(Foto: Thyssenkrupp)

Fino a questo momento, si è registrata soltanto una lunga serie di fallimenti. Gli Spectacles di Snapchat – in vendita a 370 euro e che consentono solo di scattare foto e video – non hanno mai trovato un vasto bacino di utenti. Il Magic Leap One, per anni uno dei dispositivi più attesi dal mondo digitale, ha venduto talmente pochi esemplari che l’azienda ha dovuto prima annunciare un migliaio di licenziamenti e poi far sapere che avrebbe ripiegato sul mercato professionale. Come noto, non è andato meglio nemmeno ai pionieristici Google Glass, lanciati addirittura nel 2014 e diventati celebri soprattutto per essere stati uno dei più clamorosi flop del colosso di Mountain View (anche questi sono stati poi rilanciati in versione professionale).

In poche parole, il mercato ha più volte dimostrato di non bramare questi smartglass che dovrebbero proiettarci verso un futuro in realtà aumentata (la tecnologia che permette di sovrapporre elementi digitali all’ambiente fisico). Né quelli indossabili come normali occhiali – ma probabilmente troppo cari per le scarse funzionalità che offrono – né quelli che mettono a disposizione degli utenti una vera e propria esperienza in realtà aumentata, ma sono troppo ingombranti per la quotidianità e hanno un costo proibitivo (il Magic Leap One, per esempio, parte da 2.300 dollari).

Fino a oggi, l’unico dispositivo a non essere stato inesorabilmente marchiato come flop sono gli Hololens di Microsoft, nati fin dall’inizio per il mondo aziendale e prodotti senza grandi campagne promozionali. È tempo di abbassare definitivamente le aspettative nei confronti della realtà aumentata? I ripetuti insuccessi dimostrano che l’attesa messianica verso la next big thing che avrebbe sostituito gli smartphone, proiettandoci in un nuovo mondo digitale, erano troppo elevate?

Apple top secret

In verità, i tempi semplicemente non erano ancora maturi. Lo dimostrano, da una parte, i pesantissimi compromessi fatti dai vari colossi digitali che hanno provato a entrare in questo settore – sacrificando le funzionalità per la comodità o viceversa – e, dall’altra, il fatto che tutte le società della Silicon Valley e dintorni continuano a scommettere senza alcun ripensamento su questa tecnologia. I nomi delle ultime due realtà che hanno annunciato il loro ingresso nel mondo della realtà aumentata (Ar) ne sono un’ulteriore conferma: Apple e Facebook, che hanno recentemente annunciato – o hanno visto svelati – i loro piani per dare vita a un mondo in cui fisico e digitale sono definitivamente fusi l’uno nell’altro.

I progetti di Apple sono ancora top secret, ma qualche settimana fa una delle fonti più attendibili sul mondo di Cupertino, il blogger Ming Chi-Kuo, ha rivelato i piani di Tim Cook per quanto riguarda la realtà aumentata. Una strategia che prevede due passaggi fondamentali: nel 2022 avverrà il lancio di un visore in mixed reality – utilizzabile quindi per la realtà virtuale, ma con anche funzionalità di realtà aumentata – mentre per il 2025 è previsto il lancio degli occhiali in realtà aumentata, che nei piani di Apple dovrebbero finalmente combinare le più avanzate funzionalità a un design facilmente indossabile. Sempre stando a Ming Chi-Kuo, sul lungo termine (tra il 2030 e il 2040) Apple sta inoltre puntando sullo sviluppo di lenti a contatto smart: un settore sul quale ha per prima puntato Samsung e che ha invece già visto Google alzare bandiera bianca.

Il mondo aumentato secondo Facebook

I piani di Facebook per la realtà aumentata sono decisamente più dettagliati. Prima di tutto, è già noto il design del prototipo e il fatto che a produrre i modelli sarà l’italiana Luxottica. I primi dispositivi potrebbero inoltre approdare sul mercato già verso la fine del 2021, ma non saranno ancora dotati delle funzionalità legate alla realtà aumentata (e dovrebbero quindi essere una sorta di versione più evoluta degli Spectacles).

L’obiettivo finale, anche per Facebook, è però quello di lanciare sul mercato un prodotto in grado di sovrapporre uno strato digitale al mondo fisico. Lo dimostra il recentissimo annuncio relativo a un dispositivo, da indossare sul polso e collegato ai visori in realtà aumentata, che intercetterà i segnali inviati dal cervello ai muscoli delle mani per tradurli nel mondo digitale. È la risposta a uno dei problemi più evidenti della realtà aumentata: quando usiamo smartphone e computer inviamo comandi ai dispositivi usando dita, tastiere, mouse e touchscreen. Ma come facciamo a inviare i comandi se invece il display è incorporato negli occhiali?

La soluzione più immediata, impiegata per esempio nella realtà virtuale, è quella di sfruttare dei semplicissimi joypad che riproducono il più possibile i movimenti basilari delle dita (afferrare, schiacchiare, indicare, ecc.). Replicare questa soluzione anche nel campo della realtà aumentata avrebbe però poco senso: dovremmo forse andare in giro nella nostra quotidianità con dei joypad costantemente in mano? Ed è qui che entra in gioco l’innovazione – ancora in fase sperimentale – ideata da Ctrl-labs, startup acquistata da Mark Zuckerberg nel settembre 2019. Il loro dispositivo, collegato come detto al polso, intercetta i segnali che dal cervello vanno verso i muscoli della mano, decifrando così i movimenti che siamo intenzionati a compiere e facendo in modo che l’ambiente digitale in cui siamo immersi si comporti di conseguenza. 

