Redatto da Oltre la Linea.

1. Una contro-fattualità da Oriente

Negli ultimi quarant’anni, il mondo occidentale ha visto un progressivo quanto inarrestabile mutamento di paradigma socio-economico al proprio interno, avallato dal thatcherismo e dagli annessi e connessi della sua famosa locuzione TINA (“There Is No Alternative”): partito negli anni Settanta come una forza conquistatrice e dal sempre più invasivo controllo dei gangli del potere politico; esercitato oggi da parte di istituzioni non democratiche.

Il liberismo sfrenato ha spinto sempre più verso gli oligopoli multinazionali, le privatizzazioni, l’indebitamento pubblico verso i privati, l’ascesa dei profitti e la discesa dei salari, la graduale terzomondizzazione del Primo Mondo e la globalizzazione della povertà dei molti a vantaggio dei pochi. In questo processo, volutamente divulgato e propagandato come il solo possibile, in questo paganesimo economico, un obiettivo è stato perseguito alacremente: l’esclusione dello Stato dall’economia.

Ovverosia, la messa da parte dell’unico attore dotato di rappresentanza democratica e capace di correggere le storture e deficienze del mercato attraverso semplici scelte politiche, oppure attraverso quegli stessi dispositivi legislativi che qualunque attore economico dovrebbe essere tenuto a rispettare. L’indebolimento del potere statuale sovrano in Occidente ha reso la democrazia un mero contenitore vuoto, affastellato di promesse incapaci di essere concretate, perché sempre destinate a schiantarsi con quello stesso potere economico fattosi politico, per la sua eccessiva forza.

Per questo motivo, con candore e semplicità, gli Stati occidentali dovrebbero non soltanto guardare nuovamente al proprio passato keynesiano per rinascere – ripudiando, di conseguenza, l’impostazione ultraliberista nella quale si sono costretti con i trattati europei i Paesi del Vecchio Continente -, ma cercare di volgere lo sguardo anche verso modelli altri attualmente esistenti. Peraltro, capaci di smentire la narrazione economica dell’austerità e dei conti in ordine, che sta distruggendo il sistema sociale dei vari Stati europei, condannandone i popoli a povertà e disoccupazione come “male necessario” per avere qualche zero a posto su fogli di calcolo di un computer: un paradossale esecrabile capovolgimento, il fatto economico che si adatta al contabile, e non viceversa.

Ad esempio, in Oriente i due giganti dell’economia mondiale, Giappone e Cina, forniscono delle chiare indicazioni. Il Paese del Sol Levante, primo detentore mondiale del debito statunitense, non ha mai esitato – eccezion fatta per la stagnazione degli anni Novanta, dovuta all’aver perseguito le ricette dei “Chicago Boys” – a stimolare la crescita attraverso la spesa pubblica, tanto che attualmente la Bank of Japan è una delle 10 maggiori azioniste del 50% di tutte le aziende giapponesi. La Banca Centrale nazionale è perciò intesa come diretta emanazione del governo, e quindi strumento democratico con il quale attuale politiche economiche efficaci ed investimenti mirati e funzionali al benessere collettivo: come quanto succedeva in Italia prima del famigerato e tristemente noto divorzio del 1981 fra Banca d’Italia e Tesoro. Con interventi correttivi delle geometrie dei mercati, se squilibrati ed ingiusti.

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La Cina anche ha un’impostazione statalista non indifferente, per quanto sin dagli anni Ottanta si sia aperta ai mercati internazionali grazie al “socialismo di mercato” di Deng Xiaoping. L’emblema più significativo di questo è la classifica stilata recentemente dalla Fortune Global 500, riguardante le maggiori aziende del mondo: il Dragone ha sorpassato gli Stati Uniti, con 129 imprese contro 121, di cui ben 86 sono in mano allo Stato.

Non esistono problemi finanziari di sorta per la Cina sovrana, ma soltanto scelte politiche che devono ben indirizzare le risorse pecuniarie: strumento con il quale la Cina permette l’esercizio delle sue vere ricchezze, che sono il lavoro delle persone, le competenze, i materiali a disposizione e, nondimeno, le persone stesse. Il modello di aziende statali produttive, efficaci e di livello mondiale (replicato da altri Paesi con grandi imprese pubbliche, quali Russia, Indonesia, India, ecc…) è presto trovato: l’IRI italiano, un’avanguardia sin dagli anni Trenta quando fu fondato, ma poi brutalmente svenduto, privatizzato e distrutto negli anni Novanta, in un’operazione di auto-evirazione clamorosa, figlia di idiozia economica e collusione politica.

