(illustrazione: Louise Williams/Science Photo Library via Getty Images)

Soffro di depressione da quando ero piccola, e prima di me mia madre e mia nonna. Per tutta la vita ho cercato di tenere a bada le interferenze della malattia, e il risultato più ragguardevole che ho ottenuto è stato di riuscire, a trent’anni suonati – ne ho quaranta – a fare la corretta diagnosi del mio stesso disturbo e a trovare lo psichiatra giusto che mi prendesse in cura. I pur numerosi medici e psicologi ai quali mi ero rivolta fin dall’adolescenza per capire la causa delle mie sofferenze non avevano, penso, alcuna idea di che cosa io stessi parlando. Sono stata quindi coinvolta per anni in infinite psicoterapie alle quali, arrivata a un certo punto, regolarmente mi sottraevo per mancanza di benefici.

Erano gli anni Novanta/Duemila, e trovare uno specialista che sapesse diagnosticare una depressione era, a quanto pare, molto difficile. La situazione nel frattempo non sembra essere molto migliorata: a tutt’oggi la stragrande maggioranza di chi soffre di depressione non dispone delle informazioni di base per comprendere di avere bisogno di un aiuto strutturato – proprio come non le avevo io – e quando anche si fa strada questa consapevolezza, occorrono in media due anni prima di ricevere la diagnosi corretta. Per una curiosa serie di circostanze, io ne ho aspettati venti. Queste diagnosi tardive fanno sì che ci sia una spaventosa quantità di persone che non si cura e che se ne va in giro pensando che sia normale vivere in uno stato di costante prostrazione e di disperazione senza scampo.

Eppure la depressione, che di recente è stata definita “il male del secolo”, a livello globale è il primo motivo di disabilità nel mondo, più delle malattie cardiovascolari, più dei tumori. Secondo l’Oms sono 300 milioni le persone a esserne affette, il 4,4 per cento della popolazione mondiale. In Italia siamo quasi tre milioni, una persona su venti, e i più colpiti sono le donne e gli anziani. È la depressione a essere la prima causa di assenza dal lavoro, e non di rado i depressi si uniscono alle tristi schiere dei cosiddetti presenteisti, coloro che vanno al lavoro anche quando stanno male, presumibilmente per nascondere a se stessi e ai colleghi la propria malattia. Presenti nel fisico ma mentalmente assenti. Non credo siano da biasimare: la depressione gode di uno status così ambiguo che è impossibile prevedere come verrà percepita dagli altri: da è una malattia nobile dello spirito, ne era affetto anche Platone a ma allora sei mentalmente minorato tutte le interpretazioni sembrano trovare legittimità, fossero anche triti luoghi comuni che vedono il loro ideale coronamento nella domanda: perché non provi a tirarti un po’ su?

In trent’anni di onorata carriera di depressa maggiore ricorrente – questa è la mia diagnosi completa – mi sono sempre scontrata con la difficoltà di fare comprendere alle persone care che cosa si prova durante una crisi depressiva. Non credo di esserci mai riuscita, nemmeno con gli interlocutori più ricettivi e intelligenti. Un medico ha scritto che è una patologia che si sostanzia di puro dolore.

Le parole che comunemente usiamo per descrivere gli stati d’animo negativi di una persona sana – tristezza, stanchezza, avvilimento, paura – non trovano una perfetta corrispondenza in quelli di un malato di depressione in preda a una crisi. L’intensità e la persistenza delle sensazioni ne mutano in qualche modo anche la sostanza. Lo scrittore svizzero Fritz Zorn, che era convinto che le sue nevrosi gli avessero procurato il cancro, nel suo memoir del 1977 Il cavaliere, la morte e il diavolo ragiona in termini che credo si adattino a ciò di cui sto parlando: “Soffro di nevrosi come tutti gli altri, credo però che la anomalia del mio caso consista in quel pochino in più, in base al quale il mio danno psichico si differenzia dal danno psichico degli altri, dei ‘normali’, appunto. L’acqua bolle a cento gradi. A novantotto non bolle ancora, ma a cento sì, appunto; questa è la piccola o grande differenza”.

