Ormai da giorni la conta delle nuove varianti di Sars-Cov-2 ha invaso i quotidiani di tutto il mondo. Spaventando i potenti, e scatenando i bisticci tra gli esperti: qual è la più pericolosa? I vaccini si riveleranno efficaci anche contro questi nuovi nemici? E cosa possiamo fare per difenderci? Risposte ufficiali, al momento, la scienza però non ne ha. E questo probabilmente tradisce la vera origina, tutta politica, di questa proliferazione incontrollata di varianti: da un lato, nessuno stato vuole avere il proprio nome appiccicato a questo maledetto virus, e parlare di variante sudafricana è un ottimo modo per far dimenticare quella inglese, e viceversa; dall’altro, una nuova super-variante è il capro espiatorio perfetto per evitare mea culpa e assunzioni di responsabilità, laddove gli stati (o le regioni) faticano a contenere il dilagare di Covid-19. Questo non vuol dire, sia chiaro, che le mutazioni del virus non possono rappresentare un problema. Semplicemente, sarebbe meglio aspettare di avere qualche certezza prima di farsi prendere dal panico. Lasciando nel frattempo agli esperti il compito di monitorare e studiare i nuovi ceppi virali che inevitabilmente continueranno a spuntar e diffondersi nel corso di questa pandemia.

Anche i virus evolvono

I virus d’altronde, come gli animali e ogni altra forma di vita, mutano ed evolvono nel tempo. A ogni nuova generazione c’è una chance che compaiano mutazioni casuali all’interno del loro materiale genetico, che possono poi diffondersi nella popolazione (virale) in presenza delle giuste condizioni. Ovviamente non tutti i virus sono uguali, ed alcuni accumulano mutazioni a un tasso maggiore di altri. I coronavirus fortunatamente non lo fanno molto in fretta, nonostante appartengano alla classe dei virus a rna, solitamente noti per accumulare mutazioni con una particolare velocità: nel caso di Covid parliamo in media di appena due mutazioni a singolo nucleotide al mese, circa la metà di quelle che interessano i virus influenzali, e un quarto rispetto a un virus notoriamente rapido nell’accumulo di mutazioni come l’hiv.

Dalla sua però Covid ha un altro elemento: l’enorme diffusione che ha raggiunto durante questa pandemia. Con tanti pazienti in cui replicarsi, sparsi in centinaia di nazioni più o meno grandi, più o meno capaci di rallentarne la diffusione, per Sars-Cov-2 c’è un enorme bacino di mutazioni in grado di produrre nuovi ceppi virali, potenzialmente pericolosi: ogni nuovo malato d’altronde è un’opportunità in più per accumulare mutazioni, ed evolvere verso una nuova forma.

Più contagi non fanno una variante

L’accumulo di mutazioni nel genoma è però un processo naturale e ubiquitario, e non determina sempre l’emergere di nuove proprietà (come una maggiore infettività o virulenza). Per questo motivo, la comparsa di una nuova variante virale che si diffonde rapidamente può sì essere il segno di un’evoluzione in direzione di una maggiore infettività, ma può avere anche molte altre spiegazioni. Come ha spiegato in questi giorni il biologo Enrico Bucci, una variante più infettiva è destinata a far aumentare i contagi e divenire più prevalente nella popolazione, ma l’aumento dei contagi non è di per sé segno della comparsa di una nuova forma più trasmissibile del patogeno, neanche se si assiste contestualmente a una maggiore prevalenza di una particolare variante del virus. Esistono infatti moltissimi fenomeni che possono determinare la diffusione di una mutazione genetica all’interno di una popolazione anche se questa risulta neutra, ovvero non fornisce alcun tipo di vantaggio ai virus che ne sono portatori. L’unico modo per accertarsi delle caratteristiche e dei potenziali rischi legati a una nuova variante virale è quindi studiarne gli effetti in laboratorio. E si tratta di ricerche complesse, che richiedono tempo, e che al momento non hanno ancora dato un responso definitivo per nessuna di quelle individuate.