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2. La ricostruzione nella Siria di Assad

Nel report di Vox – CEPR Policy Portal, “State owned enterprises in the global economy: Reason for concern?“, risalente al 2013, ci sono anche un paio di Stati mediorientali che vengono citati perché molto interventisti a livello statale, con aziende possedute dallo Stato stesso ed operanti nell’economia nazionale ed internazionale spesso come delle holding: gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. La cui elevata produzione petrolifera, inoltre, contribuisce alla ricchezza delle rispettive popolazioni (di 9 e di 31 milioni di abitanti).

Tuttavia, in questa sede si vuole prendere ad esempio un altro Paese ancora, appartenente a quella calda zona del mondo. Passato agli onori della cronaca mondiale negli ultimi anni per aver affrontato (e vinto) la terrificante guerra per procura, camuffata da guerra civile, condotta innanzi da brutali ed indottrinati jihadisti (dall’ISIS ad Al Nusra, passando per un’infinità di altre sigle terroristiche) – volta a depredare le risorse di uno “Stato canaglia”, secondo la tipica definizione americana -: esso è la Siria baathista del presidente Bashar al-Assad.

Accusato dei più terribili crimini, ma invero semplicemente capo di Stato anti-imperialista, capace di perseguire gli interessi nazionali e di essere fedele ai suoi alleati storici: l’Iran (Repubblica Islamica nata come tale nel 1979 con la rivoluzione dell’ayatollah Khomeini), Hezbollah (partito libanese sciita con una propria milizia) e la Russia (che ha basi militari a Lattakia e Tartus).

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Prima che la guerra fosse portata sul suolo siriano – chiamata come al solito una “primavera araba”, terminologia peraltro sconosciuta in quegli stessi posti e nota soltanto al pubblico occidentale -, il Paese che Bashar al-Assad ereditò dal padre Hafez era straordinariamente prospero, un baluardo davvero straordinario di civiltà (come aveva notato l’ex Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano nella sua visita del 2010), dove cristiani e musulmani convivevano in pace, in un Paese realmente indipendente, e con indicatori sociali ed economici di considerevole livello.

Fino al 2011, infatti, la Siria possedeva una produzione agricola invidiabile: nel campo del cotone, aveva una primazia quasi mondiale; era una coltivatrice di livello di olive e relativi prodotti derivati; aveva coltivazioni di grano variegate e notevoli per il mondo arabo. Senza considerare l’alto livello di sicurezza internazionale e nazionale, che le consentivano di occupare un posto d’onore sia per quel che riguardava la ricerca scientifica nel mondo arabo, sia per quel che riguardava la produzione industriale, al di là di ciò che ineriva al petrolio. Bassa era la disoccupazione, altissimo il numero dei turisti: i quali, non incidentalmente, stanno oggi tornando a fare visita alla gemma mediorientale, adesso che le forze leali al presidente – con l’aiuto russo-iraniano – hanno riportato l’ordine in gran parte del Paese.

Con la guerra, con il terrorismo diffuso, con la connivenza delle cancellerie occidentali verso la distruzione della Siria, sono arrivati anche lì i tipici prodotti dell’esportazione di democrazia: gli stessi che, in quell’anno dannato, hanno demolito un Paese eccezionalmente rigoglioso come la Libia di Mu’ammar Gheddafi, il Raís che fu capace di farne uno Stato ricchissimo e di tenerne unite le tribù sin dal 1969.

La distruzione ha colto tutte le strade di Siria, milioni di cittadini sono fuggiti come rifugiati, donne e bambini sono stati letteralmente sfruttati dagli jihadisti (come schiave del sesso le prime, come scudi umani i secondi). Inoltre, la devastazione delle opere d’arte è stata una perdita atroce per il Paese e per l’umanità tutta: la memoria di Khaled al-Asaad, eroico custode di Palmira che si rifiutò di consegnare le bellezze incommensurabili del suo museo alla barbarie dei terroristi, è imperitura.