Una metafora della depressione a mio avviso molto convincente l’ha creata J. K. Rowling – che ne ha sofferto – quando nella saga di Harry Potter ha inventato la figura del Dissennatore, una delle più temute e infide creature oscure che popolano il mondo magico. Un Dissennatore è un non-essere che si ciba della felicità degli umani seminando una feroce disperazione in chiunque incontra. Se non lo si combatte con tutte le proprie energie e la propria concentrazione, un Dissennatore è in grado di risucchiare l’anima e ogni ricordo felice della vittima facendola impazzire e costringendola a un permanente stato vegetativo.

La depressione è bianca, non fa rumore, non è visibile a un occhio disattento e si nutre dell’isolamento di chi ne soffre. Chi ne è affetto spesso accusa un dolore sordo che i discorsi non riescono a dominare né a esprimere. È un male che ha molti volti e non si manifesta necessariamente con il pianto o con la tristezza, più spesso va oltre le lacrime e assume la forma del disgusto di sé, di una aridità di sentimenti e una desolazione interiore che alcuni malati accostano all’immagine di un deserto torrido in cui lottano contro la propria impotenza. Non è un deserto pericoloso, è soltanto insopportabile. E noioso, anche, mortalmente noioso, dove non accade null’altro che vedere se stessi nello sforzo di governare il dolore del corpo che si sente compresso in una morsa.

Il venir meno della lucidità mentale è uno dei sintomi che mortifica il depresso, ed è particolarmente temuto. Virginia Woolf  ne era così ossessionata che, quando sentì le sue facoltà cognitive abbandonarla, preferì uccidersi. È frequente che ai consueti squilibri emozionali del malato faccia da contrappunto una difficoltà nell’ideazione e nell’organizzazione del pensiero che nel peggiore dei casi sfocia in una sensazione di vuoto mentale istupidito e smemorato.

Franz Kafka, anche lui depresso, in una lettera alla fidanzata Felice, datata 1913, riesce in poche righe a rendere l’idea del totale spaesamento e della sfiducia nelle proprie capacità cui va incontro il malato: “Io non ho memoria, per quanto ho imparato e letto, per quanto ho vissuto e udito, per uomini e avvenimenti, mi pare di non avere vissuto nulla, di non avere imparato nulla, della maggior parte delle cose so in effetti meno di qualunque scolaretto, e quello che so lo so così superficialmente che non sono capace di rispondere già alla seconda domanda. Non so pensare, quando penso mi imbatto continuamente in limiti, solo di botto riesco ad afferrare qualche cosa, mentre non mi è possibile seguire un pensiero coerente né so svilupparlo”.

La svalutazione di sé e del proprio mondo è un aspetto particolarmente doloroso della malattia, che compromette non meno degli altri le relazioni personali e la buona riuscita nel lavoro. È anche un paradosso che si manifesta o si acutizza specialmente nei momenti peggiori, quando nulla sembra valere la pena, niente ha il senso che gli si attribuiva fino a poco prima della crisi e perciò, a rigor di logica, non dovrebbe avere importanza. Eppure. La sensazione di essere invisibili, fuori posto ovunque, alieni dal consorzio umano – una superflua formica in un poco allettante formicaio – prevale su ogni senso di sé e su ogni cosa che ci lega al mondo, i nostri progetti e gli affetti. Ancora Virginia Woolf, nel 1931, attraverso un suo personaggio del romanzo Le onde, la depressa e allucinata Rhoda, riesce a spiegarlo esattamente: “Ho ancora paura di voi, vi odio, vi amo, vi invidio vi disprezzo, con voi non sono mai stata felice. Venendo dalla stazione, rifiutando di accettare l’ombra degli alberi e delle cassette delle lettere, già a distanza mi sono accorta, dai vostri soprabiti e dagli ombrelli, che siete incuneati in una sostanza fatta di ripetuti momenti simultanei; siete impegnati, avete un atteggiamento, coi bambini, con l’autorità, la fama, l’amore, la società; io invece non ho nulla. Non ho volto”.