Leggere i pensieri?

Per esempio, poniamo che il comando per eliminare un’offerta pubblicitaria comparsa davanti ai nostri occhi sia un rapido gesto della mano da destra verso sinistra: il dispositivo attaccato al nostro polso capirebbe che il cervello sta inviando quel segnale alla nostra mano e reagirebbe di conseguenza, facendo sparire l’annuncio nel momento stesso in cui eseguiamo il gesto (o anche senza bisogno di compierlo). Se e quando questo dispositivo sarà diventato sufficientemente accurato, sarà anche possibile usare una tastiera virtuale creata su misura, in cui i movimenti delle nostre dita permettono al dispositivo di comprendere quali tasti stiamo schiacciando.

L’obiettivo, in sintesi, è quello di rendere la nostra interazione fisica nel mondo digitale frictionless, priva di passaggi intermedi che richiedono per esempio di estrarre uno smartphone dalla tasca. Come ha però specificato più volte Facebook, il suo dispositivo non “legge i pensieri”, ma agisce su un’area del cervello completamente diversa e si limita a intercettare i segnali elettrici inviati ai muscoli della mano. 

In un certo senso, Facebook punta comunque a leggere i nostri pensieri: “E se invece di cliccare all’interno di un menu per trovare ciò che vorresti fare, il sistema ti offrisse direttamente ciò che cerchi e a te bastasse confermarlo con un semplice gesto?”, si legge nel blog post di Facebook. La previsione dei nostri comportamenti non avviene però interagendo con il nostro cervello, ma più semplicemente raccogliendo un numero sempre crescente di dati. Attraverso i visori in realtà aumentata, i colossi digitali non si limiteranno a raccogliere informazioni sul nostro comportamento online, ma potranno analizzare anche quali mezzi pubblici usiamo per andare al lavoro, davanti a quali vetrine ci fermiamo e che oggetti inquadriamo, in quali luoghi portiamo fuori il cane e dove ci troviamo con gli amici per fare un aperitivo.

In poche parole, la conoscenza di Facebook (e delle altre realtà della Silicon Valley) di tutto ciò che ci riguarda diventerà sempre più approfondita e dettagliata, rendendo potenzialmente prevedibili tutti i nostri comportamenti. Il nostro dispositivo in Ar, per esempio, potrebbe segnalarci la possibilità di prendere un caffè se all’ora giusta stiamo passando nelle vicinanze di uno dei bar che a volte frequentiamo. Mentre se siamo nelle vicinanze di una libreria potrebbe segnalarci l’uscita di un libro di nostro interesse.

Un futuro in realtà aumentata

È così che potrebbe diventare il nostro futuro se si realizzeranno gli obiettivi dei colossi della Silicon Valley: indosseremo i nostri visori in realtà aumentata appena svegli visualizzando notifiche, mail e promemoria direttamente davanti ai nostri occhi. Usciremo di casa e ci dirigeremo nel luogo in cui abbiamo un appuntamento grazie alle indicazioni che il gps ci mostra proiettate direttamente sull’asfalto. Se incrociamo qualcuno con cui siamo in contatto su un social network potremmo visualizzare un’etichetta digitale che ci segnala il nome della persona che ci è appena passata di fianco. I manifesti pubblicitari disseminati per la città potrebbero essere digitalizzati e personalizzati, mostrando così solo annunci considerati di nostro interesse. I negozi a cui abbiamo dato l’apposito assenso potranno invece inviarci le nuove offerte non appena ci troviamo nelle vicinanze. 

È un mondo in cui la realtà digitale è ormai definitivamente fusa in quella fisica ed è un passo ulteriore verso la completa integrazione della tecnologia nel corpo umano. Da questo punto di vista, i grandi progetti per la realtà aumentata rischiano di entrare in diretta competizione con realtà del calibro di Neuralink, che tramite le loro sperimentali interfacce neurali mirano a mettere in diretto collegamento il cervello umano con i computer. Una tecnologia nata per consentire di comunicare – e di inviare comandi al proprio corpo – a chi ha gravi disabilità (per esempio, i paraplegici), ma che in prospettiva ambisce a essere un dispositivo di massa usato da chiunque voglia “aumentare” le proprie capacità.

Per quanto questo futuro sia ancora lontano, è possibile che tra un decennio circa i dispositivi in realtà aumentata – diventati nel frattempo sempre più simili a normali occhiali e che hanno sostituito lo smartphone – si scontrino con una concorrenza fatta di chip da impiantare nel cervello? “Noi non riteniamo che le persone vorranno farsi bucare la testa e penetrare il cervello per poter utilizzare la realtà aumentata o virtuale”, ha recentemente affermato Mark Zuckerberg parlando di Neuralink. Difficile dargli torto. Resta da vedere se saranno invece felici di lasciare che Facebook si intrufoli ancor più in profondità nelle nostre vite private.

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