Batteri Escherichia coli utilizzati nell’esperimento (foto: Gerd Altmann via Pixabay)

Anche piante e batteri potrebbero venirci in aiuto nella lotta contro il coronavirus. Un gruppo dell’università della California (Uc) a San Diego sta sviluppando un vaccino che si basa proprio sull’impiego di virus delle piante e di virus che si servono dei batteri per crescere (detti batteriofagi) per trasportare il contenuto del vaccino.

Questo prodotto, a differenza di tutti gli altri già disponibili, resisterebbe al calore e potrebbe essere conservato a temperatura ambiente. I virus delle piante e i batteriofagi sono innocui e strutturati in forma di nanoparticelle e inoltre la somministrazione potrebbe essere più semplice: l’idea è di utilizzare un cerotto con microaghi o un impianto sottocutaneo (iniettabile con in una sola dose) che rilascia il vaccino nel corso di un mese.

L’obiettivo finale degli scienziati è ottenere un prodotto a costo molto ridotto e di più semplice accesso, su larga scala soprattutto per i paesi poveri. I primi risultati, pubblicati sul Journal of the American Chemical Society, sono favorevoli anche se per ora ottenuti su un modello animale, dunque la sperimentazione è all’inizio e sarà lunga.

Dai virus delle piante ai batteriofagi

La ricerca non si ferma: oggi va a caccia di soluzioni sempre più pratiche per nuovi vaccini contro Covid-19. Le nuove possibili alternative in corso di studio sono diverse non solo per la composizione ma anche per le semplificazione della produzione e della gestione dei prodotti. In questo caso i ricercatori hanno utilizzato un particolare virus (virus mosaico) che colpisce un legume, chiamato fagiolo dell’occhio, e un batteriofago (o fago), ovvero un virus che sfrutta i batteri per replicarsi, chiamato Q beta.

Per far crescere questi virus gli scienziati si sono dunque serviti della pianta di fagiolo citata e dei noti batteri di Escherichia coli, che, ricordiamo, sono naturalmente presenti nell’intestino delle persone sane. In questo modo hanno ottenuto nanoparticelle di virus della pianta e dei fagi, innocui per gli animali e per l’essere umano. Le nanoparticelle rappresentano il veicolo della parte di coronavirus che si vuole recapitare al nostro organismo per far attivare il sistema immunitario. Gli autori, infatti, hanno attaccato alla superficie delle particelle un piccolo frammento della proteina spike del Sars-Cov-2, la parte del patogeno che aggancia le nostre cellule infettandole. Questo frammento attiva e stimola il sistema immunitario verso la produzione di anticorpi specifici contro il coronavirus.

I vantaggi di questo vaccino

Attualmente i risultati preliminari nel topo hanno mostrato la produzione di un alto livello di anticorpi neutralizzanti anti Sars-Cov-2. La somministrazione è avvenuta in 3 modi: con due iniezioni, tramite un unico impianto sottocutaneo a rilascio nel tempo e attraverso un cerotto con microaghi. In tutte le modalità l’esito è stato ugualmente favorevole.

Siamo ancora all’inizio ma le prospettive sono promettenti, secondo gli autori, per varie ragioni. La produzione su ampia scala del vaccino potrebbe essere semplice e poco costosa, come sottolineano i ricercatori. “La fermentazione basata sull’uso di batteri – rimarca Nicole Steinmetz, direttrice del Centro di nano-immunoingegneria presso l’Uc San Diego – è un processo già ben stabilito a livello dell’industria farmaceutica”.

Anche le modalità di somministrazione del vaccino, se si confermeranno efficaci, potrebbero rappresentare una svolta. “Pensiamo all’ipotesi per cui i cerotti siano recapitati nelle cassette postali della maggior parte delle persone più vulnerabili, invece che chiedere loro di spostarsi da casa e andare incontro al rischio di un’esposizione al contagio”, commenta Jon Pokorski, professore di nano-ingegneria alla Uc San Diego.

Un approccio per il futuro

Dalla ricerca è emerso che gli stessi anticorpi sono stati in grado di neutralizzare anche il virus responsabile della Sars (Sars-Cov-1). Questo accade perché la parte della spike somministrata non è quella che si lega direttamente alla cellula, la quale invece subisce delle mutazioni e dà luogo alle varianti.

Secondo gli autori questa differenza potrebbe essere utile per combattere con un unico vaccino contro più coronavirus o più varianti del Sars-Cov-2 – ma resta il condizionale, dato che siamo agli inizi. Inoltre, concludono gli scienziati, la tecnologia versatile renderebbe l’approccio valevole per tanti tipi di vaccini: far crescere le nanoparticelle di virus delle piante o batteriofagi e poi attaccarci la parte del patogeno contro cui immunizzarsi potrebbe essere una nuova strada da seguire.

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