(foto: Getty Images)

Poco prima del match di Champions League Juventus-Barcellona, l’attaccante bianconero Cristiano Ronaldo, che non ha potuto scendere in campo perché ancora positivo al coronavirus, ha incitato i compagni di squadra sui social, ma si è anche lasciato sfuggire un commento davvero infelice – poi cancellato– sulla Pcr, la tecnica con cui si verifica la presenza di materiale genetico virale raccolto con il tampone. Possiamo immaginare la frustrazione del calciatore, ma la Polymerase Chain Reaction (Pcr) non è una stronzata”, come scrive Ronaldo: ecco che cos’è e perché è diventata uno degli strumenti fondamentali nei laboratori di tutto il mondo.

coronavirus

Che cos’è la Pcr

Pcr è l’acronimo di Polymerase Chain Reaction, che in italiano si può tradurre come reazione a catena della polimerasi. È una tecnica di biologia molecolare sviluppata nel 1983 da Kary Mullis, che dieci anni dopo si è aggiudicato il premio Nobel per la chimica proprio per la sua geniale e utilissima invenzione.

Dalla sua nascita, infatti, la Pcr è stata adottata dai laboratorio di ricerca e di analisi di tutto il mondo perché in modo semplice, rapidissimo e preciso è in grado di riconoscere e amplificare il materiale genetico di interesse, imitando il meccanismo con cui le cellule sintetizzano nuovo dna. Una vera rivoluzione per la ricerca e la diagnostica (e non solo, anche la medicina forense ne ha tratto vantaggio), che sono passate dal coltivare miriadi di cellule in laboratorio per studiare magari una piccolissima sequenza a dover solo attendere qualche ora perché un enzima in una provetta faccia il suo mestiere a nostro vantaggio.

Come fa la Pcr a individuare il coronavirus

Il meccanismo è un po’ complesso da spiegare se non si mastica tanto il linguaggio della biologia e della chimica.

Quello che serve sapere, però, è che se si ha bisogno di trovare una specifica sequenza di materiale genetico all’interno di un campione biologico che può contenere milioni di pezzetti di dna e rna, la Pcr è lo strumento da usare: grazie a dei tag (più correttamente dei primer) disegnati ad hoc identifica il target (se presente nel campione) e inizia a moltiplicarlo, amplificando il segnale.

Questo è esattamente quello che fa la Pcr per rintracciare il coronavirus in un campione prelevato con tampone naso-faringeo.

Facciamo l’esempio specifico. Cristiano Ronaldo si è sottoposto a tampone, che ha prelevato una buona quantità delle sue cellule. In quel campione c’era sicuramente il materiale genetico del calciatore e un sacco di altre cose, tra cui materiale genetico di batteri, funghi e virus. Dato che conosciamo la sequenza genetica del coronavirus possiamo andare a cercarla: se c’è, la reazione di Pcr la trova, la amplifica e il test risulta positivo. Che, purtroppo, è quello che è accaduto al pluri Pallone D’Oro: il materiale genetico del coronavirus è ancora nel suo corpo, e anche se l’infezione nel suo caso non ha dato sintomi non si sa con certezza se non possa comunque essere contagioso.

La Pcr non è perfetta

Per quanto riguarda l’infezione da coronavirus l’Oms e anche il nostro ministero della Salute considerano la real time Rt-Pcr (una variante della classica Pcr, ma il principio è lo stesso) il test più affidabile e l’unico in grado di confermare la diagnosi di Covid-19. La specificità del test (cioè la capacità di riconoscere correttamente i sani) è considerata vicina al 100%, quindi la possibilità di avere dei risultati falsi positivi è molto bassa.

Errori sono comunque possibili, anche se non sono direttamente imputabili alla Pcr. I campioni biologici, per esempio, possono venire contaminati nei vari passaggi e se questo avviene un campione di per sé negativo potrebbe risultare positivo.

E anche i campioni, quelli sportivi, possono sbagliare. È umano. Ma considerata la loro potenza mediatica un po’ più di accortezza quando si parla di scienza sarebbe preferibile.

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