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Lo sapevamo da tempo, ma Covid 19 e i vari vaccini realizzati per arginare la pandemia ce lo hanno ricordato in modo lampante: i corpi di uomini e donne sono diversi e diversi sono i modi in cui si presentano le patologie e le risposte ai farmaci. È questo che studia la medicina di genere, un termine che ultimamente stiamo sentendo sempre più spesso. Ma di cosa si tratta veramente? E a che punto siamo in Italia? Iniziamo col dire che in questo articolo parleremo di medicina genere-specifica perché, come spiega a Wired Giovannella Baggio, presidente del Centro studi nazionale su salute e medicina di genere di Padova e prima docente a tenere una cattedra sulla materia in Italia, dal 2012 al 2017 (all’Università di Padova), “questo termine oggi è più corretto, perché tutte le specialità, trasversalmente, devono essere declinate e praticate con un’attenzione di genere”. Non si tratta, quindi, di una branca della medicina a sé stante, o che riguarda solo le donne. È inoltre un ambito nel quale il nostro paese è all’avanguardia: siamo stati i primi al mondo ad aver approvato una legge sulla materia (la cosiddetta legge Lorenzin, del 2018) e ad aver istituito, per la sua attuazione, un Piano per l’applicazione e la diffusione della medicina di genere sul territorio nazionale e un osservatorio presso l’Istituto superiore di sanità.

La sindrome di Yentl e la medicina genere-specifica

In un racconto del premio Nobel Isaac Bashevis Singer, Yentl. The yeshiva boy, la protagonista, una ragazza polacca dei primi del Novecento, si finge maschio per poter studiare il Talmud. Nel 1983 dal testo fu tratto il primo film diretto da Barbra Streisand. Qualche anno dopo, la cardiologa americana Bernardine Healy parlò per la prima volta della sindrome di Yentl sul New England Journal of Medicine: nell’articolo Healy constatava che nel suo reparto le donne affette da cardiopatie, con patologie o sintomi diversi da quelli maschili, rimanevano vittime di errori diagnostici e terapie inefficaci che potevano risultare anche fatali. Inoltre sottolineava che le donne erano per nulla o poco rappresentate nelle sperimentazioni farmacologiche.

Fu un momento molto importante, che diede un impulso fortissimo allo sviluppo della medicina genere-specifica. Ovvero, un approccio alla materia che tiene conto delle differenze fisiologiche, biochimiche e anche socioculturali legate al sesso. Un approccio disruptive, considerando che per secoli la medicina si è basata sulla convinzione che i corpi maschili rappresentassero l’umanità intera (tranne in pochi campi, come ovviamente la ginecologia). Nel caso specifico dell’infarto del miocardio, stiamo parlando della prima causa di morte tra le donne (48%), che muoiono molto più degli uomini, nonostante in questi ultimi le malattie cardiovascolari siano più frequenti (dati dal Libro Bianco Onda, Medicina di genere, 2019).

Nella donna l’infarto si presenta in modo totalmente diverso rispetto all’uomo e, siccome non tutti lo sanno, spesso i sintomi vengono ignorati – spiega Baggio–: contrariamente all’immagine che associamo all’infarto, generalmente non abbiamo dolore al petto; più frequentemente proviamo dolore posteriore o un po’ di ansia. Inoltre i fattori di rischio hanno un impatto diverso: una donna diabetica ha tre volte più probabilità di sviluppare un infarto di un uomo che ha il diabete; incidono anche il sovrappeso, il fumo o l’aver avuto parti pre termine”.

30 anni dopo: Covid visto dalla prospettiva di genere

Covid-19 è stata la conferma più recente di quanto nel decorso di una malattia ci possano essere differenze importanti tra uomini e donne. Tutti gli studi condotti finora (da Nature Communications, Science, Global Health 50/50 e dallo stesso Istituto superiore di sanità italiano, per citarne alcuni) hanno confermato che gli uomini rischiano di finire in terapia intensiva e di morire più delle donne. Solo dopo i 90 anni la situazione si ribalta, ma semplicemente perché in quella fascia di età le donne sono più numerose. Questo accade nonostante le donne si ammalino di più (probabilmente perché più coinvolte in lavori di cura, come le professioni infermieristiche, sanitarie e mediche).