La depressione può assumere la forma della rabbia, dell’irritazione cronica verso gli altri e contro se stessi, di una sfibrante agitazione nervosa, dell’amaro e rancoroso rimuginare contro tutto e tutti. Ma una crisi può anche manifestarsi attraverso una ipersensibilità emotiva dove ogni sensazione negativa è esasperata e ogni informazione viene percepita come funerea e presaga di fatti terribili, mentre le buone nuove vengono accolte con somma e fatalista indifferenza. Non è insolito che una persona depressa non sia in grado di ascoltare le notizie dei telegiornali, di leggere libri, di guardare un film: qualsiasi cosa ferisce intollerabilmente la sua sensibilità. Un fatto di cronaca nera può urtarla dolorosamente, se non scioccarla, e ogni presa di distanza dalle disgrazie altrui risulta impossibile.

L’identificazione e forse anche l’empatia sono in grado di sconquassare la mente già indebolita del depresso. Conosco persone così provate da una percezione amplificata delle brutture del mondo che per riuscire a sopravvivere devono ridurre periodicamente al minimo le informazioni che provengono dall’esterno, qualsiasi informazione. Una vacanza dall’orrore. Ma il dubbio esiste, e rimane sempre sottotraccia: qual è la realtà? Noi vogliamo pensare che nei momenti peggiori vediamo le cose attraverso una lente tragica e distorta, che la verità sia diversa, molto più tollerabile e meno cupa. Tuttavia entrambe le realtà sono vere, entrambe sono plausibili, nessuna vince mai sull’altra.

C’è un altro aspetto frequente e particolarmente penoso delle crisi depressive, ed è la percezione rallentata del tempo. Se per tutti è ovvio che le ore sembrino non passare mai quando si è a disagio o annoiati, solo i depressi sanno cosa vuol dire vivere intere settimane guardando in continuazione l’orologio, con la sensazione che sia passata mezz’ora mentre invece sono trascorsi tre minuti. Durante una crisi depressiva ogni singolo secondo può essere una tortura, una apnea disperata, e le giornate delle lunghe agonie. Non a caso molti depressi abusano di sedativi, di alcol o di altre sostanze psicotrope, soprattutto se sono molto giovani, adolescenti e purtroppo anche preadolescenti. Questi ragazzi hanno meno strumenti di un adulto per capire e gestire quanto sta accadendo loro: quando ogni minuto è un ostacolo e non riuscite a vedere la fine di una giornata durissima, se non capite il perché vi sta toccando in sorte una condizione del genere e non sapete come farla cessare, se non sapete se è normale e se finirà mai, sprofondare nell’incoscienza o nel torpore sembra una soluzione senz’altro preferibile. Ci ho pensato spesso e, personalmente, l’unica esperienza che mi sento di paragonare a questa sono i dolori del travaglio.

Se avete una figlia o un figlio di quindici anni problematico e che sospettate abusi di sostanze stupefacenti o di alcol, prima che la vostra ira cada su di lei o su di lui, provate a capire se in questi gesti sta cercando un sollievo. Non è escluso che soffra di depressione e che questi palliativi a buon mercato assolvano alla funzione di ridurre una sofferenza che non sa definire né comprendere. È importante. Così come è importante capire che il malato vive per certi aspetti una vita estrema, perché estreme sono le sue sensazioni e i suoi sentimenti, la sua visione del mondo.

