Niente più insicurezze. Mai più figuracce o partner con il broncio. Se la natura non aiuta, basta affidarsi alla medicina. Le soluzioni d’altronde sono molteplici: pompe a vuoto ed estensori penieni, iniezioni e chirurgia. Il succo non cambia: se le dimensioni del vostro pene non vi soddisfano esistono molti modi per allungarlo, o allargarlo, artificialmente. Tutti sicuri ed efficaci, se diamo retta alle pubblicità. Come spesso accade, però, la realtà è abbastanza differente. Tra truffe vere e proprie, metodi poco efficaci, effetti collaterali e rischi per la salute, alla prova dei fatti allungare l’organo sessuale maschile si rivela ben più complicato, e pericoloso, di quanto promesso. A certificarlo è una review sistematica appena pubblicata da un gruppo di ricercatori italiani e inglesi sulle pagine della rivista Sexual Medicine Reviews, basata sull’analisi di 17 ricerche pubblicate negli scorsi anni, per un totale di 1.192 uomini che si sono sottoposti a procedure per l’allungamento del pene.

È davvero così piccolo?

Iniziamo con una precisazione: è possibile avere realmente problemi legati alle dimensioni del pene, ma in molti casi la percezione è ben diversa dalla realtà. Le dimensioni medie variano a seconda del paese, dell’etnia, e anche dell’anno in cui sono state effettuate le misurazioni. Ma attorno ai 9 centimetri “a riposo” e circa 13 in erezione possono essere considerati assolutamente nella norma. E bisogna scendere ben al di sotto di questi numeri perché l’attività sessuale risulti compromessa, e si possa quindi parlare di una situazione anormale. La definizione ufficiale di micropenia parla di un organo inferiore a 2,5 volte la deviazione standard rispetto alle dimensioni medie. Calcoli alla mano, per un adulto, sotto i 5,2 centimetri per un pene flaccido, e gli 8 centimetri di lunghezza misurata con il pene flaccido e la pelle tirata (è uno standard di misurazione che si ritiene abbastanza predittivo della lunghezza in erezione) è il caso di contattare un esperto. Se non rientrate in questa casistica e vi trovate comunque a disagio è probabile invece che soffriate di small penis anxiety, o ansia da pene piccolo: un disturbo psicologico in cui si prova un disagio immotivato, ed eccessivo, per le dimensioni o la forma dei propri genitali. Da non sottovalutare perché può rivelarsi l’anticamera di una sindrome più grave, la disforfofobia peniena, autentica patologia psichiatrica che causa ansia e sindromi depressive anche gravi.

Spesso allungare il pene non serve

A meno di soffrire di micropienia, insomma, il disagio per il proprio pene si configura come una problematica psicologica, e come tale andrebbe trattata. Affidandosi quindi alle cure di un urologo serio. “Non bisogna fidarsi di link su internet e false promesse di individui che assicurano risultati irraggiungibili con metodiche che mettono a rischio non solo il portafogli, ma soprattutto la salute e il benessere”, spiega a Wired Giancarlo Marra, specializzando in urologia della Città della salute e della scienza di Torino che ha collaborato alla ricerca. “Quel che emerge dal nostro lavoro, infatti, è che non esistono metodi di comprovata e manifesta efficacia che possono essere consigliati nella pratica clinica per favorire l’allungamento del pene in pazienti con un pene di normali dimensioni”.

Estensore penieno

Sgombrato il campo dai fraintendimenti, è il momento di parlare delle tecniche attualmente disponibili per l’allungamento del pene. Iniziando da quelle non chirurgiche, meno impegnative per i potenziali pazienti. Una delle più diffuse è quella dell’estensore penieno: un dispositivo che consta di due imbracature che vanno a bloccare la base e la punta del pene, collegate da un sistema regolabile che tiene in trazione l’organo. Il principio di funzionamento è semplice: tenendo costantemente in tensione i tessuti del pene il dispositivo stimola l’espansione e la replicazione delle cellule, producendo alla fine l’allungamento dell’organo. È una soluzione che produce risultati permanenti e in qualche modo naturali, non richiedendo interventi chirurgici, iniezioni, e presenta quindi un rischio molto basso di effetti collaterali. Tecnicamente è una procedura non invasiva, ma sicuramente non è molto pratica: il protocollo di utilizzo prevede di indossare l’estensore 4-9 ore al giorno, per almeno 3-6 mesi consecutivi.

La buona notizia è che tanto impegno sembra premiare: i due studi presi in considerazione nella metanalisi confermano infatti l’efficacia della tecnica. Quella cattiva, invece, è che i benefici non sono esattamente quelli sperati: in media il pene dei partecipanti si sarebbe infatti allungato di meno di 2 centimetri misurando gli effetti sull’organo flaccido, anche meno in erezione. Il gioco vale la candela? Dipende a chi lo chiedete, probabilmente. Quel che è certo è che nell’unico dei due studi analizzati che ha riportato anche i tassi di complicazioni emersi durante la procedura, l’11.1% dei pazienti ha abbandonato il trial a causa del dolore, della sensazione di torpore all’organo, lesioni del pene o la percezione di una mancanza di efficacia.