Insomma, nulla avrebbe potuto essere peggiore di quanto accaduto… Tuttavia, la Siria sta rapidamente riprendendo vigore: già centinaia di migliaia di cittadini hanno fatto ritorno nelle zone sotto controllo governativo (la maggior parte, fatta eccezione per il nord curdo e per qualche sacca di “Ribelli Moderati” e terroristi), molte opere d’arte sono state restaurate, le attività commerciali hanno ripreso a funzionare, sono state sistemate scuole, ospedali ed abitazioni che erano state distrutte dalle bombe e dai cannoni.

Operazioni che hanno avuto conseguenze economiche – e quindi sociali sulla popolazione – estremamente benefiche. In un report del 22 agosto 2019, Fitch così si è espressa: «Noi prevediamo che la crescita del PIL siriano, in termini reali, subirà un’accelerazione dal 3,5% nel 2018 al 5,9% nel 2019, sino a giungere al 6,5% nel 2020». Numeri, per l’Italia e tutti gli altri Paesi dell’euro-zona, oggi impensabili: eppure, questi sono propri di un Paese appena uscito da una guerra devastante. La scaturigine di questa discrasia è semplice: la Siria ha scelto di investire. Cioè: la Siria ha scelto di spendere.

In un articolo di Arab News del dicembre 2018, il Presidente Assad aveva dichiarato che – dovendo ora direzionare meno risorse alla riconquista militare del territorio che era stato sottratto dagli jihadisti – avrebbe finalmente potuto volgere le spese dello Stato verso la ricostruzione delle infrastrutture, della rete elettrica, della rete idrica e così via, nelle aree liberate. Ossia, avrebbe fatto deficit pubblico: Mamun Hamdan, Ministro delle Finanze, ha confermato l’aumento dell’esborso statale per il 2019 da un budget iniziale di 946 miliardi di pounds siriani (2,2 miliardi $) ad uno di 3.882 miliardi (8,9 miliardi $), praticamente quadruplicato, e superiore persino a quello del 2018, pari a 3.187 miliardi (7,3 miliardi $).

Assad, per il bene della propria nazione, ha scelto di fare debito, il che non verrà mai in essere come un problema, se emesso nella propria valuta: è il principio cartalista di sovranità. Ed ha scelto di attuare tutto ciò attraverso lo Stato, e le scelte statali di indirizzo della spesa, cui le varie aziende appaltatrici non possono che attenersi rigorosamente. Per il bene della collettività.

Il “2019 Index of Economic Freedom” ha registrato per la Siria un calo della libertà di fare business, senza però sottolineare come questa sia una condizione necessaria ed auto-evidente in un momento di tal fatta: con assurde sanzioni internazionali (un vilipendio all’eroismo ed alla resistenza siriani) ed un Paese da ricostruire, tutte le risorse ed il lavoro non possono che essere indirizzati dallo Stato centrale verso il benessere di tutti, e gli investimenti che servono per raggiungerlo. Un modello piramidale e verticistico di investimenti che gli occidentali non comprendono (più), ma che la Siria ha tradizionalmente esercitato, con eccelsi risultati per sé, ed è questo che conta davvero.

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L’usuale modo di ragionare degli osservatori ed economisti occidentali, la maggior parte dei quali è profondamente intriso di narrazione neoliberista sulla provenienza del denaro, è molto “etno-centrico dal punto di vista economico”, se tale fraseologia può rendere bene il concetto. Ovverosia: si contesta la Siria perché non sufficientemente aperta ai mercati internazionali, perché finanziariamente incapace (in realtà, non desiderosa) di attrarre investimenti diretti esteri e capitali stranieri (leggasi occidentali), perché aperta all’aiuto di Russia ed Iran piuttosto che di Stati Uniti ed Unione Europea (quegli stessi che hanno imposto sanzioni ed embarghi persino quando la guerra era nel pieno fulcro della sua esplosione).