Diario della vostra depressione
Automat, Edward Hopper (foto: Francis G. Mayer/Corbis/VCG via Getty Images)

Non è raro che i depressi gravi si accompagnino o si sentano spiritualmente affini ad altri depressi o a chi è rimasto segnato da esperienze tragiche. Senza volere in alcun modo tracciare dei parallelismi tra le vittime dell’Olocausto e le vittime di questo disturbo, credo che non sia un caso che nel depresso certe testimonianze amarissime tocchino delle corde molto profonde. Come accade con Primo Levi – il maestro di tutti noi – che nell’immediato dopoguerra scrisse in Se questo è un uomo delle righe illuminanti sui confini dell’infelicità: “Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano anche sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i due stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica di ogni infinito. Vi si oppone la nostra insufficiente conoscenza del futuro; e questo si chiama, in un caso, speranza, e nell’altro, incertezza del domani. Vi si oppone la sicurezza della morte, che impone un limite a ogni gioia, ma anche a ogni dolore. Vi si oppongono le inevitabili cure materiali, che, come inquinano ogni felicità duratura, così distolgono la nostra attenzione dalla sventura che ci sovrasta, e ne rendono frammentaria, e perciò sostenibile, la consapevolezza”.

Chi ha una persona cara depressa in genere si sente impotente perché ha l’impressione che non ci sia nulla che è in suo potere per aiutarla a guarire. Di solito è abbastanza vero. Chi si trova nel marasma di una crisi ha bisogno innanzitutto di due cose: di un valido psichiatra che gli somministri una terapia farmacologica adatta, e di un valido psicoterapeuta con cui iniziare un percorso di indagine interiore.

La depressione è una patologia multifattoriale: a scatenarla sono cause genetiche, caratteriali e ambientali. Agire sulla biochimica del cervello attraverso il farmaco è necessario per restituire al paziente la minima lucidità necessaria per affrontare i nodi e le questioni irrisolte del suo vissuto che concorrono a ingenerare lo stato depressivo. La sola psicoterapia in genere non basta – e se è per questo nemmeno lo yoga, i fiori di Bach, il rebirthing, l’agopuntura, l’ipnosi o qualsiasi altro rimedio alternativo che possa venirvi in mente. Avendoli provati tutti, per decenni, me ne sono persuasa.

Sono tuttavia consapevole che, se nessuno si sognerebbe mai di contestare il fatto che assumete dei farmaci per curare un tumore, una fibrosi cistica o il diabete, sono in moltissimi a nutrire preconcetti e resistenze nei confronti degli psicofarmaci. Io per prima ero particolarmente prevenuta, eppure i farmaci mi hanno salvato la vita. Al culmine della disperazione e del desiderio di morte, ho cominciato a prenderli nella convinzione che così facendo avrei perduto tutto di me: la mia personalità, il mio temperamento, il nucleo più intimo della mia mente e del mio corpo. Stavo crescendo mia figlia e la malattia era diventata così grave e invalidante da non riuscire più a occuparmene. Nell’errata convinzione di dovere scegliere tra me e lei, ho scelto lei. E questa è stata la mia salvezza: inaspettatamente ho cominciato a stare meglio, ho ritrovato me stessa, una me stessa antica che da decenni, senza quasi accorgersene, era stata seppellita e strozzata dalla malattia.

Se volete essere utili a una persona depressa, che sia un vostro caro o anche solo un conoscente o un collega, guardate in faccia il suo dolore, rispettatelo, non sminuitelo, non negatelo, anche se non lo capite: rendetevi conto che cercare di ridimensionare una crisi depressiva è solo una strategia per scappare da un confronto scomodo, il faccia a faccia con una sofferenza atavica e beffarda, che sembra non avere un vero perché né un orizzonte di guarigione certo. Credo sia molto difficile, infiniti pudori e imbarazzi ci impongono il riserbo. Ma non servono molte parole, non necessariamente, è sufficiente un atteggiamento franco e umano. Un gesto di accettazione, di vicinanza o semplicemente una gentilezza possono aiutare anche la persona più disperata a recuperare un po’ di fiducia verso l’umanità. Di questi tempi non è poco.

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