Iniezioni e vuoto pneumatico

Se lo scopo è aumentare la larghezza si ricorre invece alle iniezioni. Acido ialuronico e acido polilattico, entrambi molto utilizzati come filler. Vengono iniettati nel pene e distribuiti per bene in modo da non produrre bozzi e irregolarità. E trattandosi di componenti biologici vengono riassorbiti col tempo dall’organismo senza lasciare traccia. O almeno, questa è la teoria. La metanalisi ha analizzato due studi, in cui in media i partecipanti hanno ottenuto un aumento di circonferenza di 1,7 cm nella parte centrale del pene, e di 3,8 alla base (o regione prossimale). Gli uomini sottoposti alla procedura, così come i partner, sono risultati in media piuttosto soddisfatti. E però – sottolinea la metanalisi – il follow up degli studi è risultato sempre troppo breve, e non sono mancati gli effetti collaterali: mancanza di rigidità esterna dell’organo, diminuzione della sensibilità tattile, indurimento o infiammazione nella zona dell’iniezione, dolore durante l’erezione, eritemi o curvatura del pene, presenti in media nel 26% dei pazienti che hanno partecipato agli studi esaminati.

Discorso a parte per l’ultima tecnica non chirurgica esaminata: la pompa a vuoto. Basata su un principio simile a quello dell’estensore, consiste in un cilindro in cui inserire il pene, in cui viene creato il vuoto aspirando l’aria con una pompetta. In questo modo l’organo di espande, e col tempo dovrebbe guadagnarne in lunghezza. Da manuale, richiede un tempo di applicazione molto ridotto rispetto all’estensore (non più di mezzora al giorno). Ma dall’unico studio individuato nella metanalisi, non sembra avere nessun effetto misurabile a lungo termine.

Falloplastica chirurgica

Se fino ad ora abbiamo affrontato tecniche non invasive, esiste anche la possibilità di effettuare operazioni chirurgiche per ingrandire il pene. Tra le opzioni disponibili, la più diffusa è quella di intervenire sul legamento sospensorio che tiene il pene ancorato alla zona del pube. Rilasciando questo legamento è possibile far emergere la parte di pene che solitamente è nascosta all’interno del corpo, di fatto allungando la porzione esterna. Negli studi disponibili, questa procedura (utilizzata da sola o in congiunzione con altre tecniche) ha prodotto un aumento della lunghezza del pene in erezione compresa tra 0,65 e 1,8 cm. Le altre possibilità analizzate sono l’autotrapianto tissutale, solitamente con tessuto e/o grasso cutaneo, lo xenotrapianto (utilizzando tessuti coltivati in laboratorio) e il disassemblamento penieno (la separazione chirurgica dei corpi cavernosi, seguita in questo caso dall’impianto di tessuto cartilagineo).

Si tratta di tecniche invasive che possono dare risultati, ma che espongono al contempo a effetti collaterali anche gravi. Negli studi esaminati, inoltre, nessuna delle procedure effettuate è stata verificata da ricercatori indipendenti. Per persone con un pene di dimensioni normali – assicurano gli autori della metanalisi – i rischi sono quasi sempre inaccettabili.

Meglio un consulto psicologico?

Non tutti gli studi analizzati riportavano l’utilizzo di screening psichiatrici o psicologici per selezionare i pazienti da avviare al trattamento. Ma guardando a quelli che contenevano queste informazioni, i dati parlano chiaro: in 10 ricerche che hanno effettuato uno screening prima delle procedure, su un totale di 837 uomini 473 non sono stati poi sottoposti ad alcun trattamento. Tre ricerche inoltre fornivano informazioni sulla percentuale di uomini che hanno cambiato idea una volta informati di avere un pene di dimensioni assolutamente normali, e parliamo del 66,6% in un caso, del 77,7% in un altro, e addirittura del 100% dei partecipanti nel terzo studio. La stragrande maggioranza dei pazienti coinvolti nelle ricerche analizzate, inoltre, aveva un pene di dimensioni normali. Cosa vuol dire? Che probabilmente la maggior parte delle persone che vuole allungare il proprio pene non ne ha affatto bisogno, e che con il dovuto supporto psicologico probabilmente cambierebbe idea velocemente.

La maggior parte degli uomini che cerca metodiche di allungamento del pene ha delle dimensioni ed una vita sessuale totalmente nella norma, con partner soddisfatti”, sottolinea Marra. “Queste persone dovrebbero evitare guru trovati su internet o pubblicità ingannevoli, e rivolgersi a un urologo, che deve effettuare un adeguato counselling circa la normali dimensioni del loro pene, e se fosse insufficiente, indirizzarli ad altre figure professionali come psicologi, psico-sessuologi e psichiatri. Perché per l’allungamento del pene in pazienti sani esistono pochissime metodologie, e con un bassissimo livello di evidenza”.

Purtroppo, nonostante l’assenza di dati scientifici seri le procedure di allungamento, chirurgiche e non, sono fin troppo comuni. “Non essendoci linee guida o raccomandazioni è impossibile dire quali siano le tecniche più o meno frequenti a livello globale – conclude l’esperto – ma quel che è certo è che le procedure chirurgiche e le iniezioni sono quelle che possono avere le conseguenze più devastanti. E purtroppo esistono cliniche che offrono questi trattamenti routinariamente, senza alcuna evidenza concreta dal punto di vista medico-scientifico”.

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