”.

Cosa ci riserva il futuro

Vista la posta in gioco, sono moltissime le nuove terapie in fase di studio nella speranza di trovare una cura realmente risolutiva per Covid-19. Si parla di nuovi antivirali, di protocolli ancor più mirati, nuove classi di farmaci come gli Rnai (molecole che silenziano i meccanismi genetici del virus interferendo con il suo rna), e soprattutto nuovi anticorpi monoclonali specifici contro Sars-Cov-2, vera promessa attesa per i prossimi mesi. E le forze messe in campo da aziende farmaceutiche e governi di mezzo mondo lasciano immaginare che, a prescindere dall’arrivo di un fantomatico vaccino, nei prossimi mesi assisteremo di certo a importanti cambiamenti nella gestione dei pazienti Covid.

Le terapie in fase di studio sono moltissime e ci aspettiamo importanti novità. Allo stato attuale, comunque, le prospettive sono ben più rosee rispetto a qualche mese fa”, conclude Bassetti. “I dati sulla letalità del virus nei nostri reparti sono inoppugnabili, e lasciano ben sperare: anche senza entrare in discorsi controversi, come la possibile diminuzione della carica virale o mutazioni benigne del virus, se gli ospedali avranno posti letto, farmaci, dispositivi medici e soprattutto personale qualificato in quantità sufficiente, ritengo che ormai saremo assolutamente in grado di reggere a un eventuale aumento dei casi nei prossimi mesi”.

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