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Blocco delle attività produttive “non strategiche”. Divieto assoluto di uscire dalle proprie abitazioni, se non per casi di stringente necessità. No agli assembramenti. Sono le regole del nostro lockdown, ormai in vigore da quasi due mesi. Il dato positivo è che contagi, ricoveri e decessi sembrano finalmente essere in calo, e l’obiettivo di appiattire la curva sembra alfine più vicino. Mentre ancora cerchiamo di capire come funzioni la fase 2, possiamo per un momento tirare il respiro e guardarci intorno, per esempio per vedere come si sono comportate le altre nazioni, e con quali risultati. Anche limitandoci alla sola Europa, è evidente che le scelte dei vari governi nazionali sono state abbastanza diverse tra loro; l’unico provvedimento condiviso è stato il divieto di 30 giorni, imposto a partire dal 17 marzo, di tutti i viaggi non essenziali di cittadini extracomunitari verso il continente.

La prima nazione europea a imporre il lockdown è stata l’Italia, 14 giorni dopo la terza morte per coronavirus nel paese. Politico ha comparato le misure prese in diversi stati della comunità europea: al momento, la Spagna è la più restrittiva, con eventi sospesi, scuole chiuse, negozi non essenziali chiusi, movimenti non essenziali proibiti, filiere produttive non essenziali ferme e ingressi nello stato proibiti (quest’ultimo punto è l’unico su cui Italia e Spagna hanno posizioni diverse: al momento i confini del nostro paese sono ancora aperti). All’estremo opposto c’è la Svezia, dove la terza morte per coronavirus – scelta come momento zero per l’analisi – si è verificata il 16 marzo e dove l’unica misura è stata quella di sospendere gli eventi pubblici: restano aperte scuole, negozi e attività produttive ed è consentita (anche se formalmente scoraggiata dal governo centrale) la circolazione di persone e merci. Un caso su cui si dibatte parecchio, e che ha sollevato non poche alzate di sopracciglio. La scorsa settimana 22 scienziati di alto profilo hanno pubblicato una lettera sul quotidiano svedese Dagens Nyheter sostenendo senza troppi giri di parole che le autorità sanitarie hanno sbagliato, e invitando i politici a imporre subito misure più stringenti. In particolare, gli esperti puntano il dito sull’alto numero di morti nelle case di riposo svedesi e sulla mortalità anomala del paese, 131 morti per milione, molto superiore, per esempio, a quella di Danimarca (55 morti per milione) e Finlandia (14 morti per milione), paesi che invece hanno adottato il lockdown.

“La presunta unicità del modello svedese è molto sopravvalutata”, ha spiegato a Nature Anders Tegnell, epidemiologo della Public Health Agency svedese, l’ente indipendente che ha formulato le raccomandazioni per il governo centrale. “Come in molte altre nazioni, puntiamo ad appiattire la curva, rallentando il contagio il più possibile per evitare il collasso del sistema sanitario e della società in generale”. La differenza rispetto alle misure prese nelle altre nazioni, dice l’esperto, ha origine nel sistema di leggi del paese: “Le leggi svedesi sulle malattie trasmissibili sono basate quasi esclusivamente su misure volontarie – o sulla responsabilità individuale. [La legge] dice chiaramente che il cittadino ha la responsabilità di non diffondere una malattia. È questo il punto da cui siamo partiti, perché stando alle leggi in vigore non c’è possibilità di “chiudere” le città: possiamo imporre una quarantena a un gruppo di persone o a piccole zone, come una scuola o un hotel. Ma non possiamo legalmente imporre il lockdown in un’intera area geografica”.

Tegnell ammette comunque che tutti si stanno muovendo più o meno nel buio: “Quarantene, lockdown, chiusura dei confini: niente di tutto ciò ha basi scientifiche storiche, secondo me. Non sappiamo molto di questa malattia e stiamo imparando tutto ora, giorno dopo giorno. Abbiamo guardato le altre nazioni europee, per cercare di capire se avessero pubblicato, prima di imporle, qualche analisi degli effetti delle misure, e non abbiamo trovato quasi niente. Siamo più interessati a persuadere la popolazione, ricordando loro di fare attenzione alle misure di sicurezza. Non abbiamo bisogno di chiudere tutto perché pensiamo sarebbe controproducente”.

Come dicevamo, le cifre non sembrano premiare questa scelta: la Svezia ha un numero di morti significativamente superiore a quello di altre nazioni nordiche. Ma Tegnell è convinto che il suo paese “non stia rischiando più vite del necessario: c’è stato un aumento dei casi, ma non così drammatico. Siamo in una fase dell’epidemia in cui i casi continuano a salire, come avviene anche nelle altre nazioni. Nessuno, in Europa, è stato in grado di rallentare considerevolmente la diffusione della malattia”. Su questo non ha tutti i torti: anche nelle nazioni in cui è stato imposto il lockdown la curva dei contagi è tristemente asimmetrica, con la diminuzione molto più lenta dell’aumento (d’altra parte, però, nessuno può sapere con certezza cosa sarebbe accaduto senza misure, o con misure più rilassate: la curva avrebbe anche potuto continuare inesorabilmente a salire senza mai raggiungere il picco).

La verità è che è ancora troppo presto per capire se la scelta svedese sia stata davvero sensata. E questo lo sa anche Tegnell: “Non possiamo sapere se il nostro approccio sia quello più efficace. Ogni nazione deve raggiungere l’immunità di gregge in un modo o nell’altro, e noi abbiamo scelto di raggiungerla in questo modo. Ci sono abbastanza segnali che indicano che effettivamente sia possibile raggiungere l’immunità di gregge per il coronavirus, dato che al momento sono stati riportati solo pochi casi di reinfezione. Non sappiamo quanto potrebbe durare l’immunità, ma sicuramente una risposta immunitaria del corpo esiste”.

Un esempio di tenore opposto è quello del Portogallo. Un paese che, nonostante abbia una popolazione piuttosto anziana e un sistema sanitario sottofinanziato (la percentuale di ultraottantenni è inferiore solo a quella di Italia e Grecia, e il paese dispone di appena 4,2 unità di terapia intensiva per 100mila persone. La Spagna, per confronto, ne ha 9; la Germania 30), al momento sembra reggere bene la botta della pandemia.

Nella nazione sono stati registrati poco più di ventimila casi e 762 decessi, ovvero 75 per milione. Eppure, racconta sempre Politico, “il lockdown del Portogallo è meno stringente di quello di molte altre nazioni europee: le industrie e i cantieri edili sono ancora aperti, e ai cittadini è permesso svolgere esercizio fisico una volta al giorno e uscire per fare la spesa e per andare in farmacia. La maggior parte delle persone, però, rimane a casa”. Il fattore cruciale, in questo caso, potrebbe essere stato il tempo, o più precisamente la velocità di reazione: il Portogallo ha implementato le misure prima della terza morte ufficiale per coronavirus, il che, insieme all’“enorme autodisciplina” tenuta dalla popolazione, stando a quanto ha dichiarato il primo ministro Antonio Costa, e alla tregua politica, che ha messo temporaneamente d’accordo maggioranza e opposizione, potrebbe aver fatto la differenza rispetto a nazioni in cui le cose sono andate molto peggio. Italia compresa.

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