Potrebbe dipendere sia da fattori biochimici (la proteina Ace2, più espressa nelle donne perché codificata dal cromosoma X, aiuterebbe le cellule a difendersi dal virus; inoltre la sua azione sarebbe stimolata dagli estrogeni) che da abitudini (le donne fumano di meno e tenderebbero a rispettare di più le regole che riducono le possibilità di contagio). “Abbiamo un sistema immunitario più forte di quello maschile, ma poi lo scontiamo con un’esposizione alle malattie autoimmuni molto più elevata”, sottolinea Baggio. Se solo ora si stanno cominciando a raccogliere dati differenziati per genere specifici sulle terapie contro Covid-19 (“all’inizio la pandemia ci ha colti di sorpresa e abbiamo avuto difficoltà a curare tutti, figuriamoci a distinguere per sesso”), è invece vero che “nella fase di sperimentazione dei vaccini entrambi i sessi erano presenti in modo bilanciato”, spiega Baggio. E questo è molto importante, in un momento in cui ancora resiste una certa diffidenza verso i vaccini.

Un approccio di genere, per curare al meglio sia donne che uomini

Su Covid-19 nel giro di un anno abbiamo raccolto molti dati, e questi saranno utilissimi nell’affinare sempre di più i protocolli di cura. Purtroppo non avviene lo stesso con altre patologie. Caroline Criado Perez nel libro Invisibili (Einaudi) denuncia la carenza di dati diversificati nella ricerca medica (nella sperimentazione sia animale che clinica), nonostante enti e organismi scientifici internazionali impongano da tempo nelle loro linee guida e codici etici un approccio di genere. “Abbiamo un’enorme carenza di informazioni sul corpo femminile, un vuoto di dati che purtroppo continua a crescere”, scrive, un deficit che si traduce in diagnosi e cure sbagliate, e spesso anche in episodi in cui le donne non vengono ascoltate o credute dai medici quando raccontano i loro sintomi. Eppure la carenza di dati diversificati influisce negativamente sulla capacità offrire cure adeguate anche agli uomini.

Alcuni esempi, citati dalla dottoressa Baggio: “è vero che la depressione nelle donne ha un’incidenza 2-3 volte più alta rispetto agli uomini, ma in tutto il mondo questi si suicidano dalle 3 alle 4 volte in più”. E ancora: “gli uomini sopra i 75 anni possono soffrire di osteoporosi, e la loro mortalità dopo una frattura è 4 volte superiore a quella delle donne. Ma quanti uomini vengono sottoposti a una densitometria ossea o a una terapia contro l’osteoporosi?”.

A che punto siamo in italia

In Italia, con la Legge Lorenzin del 2018, ci siamo dotati di un Piano per la medicina di genere e di un Osservatorio presso l’Istituto superiore di sanità per la sua realizzazione. Gli obiettivi del Piano riguardano quattro ambiti fondamentali: non solo la rivisitazione dei percorsi clinici di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, ma anche ricerca e innovazione, formazione e aggiornamento professionale e comunicazione. La sfida che ha davanti a sé l’Italia, ora, “è applicare veramente questa legge – spiega Baggio –. Finora i passi avanti fatti si sono avuti indipendentemente dal Piano, grazie alla rete che abbiamo faticosamente creato nel tempo con ospedali, società scientifiche, enti, centri per la medicina di genere”. Eppure la nostra legge è “importantissima e unica al mondo, fondamentale per attuare la rivoluzione di cui abbiamo bisogno per implementare un approccio di genere in tutte le specialità mediche”.

Ora la palla passa alle regioni: “Ce ne sono alcune che sono avanti, come Toscana ed Emilia Romagna, e altre che fanno fatica”, prosegue Baggio. “Senza uniformità sarà difficile vedere effetti concreti nell’attuazione del Piano. Ma la legge impone loro di mettersi al passo, perciò sono fiduciosa”. E allora quanto potrebbe volerci per vedere finalmente applicata una medicina genere-specifica che vada oltre i buoni propositi e curi veramente tutti al meglio? “Ho molta fiducia nei giovani medici e negli studenti di medicina, tra una generazione potremo avere finalmente la rivoluzione che i pazienti, di qualunque sesso, meritano da tempo”.

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