(foto: Karolina Grabowska/Pexels)

È un tema molto discusso nelle ultime settimane: conviene fare come nel Regno Unito, dove la seconda dose del vaccino contro il coronavirus viene ritardata, dando precedenza alle persone che devono ancora sottoporsi alla prima? Negli ultimi giorni se ne è occupato anche un gruppo di ricerca multidisciplinare italiano, composto di scienziati del Bambino Gesù di Roma, del dipartimento di Fisica all’Università Tor Vergata di Roma, del Centro di ricerca Enrico Fermi, del dipartimento di ingegneria all’Università Roma Tre e dell’Università di Padova. L’équipe ha appena caricato un articolo sul server MedrXiv (non ancora sottoposto a revisione dei pari, sia chiaro) in cui discute l’efficacia di dare priorità alla somministrazione della prima dose di vaccino per salvaguardare i soggetti più anziani, facendo esplicito riferimento alla situazione italiana.

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Schema dei due modelli di vaccinazione: standard (due dosi a tre settimane di distanza, a sinistra) e alternativo (priorità alla prima dose, a sinistra) (Fonte: MedrXiv)

Gli autori, in particolare, hanno messo a punto un modello di somministrazione dei vaccini a mRna in cui si valutano tre diversi scenari, variabili a seconda del numero di vaccini che saranno effettivamente disponibili: nel primo, il più pessimista, si somministrano circa 400mila dosi per settimana, e la somministrazione della seconda dose avviene a 11 settimane di distanza; nel secondo, intermedio, se ne somministrano circa 600mila, aspettando 7 settimane e mezzo per il richiamo; nel terzo, il più ottimista, se ne somministrano 800mila, aspettando 5 settimane e mezzo per il richiamo. Tutte le finestre temporali considerate, secondo i dati attualmente a disposizione, garantirebbero una continuità nella copertura dell’immunità conferita dalla prima dose, anche se minore rispetto a quella conferita dalla vaccinazione completa.

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Confronto tra i due approcci di vaccinazione (Fonte: MedrXiv)

Nel loro modello, gli esperti hanno preso in considerazione un periodo di sette settimane (dal 10 febbraio al 31 marzo), contando i possibili individui protetti e i decessi a partire dal 24 febbraio (cioè 14 giorni dopo la somministrazione della prima dose, in modo da escludere la finestra temporale di attivazione della risposta immunitaria) fino al 14 aprile. Gli individui considerati protetti in una data settimana sono calcolati a partire dal numero di individui vaccinati due settimane prima moltiplicato per l’efficacia del vaccino, mentre i decessi sono ottenuti applicando il parametro della mortalità alla popolazione suscettibile all’epidemia meno, ovviamente, il numero degli individui protetti.

La situazione della campagna vaccinale italiana

Dando priorità alle prime dosi di vaccino potremmo ridurre i decessi negli over 80?

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(grafico: Riccardo Saporiti/Wired)

Nello specifico, è stata considerata una coorte di quasi 4,5 milioni di pazienti ultraottantenni (quelli che dovrebbero effettivamente essere vaccinati entro il 31 marzo, stando al piano nazionale delle vaccinazioni), un’efficacia dei vaccini pari all’80% (14 giorni dopo la prima dose; si tratta di una stima piuttosto prudente, dal momento che i trial clinici dicono che potrebbe arrivare fino al 90%) e al 90% (14 giorni dopo la seconda), e un tasso di mortalità settimanale estrapolato dagli ultimi dati dell’Istituto superiore di sanità.

Simulando l’evoluzione dei contagi con questi parametri, i ricercatori hanno stimato che, nello scenario migliore (quello con circa 800mila somministrazioni per settimana, corrispondenti a poco meno di un quinto della coorte totale, e in cui la seconda dose è differita a 5 settimane e mezzo dalla prima), si potrebbe registrare una diminuzione del 19,8% dei decessi negli ultraottantenni (da 7.061 decessi nello scenario standard a 5.664 in quello alternativo). Le simulazioni dello scenario più pessimista hanno portato a un calcolo della riduzione delle morti pari al 9,2%, corrispondente in valore assoluto a 892 decessi in meno, un dato più contenuto ma comunque incoraggiante. Alla luce di queste osservazioni, gli autori concludono che “la scoperta supporta l’opzione di dare priorità alla prima dose nella popolazione più anziana finché non si abbiano a disposizione abbastanza scorte di vaccino”.

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