Varianti: monitorare, ma senza panico

Il rischio che una nuova variante di Sars-Cov-2 si riveli un problema, sia chiaro, è sempre presente. E non richiede che si riveli più infettiva, o più letale: basterebbe una mutazione che complichi l’identificazione del virus con gli strumenti diagnostici disponibili, per esempio, per mandare in tilt (almeno temporaneamente) le operazioni di tracciamento dei nuovi focolai. E se le mutazioni vanno a colpire porzioni del virus importanti per la sua identificazione da parte del sistema immunitario, il rischio è quello che rendano inutili i vaccini appena sviluppati, o peggiorino l’andamento dell’epidemia provocando facilmente reinfezioni nei pazienti guariti dalla malattia. È per questo che l’Oms in questi giorni ha invitato tutte le nazioni ad aumentare gli sforzi di monitoraggio delle varianti virali che circolano nella popolazione, così da farsi trovare pronti alle prime avvisaglie di un nuovo problema.

Come abbiamo detto non basta però la semplice evidenza epidemiologica, cioè l’osservazione empirica di un alto numero di contagi (come quelli visti nel Regno Unito), per parlare di una nuova variante del virus particolarmente pericolosa. E anche in presenza di un virus più contagioso, o letale, le precauzioni che possiamo prendere restano sempre le stesse: mascherine, igiene, distanziamento, vaccinazioni. Per questo motivo, preoccuparsi prematuramente di varianti inglesi, sudafricane, o italiane non ha senso, almeno fino a quando un qualche laboratorio confermerà la presenza di un nuovo pericolo. In attesa di certezze, dunque, ecco le varianti confermate del virus attualmente tenute sott’occhio dall’Oms.

La variante inglese

La sua denominazione ufficiale è Voc 202012/01 (Variant of Concern, anno 2020, mese 12, variante 01) e la sua scoperta è stata annunciata dal governo del Regno Unito lo scorso 14 dicembre. Ha fatto la sua comparsa nel Sud Est dell’isola, e a oggi ha soppiantato le altre varianti del virus nell’area da cui ha iniziato a diffondersi, sia nella città di Londra. Si tratta di un ceppo virale che non risulta imparentato con quelli circolanti in Uk nei mesi precedenti (e potrebbe quindi essere una variante di importazione) e presenta mutazioni in 23 nucleotidi, di cui 6 sono mutazioni silenti (cambiamenti genetici che non modificano la proteina codificata dal gene in questione) e 17 non sinonime (e quindi risultati in un’alterazione delle proteine codificate dai geni mutati). A preoccupare è il fatto che le mutazioni presenti in Voc 202012/01 interessano la proteina spike utilizzata dal virus per entrare nelle cellule, e sembrerebbero averne aumentato l’affinità nei confronti del recettore Ace2. Questa caratteristica potrebbe effettivamente aumentare la trasmissibilità del virus, ma serviranno ulteriori studi per averne conferma.

La variante sudafricana

È stata presentata al mondo il 18 dicembre dal governo del Sud Africa. La sua denominazione ufficiale è 501Y.V2, perché presenta una mutazione nella proteina spike definita N501Y, cioè la sostituzione dell’asparagina (N) con tirosina (Y) nell’aminoacido in posizione 501. La stessa mutazione è presente anche nella variante inglese, e per questo inizialmente si è pensato che potessero essere un’unica variante, o quantomeno varianti imparentate tra loro.

Le analisi filogenetiche svolte però hanno permesso di sfatare il dubbio, confermando che si tratta di due varianti virali indipendenti. Al momento 501Y.V2 ha soppiantato gli altri ceppi del virus presenti in tre province del Sudafrica (ed è stata identificata in diverse altre nazioni), e dagli studi effettuati le mutazioni di cui è portatrice potrebbero influenzarne la carica virale, aumentando l’infettività del virus. Anche in questo caso, però, mancano conferme definitive.

La variante danese

È quella identificata negli allevamenti di visoni danesi. Le autorità del paese l’hanno definita Cluster 5, e presenta una combinazione di mutazioni mai osservata in altre varianti di Sars-cov-2. In questo caso, le preoccupazioni non riguardano tanto l’infettività della nuova variante, quanto piuttosto il rischio che si riveli più grave, e in grado di aggirare gli sforzi del sistema immunitario, rendendo più probabili reinfezioni e potenzialmente inutile la vaccinazione. A settembre il governo danese aveva però identificato appena 12 casi di infezione umana legati alla variante Cluster 5, e da allora la sua diffusione nella popolazione sembra essersi fermata.

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