Lo si può leggere lapalissianamente in un pezzo dell’ISPI del marzo 2019, ove l’autore si chiede da dove potranno venire i fondi per la ricostruzione, chi investirà nella rinascita della Siria, quali grandi potenze potranno influire maggiormente sulle spese, chi finanzierà i progetti presidenziali e del suo gruppo di lavoro. La risposta è semplice, finanche banale: lo Stato siriano. Il quale è sovrano e, supportato politicamente dagli alleati, non baderà a spese per rinascere, e non ha motivo di farlo, se non per un assurdo masochismo volto ad un lento suicidio palliativo: meno deficit oggi, significa più povertà, più disoccupazione e meno infrastrutture domani.
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3. Conclusioni

Il modello orientale di Giappone e Cina, il modello siriano di ricostruzione post-bellica del Paese: sono soltanto due delle possibili strutturazioni di un rapporto fra Stato e mercato in cui il primo occupi una posizione notevole, o preponderante, capace di poter attingere alle proprie infinite risorse finanziarie per far fronte a tutte le sue necessità (cioè, quelle del suo popolo). Poiché la moneta si crea da nulla, e può essere sempre emessa nella quantità necessaria affinché il circuito economico di un Paese funzioni, affinché il sangue circoli nelle vene e nelle arterie di questo corpo: una cosa che implicherebbe piena occupazione e politiche sociali efficaci.

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In questo senso, occorre candidamente comprendere che il problema non sarà mai il quantitativo di moneta da emettere, ma il come e dove indirizzarlo in maniera efficiente. In questo senso, occorre comprendere che uno Stato imprenditore non può che giovare, keynesianamente parlando, all’economia, in quanto capace – con investimenti, acquisizioni e legislazioni – di correggere le mancanze e le ingiustizie del mercato, indirizzandone i crismi e le peculiarità verso il benessere di tutti (come squisitamente sottolineato nella Costituzione italiana, peraltro).

I vari Stati aderenti all’eurozona – Italia in primis, la vera regina della Terza Via – hanno cessato di intraprendere azioni di tal fatta ancora decenni or sono, nella convinzione smithiana che i mercati fossero capaci di regolarsi da soli, che i vizi privati divenissero virtù pubbliche, che la trickle-down economics potesse portare benessere collettivo. Nella convinzione che l’intervento statale nell’economia equivalesse a minare il principio di libera iniziativa. Con una fallacia fondamentale: il privato cerca il profitto (specie in quest’economia tremendamente finanziarizzata ed oligopolistica), il pubblico cerca invece il bene di tutti coloro che lo compongono, cioè del popolo.

L’attuale sovrastruttura europea è intrinsecamente liberista (la BCE non può aiutare gli Stati), privatistica (la moneta non appartiene agli Stati, e gli Stati stessi devono rivolgersi ai mercati finanziari per avere soldi – sempre rigorosamente in prestito con interessi) e mercantilista (finalizzata all’export, con abbattimento della domanda interna). In essa, gli investimenti pubblici sono fortemente disincentivati, e l’ossessione tipicamente tedesca per il debito (29) sta trascinando tutti i Paesi, nessuno escluso, in una spirale deflattiva di recessione, alta disoccupazione, bassi salari ed equipollenti altri profitti per sempre meno persone.

«Nel momento in cui ci saremo liberati [dall’ossessione] dei falsi ostacoli finanziari, potremo finalmente discutere, in termini onesti, le questioni politiche più fondamentali» [traduzione dell’autore, N.d.R.], recita la chiosa di un ottimo articolo del New Yorker su Stephanie Kelton, economista MMT: esattamente ciò potrebbe fungere da sunto di quanto appena argomentato in questa conclusione.

Giappone, Cina e Siria, tra gli altri – ciascheduno nelle proprie particolari forme -, hanno compreso questo semplice assunto e la sua contingenza inalienabile, e l’hanno assurto a paradigma fattuale di azione politica, economica e sociale. E così qualunque Paese potrebbe fare, con una classe dirigente cosciente e patriottica: sovranità come presupposto imprescindibile, resilienza come obiettivo politico di pace interna e di cooperazione internazionale non volta alla competizione. Questo sarebbe il perfetto amalgama di uno Stato rispettoso dell’imprenditoria privata, ma al contempo attore irrinunciabile della scena economica, e protagonista consapevole del proprio potere (e vero contenitore di democrazia) e della propria necessaria funzione (ri)equilibratrice.

(di Lorenzo Franzoni)

L’articolo Dalla Cina alla Siria: come uno Stato sovrano investe e (ri)costruisce originale proviene da Oltre la Linea.



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